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	<title>Finzioni &#187; Recensioni</title>
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	<description>Progetto di lettura creativa</description>
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		<title>Massimo della vita di Alessandro Militi</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 09:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jacopo Cirillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Cirillo]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / Massimo della vita di Alessandro Militi

Plauto e il suo Anfitrione facevano ridere. Ovidio, con le sue Metamorfosi, faceva pensare. Stevenson, Jekyll e Hyde incutevano paura. Wilde, Dorian Gray e Lord Henry affascinavano mentre con Saramago e il suo uomo duplicato ti flippava il cervello. Il concetto di doppio in letteratura ha fatto tantissime cose.


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img height="395" width="310" class="alignleft size-full wp-image-1869" title="massimo-della-vita" alt="massimo della vita Massimo della vita di Alessandro Militi" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/massimo-della-vita.jpg" />Recensioni / Massimo della vita di Alessandro Militi</strong></p>
<p>Plauto e il suo <strong><em>Anfitrione</em></strong>  facevano ridere. Ovidio, con le sue <strong><em>Metamorfosi</em></strong>, faceva pensare.  Stevenson,  <em><strong>Jekyll e Hyde</strong></em> incutevano paura. Wilde, <em><strong>Dorian Gray</strong></em> e <em><strong>Lord Henry</strong></em>  affascinavano  mentre con Saramago e il suo <em><strong>uomo duplicato</strong></em> ti flippava il cervello.  Il concetto di doppio in letteratura ha fatto tantissime cose. Pi&ugrave;  modestamente, Alessandro Militi, con il suo <em>Massimo Della Vita</em>,  il doppio lo fa ribattere, lo fa rimbombare. Nello specifico, il libro  &egrave; talmente articolato sulla doppiezza e, in controluce, sul disaccordo,  che lo si pu&ograve; raccontare usando solamente questa categoria. Non ci  credete? Guardate qui.&nbsp;</p>
<p>Copertina: <strong>Alessandro Militi</strong>  (l&rsquo;autore) e <em><strong>Massimo Della Vita</strong></em> (titolo/protagonista/auspicio)<wbr></wbr>:  nomi  diversi, colori del font diversi (rosso e nero). Foto di copertina:  mezza faccia pulita, sbarbata, occhialata, pettinata e l&rsquo;altra met&agrave;  oscura con barba, bed hair e girocollo. Prima ancora di iniziare  il libro ci sono gi&agrave; tre contrapposizioni. Va b&egrave;, si dir&agrave;, &egrave; un  artificio stilistico. Ah s&igrave;? Allora raccontiamo la storia.&nbsp;</p>
<p>Massimo &egrave;&nbsp;un ventiquattrenne  verginello e con un solo amico, Leo, ricco e popolare. &Egrave;&nbsp;innamorato  di Martina, molto pi&ugrave;&nbsp;bella di lui, e la loro canzone &egrave;&nbsp; <em>La vie en rose </em>di Edith Piaf. Con Martina si scrivono letterine,  fanno <em>pillow talk</em> sul loro futuro, staranno insieme per sempre.  Con Leo insomma ci si vuole bene, ci si sbronza ma lui &egrave; il re della  scuola e rifiuta di andare in vacanza con Massimo, che vuole  attraversare  l&rsquo;Alaska per ritrovare se stesso. Poi a un certo punto Martina lo  molla, lui va in Alaska, ha un&rsquo;idea, torna, diventa ricco, diventa  ricchissimo, entra nella societ&agrave; (anche in quella segreta), sbrocca,  giustizia, eccelle, padre di famiglia, vita meravigliosa.&nbsp;</p>
<p>Tutto il libro &egrave;&nbsp;un grande  doppio. Di stile: toni pacati, mielosi, adolescenziali prima e precisi,  duri, brillanti, anche cruenti dopo. Di andamento e narrazione: lento  e riflessivo pre-arricchimento, serrato e veloce durante e dopo la  scalata  al successo. La storia stessa: amore, delusione, &ldquo;piccoli problemi  di tutti i giorni&rdquo; e poi potere, denaro, delitti. La caratterizzazione  cangiante del protagonista: povero/sfigato e ricco/potente;  timido/impacciato  e sicuro/spietato.&nbsp;</p>
<p>Ancora? Ancora.  L&rsquo;impaginazione.  Per quasi tutto il libro &egrave; normale, con paragrafi, pagine tutte scritte,   eccetera. In alcune parti diventa quasi simbolista, con poche frasi  perse nel bianco della pagina vuota (artifici, va detto, non solo  estetici  ma decisamente a puntello del momento della narrazione).  L&rsquo;interpellazione.  La maggior parte delle volte il libro &egrave; in prima persona ma questo  stile si alterna con la seconda, il tu, con cui il libro tra l&rsquo;altro  inizia e finisce (con la finezza dell&rsquo;epilogo in terza, giusto per  dovere di completezza). I font. Quasi sempre, &ldquo;Massimo&rdquo; &egrave; scritto  cos&igrave;, &ldquo;Massimo&rdquo;. A volte, quando si vuole denotare l&rsquo;anima nera  del personaggio, lo stesso nome &quot;viene scritto con un font gotico&quot;. Insomma, si &egrave; capito dove voglio andare a parare.&nbsp;</p>
<p>Penso che siano sempre da  apprezzare  i libri che sanno parlare su pi&ugrave;&nbsp;livelli, che sanno articolare  un concetto cos&igrave; profondo, direi proprio archetipico, se si pensa ai  miti del passato. Oltre al bello stile, alla capacit&agrave; di raddoppiarsi  anche come autore, mi sembra che Alessandro Militi, con questa  ridondanza,  copra e risolva i due grandi problemi degli archetipi: la banalit&agrave;  e l&rsquo;insidia. Sono banali perch&eacute; ne hanno gi&agrave; parlato tutti e non  c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; niente da dire. Sono insidiosi perch&eacute; dopo Plauto, Ovidio,  Stevenson, Wilde, Saramago&hellip; ma chi sono io per poter aprire bocca?&nbsp;</p>
<p>Allora Militi oppone al cosa  e al chi il come o, meglio, il quanto.&nbsp;<br />
&nbsp;<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Alessandro Militi &ndash; <em>Massimo  Della Vita</em></strong>. Baldini Castoldi Dalai 2010, diciassette euro</p>
<p style="text-align: right;">Jacopo Cirillo</p>
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		<title>Maiali nella nebbia</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 09:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[La Posta di Matteo Bettoli]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Bettoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / Maiali nella nebbia

Prima di Maiali nella nebbia avevo letto altri due libri con dei suini nel titolo (L'era del porco di Gianluca Morozzi e Porci con le ali di Rocco e Antonia), uno mi era piaciuto e l'altro no.


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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;<img width="590" height="395" class="alignnone size-full wp-image-1485" title="maiali" alt="maiali Maiali nella nebbia" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/12/maiali.jpg" /></p>
<div>
<p><strong>Recensioni / Maiali nella nebbia</strong></p>
<p>Prima di <strong><em>Maiali nella nebbia</em></strong> avevo letto altri due libri con dei suini nel titolo (<strong><em>L&#8217;era del porco</em></strong> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gianluca_Morozzi" target="_blank">Gianluca Morozzi</a> e <strong><em>Porci con le ali</em></strong> di Rocco e Antonia), uno mi era piaciuto e l&#8217;altro no. Gli animali nei titoli dei libri, se non sono libri per mocciosi, raramente indicano l&#8217;animale in carne ed ossa. Spesso sono l&igrave; per far scena. Qui Gentili parla di suini veri, quelli da mangiare, quelli sapidamente controversi ma che piacciono un po&#8217; a tutti, uomini e donne, timorati e disinibiti, tralasciando solo i vegetariani. Nel mezzo della nebbia ci stanno degli uomini, anche se si vedono poco, che dedicano la vita all&#8217;animale che, tra tutti, provoca pi&ugrave; imbarazzo e ironia: il suino.</p>
<p>Essere porchettari non dev&#8217;essere facile, allevare animali in genere non dev&#8217;esserlo, soprattutto se il frutto di tanta cura e fatica dovr&agrave; essere inevitabilmente macellato. Il processo tanto auspicato e oliato si chiude con una morte, ma &egrave; una morte che non distrugge bens&igrave; trasforma, converte e decodifica. Decodifica il maiale, rendendolo accettato. Nessuno sfotte il prosciutto, neppure i vegetariani.</p>
<p>Ci sono uomini, dicevo. Sono uomini spesso in mandrie, in piccoli assembramenti di esemplari, riuniti dalla missione della conversione. Ho ricordi vaghi di quando andavo in campagna da bambino ma ricordo lo spazio. La campagna che conosco, quella romagnola, &egrave; anti-romantica, <em>reale</em>, pure se a raccontarla ci si mette Fellini. Una ragazza della costa mi ha detto un giorno &ldquo;tu vieni dalla Romagna pi&ugrave; becera, quella del tavernello, senza il mare, c&#8217;avete la nebbia&#8230; mangiate la piadina alta&#8230; quella strana, con lo strutto.&rdquo; Ora, credo che le campagne marchigiane siano simili a quelle delle mie parti. Becere. Eppure ricche di dolcezza, una dolcezza che ha il sapore della cura e del sudore.</p>
<p>Ho detto &ldquo;ci sono uomini&rdquo; e poi ho divagato. Sono individui induriti da un lavoro spesso ingrato, salvo celebrazioni e piccole soddisfazioni. Sono mariti, anche se le mogli nel libro si vedono poco. Spesso sono macchiette, comiche e malinconiche, forse rassegnate ad essere uomini non troppo amati. In mezzo ci stanno storie di amicizie virili simili a quelle che compaiono in tanti romanzi d&#8217;avventura, una <em>bromance</em> intesa come <em>romance</em> tra <em>bro</em>, fratelli, che vivono sulla fatica, sulla necessit&agrave; l&#8217;uno dell&#8217;altro, sull&#8217;amore per la bestemmia, sulla durezza e sulla nebbia. Che ritorna, come un qualcosa che cancella ma che permette pure il ricordo. Cosa ricordi? Ricordo la nebbia.</p>
<p><strong><em>Maiali nella nebbia </em></strong>di Enrico Gentili, ed. Tracce, 2007, 14 euro</p>
<p style="text-align: right;">&nbsp;Matteo Bettoli</p>
</div>
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		<title>Dio di Davide La Rosa</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 09:15:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Pollini]]></category>

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		<description><![CDATA[Anteprima / Dio di Davide La Rosa

Amo i fumetti nonsense (ma sono poi così davvero nonsense?) alla maniera del dr.Pira dei Superamici (www.superamici.com) e la teologia, nel senso primario di discorso sulle cose divine. Come unire questi due aspetti, ora che il discorso su Dio é tornato di moda?


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img height="395" width="590" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/09/dio-davide-la-rosa.jpg" alt="dio davide la rosa Dio di Davide La Rosa" title="dio-davide-la-rosa" class="alignnone size-full wp-image-1299" /></p>
<p><strong>Anteprima / Dio di Davide La Rosa</strong></p>
<p>Amo i fumetti nonsense (ma sono poi cos&igrave; davvero nonsense?) alla maniera del dr.Pira dei Superamici (<a href="http://www.superamici.com/">www.superamici.com</a>) e la teologia, nel senso primario di discorso sulle cose divine. Come unire questi due aspetti, ora che il discorso su Dio &eacute; tornato di moda? <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bertrand_Russel" target="_blank">Bertrand Russel</a> spiega perch&eacute; non &eacute; cristiano, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Onfray" target="_blank">Michel Onfray</a> compone un trattato di ateologia, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Andr&eacute;_Comte-Sponville" target="_blank">Andr&eacute; Compte-Sponville</a> sottolinea come spiritualit&agrave; e religiosit&agrave; siano aspetti distinti, ed <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Lecaldano" target="_blank">Eugenio Lecaldano</a> discute di un&rsquo;etica fondata sulla ragione. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Pera" target="_blank">Marcello Pera</a> spiega perch&eacute; dobbiamo dirci cristiani, ma quello non l&rsquo;ho letto. La questione centrale &eacute; come possa sentirsi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dio" target="_blank">Dio</a> di fronte a tutto questo.</p>
<p>Dio non si accorge di nulla, &egrave; distante, gioca brutti scherzi, non capisce le questioni filosofiche, invita a cena Buddha e non sopporta Benny XVI, o almeno, non me ne vogliano i credenti pi&ugrave; intransigenti, cos&igrave; lo definisce <a href="http://lario3.splinder.com/" target="_blank">Davide La Rosa</a> in <em><strong>Dio</strong></em> (Casini Editore, 244 pp. 14,90 euro, <strong>prossimamente in libreria</strong>). Come non bastasse gioca ad imitare i film, confonde gli Haiku con il Sudoku, si rapporta ad un Satana con le fattezze di Alessandro di Pietro (il presentatore di <em>Occhio alla spesa</em>) e confonde il Tao con il termostato.</p>
<p>Dio &eacute; il protagonista di una serie di vignette tanto brutte graficamente quanto assurde ed esilaranti, dove tutti i personaggi della storia e dello spettacolo si rapportano all&rsquo;Onnipotente, un triangolo con un occhio in mezzo, che alla fine del libro, anche a chi non crede, non pu&ograve; non risultare un po&rsquo; pi&ugrave; simpatico. Un libro geniale e dissacrante, da ombrellone o da cattedra, a seconda di quanto sapete prendervi in giro, comunque la pensiate.</p>
<p style="text-align: right;">Alessandro Pollini</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chesil Beach</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Donati]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione / Chesil Beach

Quando un libro è scritto bene non importa quante siano accurate le descrizioni (neppure è importante se non c’è uno straccio di descrizione) perché leggendolo ci ritroviamo lì, vediamo ciò che vedono i personaggi. Ian McEwan fa di più con Chesil Beach, e non solo ci ritroviamo nella stessa stanza in cui si trovano i protagonisti, ci ritroviamo anche nella loro testa.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img height="395" width="590" class="alignnone size-full wp-image-1162" title="chesil-beach" alt="chesil beach Chesil Beach" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/09/chesil-beach.jpg" /></p>
<p><strong>Recensione / Chesil Beach </strong></p>
<p>Quando un libro &egrave; scritto bene non importa quante siano accurate le descrizioni (neppure &egrave; importante se non c&rsquo;&egrave; uno straccio di descrizione) perch&eacute; leggendolo ci ritroviamo l&igrave;, vediamo ci&ograve; che vedono i personaggi. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ian_McEwan">Ian McEwan</a> fa di pi&ugrave; con <strong><em>Chesil Beach</em></strong>, e non solo ci ritroviamo nella stessa stanza in cui si trovano i protagonisti, ci ritroviamo anche nella loro testa.  Il romanzo &egrave; molto breve e copre bene o male l&rsquo;arco di una sera di luglio del 1962, in un piccolo hotel della costa inglese. Si sono appena sposati e hanno mancato di qualche anno la rivoluzione sessuale che invader&agrave; il Regno Unito e che avrebbe reso quella serata molto pi&ugrave; leggera e godibile. Tesi come due corde di violino, dovranno trovare il modo di consumare il matrimonio (cosa che pare esser per loro pi&ugrave; complessa di quel che sembra).</p>
<p>Paure, ansia e indecisione la fanno da padroni e rendono l&rsquo;atmosfera goffa e soffocante. Ovviamente si mandano l&rsquo;un l&rsquo;altra segnali inequivocabili che Edward e Florence riescono a fraintendere. Lui, dopo una settimana di astinenza, non resiste pi&ugrave; e deve pensare al primo ministro britannico per mantenere il controllo; lei, dopo 20 anni di verginit&agrave;, non se la sente e il solo pensiero di far sesso la disgusta. Tutto riesce a naufragare in una sola notte e la povera coppia scivola dalla gioia del fidanzamento e del matrimonio al dubbio e al rancore.</p>
<p style="text-align: left;">Entrambi hanno torto ed entrambi hanno ragione, ognuno dei due personaggi porta sulle sue spalle certe esperienze e certi desideri che l&rsquo;altro non pu&ograve; capire ma che neppure cerca di comprendere: non provano mai a mettersi nei panni l&rsquo;uno dell&rsquo;altra, n&eacute; provano a venirsi incontro. Seguono tentativi di compromesso ed incidenti che rovinano tutto il lavoro fatto fino a quel momento, facendo tornare la coppia all&rsquo;estenuante punto di partenza. Ma le scelte sbagliate finiscono per pesare di pi&ugrave; di quelle azzeccate.<br />
&Egrave; come un&rsquo;occasione che si cerca di afferrare e che per l&rsquo;errore di un istante si perde. Poi, in un modo o nell&rsquo;altro, si passano gli anni rimpiangendo il passo falso. I litigi divengono pi&ugrave; seri e per orgoglio o per strategia Edward e Florence cercano di non essere se stessi: l&igrave;, la felicit&agrave; e l&rsquo;amore, cominciano ad affondare. Le ultime pagine del libro raccontano brevemente il seguito di quella notte, le ore, i giorni e perfino gli anni trascorsi dopo quella luna di miele estiva, e ci&ograve; che appare chiaramente &egrave; che sarebbe bastato un niente per salvare la situazione e che il loro unico peccato fu il non far niente. Un finale che lascia l&rsquo;amaro in bocca e che, inevitabilmente, fa pensare a quante occasioni abbiamo perse per paura di sbagliare.</p>
<p style="text-align: right;">Jacopo Donati</p>
<p style="text-align: right;">&nbsp;</p>
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		<title>Jacques il fatalista di Denis Diderot</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 09:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[finzioni n 3]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Cirillo]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / Jacques il fatalista

Approccio scientifico è una locuzione un po’ abusata tra gli umanisti, me in testa. In realtà è difficile per noi procedere davvero con questo metodo. La letteratura poi, ancora di più, è una perfetta metonimia del sistema culturale, dove il principio di non contraddizione non si applica.


No related posts.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-866" title="diderot" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/07/diderot.jpg" alt="diderot Jacques il fatalista di Denis Diderot" width="590" height="395" /></p>
<p><strong>Recensioni / Jacques il fatalista</strong></p>
<p><em>Approccio scientifico</em> è una locuzione un po’ abusata tra gli umanisti, me in testa. In realtà è difficile per noi procedere davvero con questo metodo. La letteratura poi, ancora di più, è una perfetta metonimia del sistema culturale, dove il principio di non contraddizione non si applica. Va bene tutto e il contrario di tutto. Tuttavia, per chi guarda prima la forma logica e poi i contenuti, c’è un’idea che io ho sempre associato al paradigma scientifico (probabilmente sbagliando) (ma non conta nulla), che è il falsificazionismo, cioè più o meno quella cosa che una teoria deve avere per essere tale: deve poter essere falsificata, confutata dall’esperienza.</p>
<p>Probabilmente Karl Popper ha pensato cose molto più profonde di questa, ma a me, quando rifletto su questo particolare neologismo, mi viene in mente un concetto preciso: quello di asimmetria. Cioè, io provo un milione di volte a ripetere un esperimento, l’esperimento viene sempre e la mia teoria è ben salda. Poi un bel giorno l’esperienza me lo confuta e tutta la struttura crolla miseramente. La milionata di esperimenti fatti in precedenza non contano più nulla. Un milione contro uno e vince sempre l’uno. È una bella asimmetria, altrochè.</p>
<p>Tutta questa pantomima per introdurre un libro di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Denis_Diderot">Denis Diderot</a> che si chiama <strong><em>Jacques il fatalista</em></strong> (BUR 2008, 356 p., 7 euro) . E che si impernia su un’asimmetria simile alla bella storia appena riportata. Jacques e il suo padrone girano un po’ in tutto il mondo raccontandosi storie ed esasperando il fatalismo come approccio alla vita e alla religione e il narratore li interrompe continuamente rivolgendosi al lettore con frasi tipo: caro lettore, che faranno adesso i nostri amici? vuoi seguire le loro avventure o le altre storie che ho da raccontare? sei troppo pretenzioso, vuoi sapere tutto e subito! lasciami almeno riposare un po’. Eccetera.</p>
<p>Ora, il libro è meraviglioso e queste scenette molto divertenti. Ma cosa succede? Lo scrittore (Diderot?) si rivolge al lettore (io?) e gli chiede alcune cose. In realtà è un simulacro dello scrittore (un <em>avatar</em>, se preferite, qualcuno che ne fa le veci e che è logicamente presupposto dal libro, visto che ci è dentro) che si rivolge a un simulacro del lettore (un <em>avatar</em> se preferite, qualcun…). Due finzioni e due funzioni, lettore e scrittore. Ma con una forte asimmetria tra loro. E non, banalmente, di natura numerica – lo scrittore è uno e i lettori sono potenzialmente infiniti. Bensì a livello di rappresentazione. Lo scrittore in carne ed ossa conta poco o nulla nella “letteraturizzazione” del suo romanzo, perché il valore del libro nasce e prolifica nell’incontro tra esso e la comunità di lettori.</p>
<p>Dunque il simulacro dello scrittore rappresenta un ruolo superfluo per la buona riuscita del libro (quello che parla al lettore infatti non è mica Diderot, è un personaggio del libro che fa finta di essere Diderot), mentre il simulacro del lettore si fa, come dire, paladino e portabandiera di una folta comunità di giudici, questi sì in carne ed ossa, che permettono l’effettiva valorizzazione dell’oggetto culturale.  Da qui il paradosso asimmetrico: lo scrittore “produce” il libro e non conta nulla. Il lettore “subisce” il libro e conta tutto. E lo scrittore non può nemmeno rifugiarsi nella retorica dei cantanti quando, rivolgendosi al loro pubblico oceanico, esclamano: sono io che devo applaudirvi, è solo grazie a voi che io posso essere qui. Eh no, stavolta è solo grazie a noi che tu, qui, non ci sei.</p>
<p style="text-align: right;">Jacopo Cirillo</p>
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		<title>Lolita di Vladimir Nabokov</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 09:12:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Donati]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / Lolita di Vladimir Nabokov

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.»
Queste sono le frasi che mi fanno prendere un libro e scaraventarlo fuori dalla finestra. 


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<li><a href='http://www.finzionimagazine.it/top-5/top-5incipit/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Incipit'>Incipit</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-810" title="nabokov" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/06/nabokov.jpg" alt="nabokov Lolita di Vladimir Nabokov" width="590" height="395" /></p>
<p><strong>Recensioni / Lolita di Vladimir Nabokov</strong></p>
<p><em>«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.» </em></p>
<p>Queste sono le frasi che mi fanno prendere un libro e scaraventarlo fuori dalla finestra. Per carità, parole romantiche, romanticissime! Così romantiche che a fine paragrafo ho melassa al posto del sangue. Ed è l’unica parte del libro che viene citata a destra e a manca, anche in film come <em>Santa Maradona</em>, quando Accorsi, immerso nella schiuma della vasca da bagno, legge l’incipit di Lolita alla Caprioli (che condivide il nome con la protagonista del capolavoro di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Vladimirovi%C4%8D_Nabokov" target="_blank">Nabokov</a>). Ma è un capolavoro per quelle poche frasi? No, anzi, quelle frasi sembrano subito stonare con il ritmo completamente diverso delle pagine che seguono. Vi aspettate una romanticheria dopo l’altra? Sbagliate! Mentre iniziate il libro e il vostro inconscio pensa a come affrontare 370 pagine di smielatezze, Humbert Humbert, il protagonista, vi sta preparando una marea di sorprese e l’editore che stampa l’incipit in quarta di copertina ve lo sta nascondendo. Infatti il tono del racconto è sempre sarcastico e riesce ad alleggerire un tema che sarebbe altrimenti troppo pesante. Se un bel libro è quello scritto bene o con una bella storia mentre il capolavoro è quello che ha bella sia la trama che lo stile, <strong><em>Lolita</em></strong> è di certo un capolavoro. Frasi ricche ma mai barocche, agli antipodi di quelle di altri autori dalla prosa più secca e misurate come solo un grande scrittore riesce a fare. Il resto, appunto, lo fa la trama con gli imprevisti del destino e con quelli in cui Humbert si va a cacciare.</p>
<p>C’è un motivo per cui quell’incipit è sbandierato ai quattro venti, mentre il succo della storia è tenuto nascosto. Nabokov dovette fare i salti mortali perché il suo romanzo venisse pubblicato e fa strano pensare che in più di 50 anni nulla sia cambiato nelle paure della gente. Leggendo qua e là altri commenti a Lolita, si scopre che il terrore non risiede semplicemente nel tema scomodo, ma nello scoprire di amare un libro del genere, come se, leggendolo, l’essenza di Humbert Humbert possa librarsi dall’inchiostro e penetrare le meningi del lettore. Inutile dire che ciò non accade, che non è un romanzo pro pedofilia o altro, e che invece è uno splendido libro d’amore. E il finale è il più bello perché finalmente si comprende appieno la prima frase, rendendola qualcosa di più che mera poesia e accordando tutta la storia con l’incipit. Tutto prende senso, non c’è più alcuna stonatura, e la cortina di sarcasmo di Humbert finalmente cala, mostrando tutto l’amore sincero di Humbert il Botolo per la sua Carmencita.</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Jacopo Donati</p>
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		<title>Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio</title>
		<link>http://www.finzionimagazine.it/recensioni/ne-qui-ne-altrove-di-gianrico-carofiglio/</link>
		<comments>http://www.finzionimagazine.it/recensioni/ne-qui-ne-altrove-di-gianrico-carofiglio/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 09:11:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[finzioni n 3]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pierri]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio

Sono nata a Bari e so perfettamente cosa voglia dire “né qui né altrove”. Non solo per il libro che, sì, si chiama così. Proprio la frase. E lo so perché fino ai diciotto anni, quando ho fatto fagotto e ho piantato tutto, mi sono sentita a quel modo.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-861" title="carofiglio" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/06/carofiglio.jpg" alt="carofiglio Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio" width="590" height="395" /></p>
<p><strong>Recensioni / Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio<br />
</strong></p>
<p>Sono nata a Bari e so perfettamente cosa voglia dire “né qui né altrove”. E lo so perché fino ai diciotto anni, quando ho fatto fagotto e ho piantato tutto, mi sono sentita a quel modo.</p>
<p>Pensate solo a questo: Bari è, quasi per definizione, una città di passaggio, una specie di non-luogo. Non ci si ferma nessuno: la gente tocca per un momento la terra barese, sulla via per la Grecia, ingurgita, magari, un panino da un banchetto vicino e poi, oplà, fila via. Non mi ci sono fermata neanche io, come un mucchio di persone che conosco. Non è neppure una città turistica, almeno non particolarmente, mi pare. È proprio una tappa, nel senso più transitorio del termine, un porto di breve attracco. Io, del resto, non l’ho mai amata particolarmente. Non la amo neanche adesso. Le strade che la percorrono non sono la mia casa, che è quella dei miei genitori e potrebbe essere, premesso che loro due ci abitino, più o meno dovunque. Anche su Marte. Ma la città di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gianrico_Carofiglio" target="_blank">Gianrico Carofiglio</a> fa colpo persino su di me.</p>
<p>Il racconto, che è un racconto notturno quanto a unità temporale, è una specie di viaggio tra il sonno e la veglia. Non quelle letterali, perché i protagonisti, anzi, sono belli arzilli e girano fino alla quattro di mattina. Quelle percettive. Prendendo a prestito una teoria coniata dai formalisti russi, <strong><em>Ne qui né altrove</em></strong> (Laterza 2008, 160 p., 10 euro) è un libro sullo straniamento, ossia sulla presa di coscienza nuova di oggetti estremamente consueti. Ogni elemento del racconto funziona secondo questo semplice ma efficace meccanismo che si allarga fino a includere Bari intera. Per questo dicevo, il libro racconta un risveglio: il protagonista, durante una rimpatriata con due vecchi amici &#8211; di cui uno residente negli Stati Uniti da anni – esce dal suo punto di vista e vede la sua vecchia, stanchissima città con occhi nuovi. Si accorge di piccole cose, come le palme di Corso Vittorio Emanuele, o del percorso stradale sul navigatore, che ripete con la sua voce meccanica nomi quali Roberto da Bari, Andrea da Bari, via Putignani che anche il protagonista ha pronunciato meccanicamente per anni. E così come nello straniamento l’assuefazione alle forme e agli elementi equivale alla morte dei sensi e, in ultima analisi, alla morte spirituale, così lui, quella notte, torna a vivere.</p>
<p>Eppure l’<em>ostranenje</em> agisce una seconda volta, perché il personaggio principale non si sveglia al presente, ma al passato. Il ricordo è il traino della visione rinnovata in una città che dorme tra mondi diversi, tempi diversi, persone diverse. E non sembra più fatta per essere vissuta, ma per essere consumata giorno per giorno, pigramente, nel languore di quel che è già stato o nel desiderio di quel che avrebbe dovuto essere. La sua bellezza sta nel suo essere un teatro abbandonato, come il Petruzzelli e il Margherita, bruciati o logorati e mai più frequentati, spoglie, semplici spoglie in un panorama che li ha inghiottiti come parte dello scenario. Non è detto che, oggi, Bari non sia palcoscenico vibrante per altri. Certo è che non sembra più esserlo per il protagonista.</p>
<p><em>Né qui né altrove</em> è tutto il contrario di un libro campanilista. Perché io ne conosco, di baresi campanilisti e qui siamo lontani anni luce dall’affetto cieco e morboso, dalla cultura della cozza e della sgagliozza, inizio e fine di ogni cosa. È un libro delicato. È riuscito a straniare persino la sottoscritta, che alla fine ha pianto come una scema, immaginando quei due pezzi di carta unta nel cestino.</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Marina Pierri</p>
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		<title>E il cagnolino rise</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 09:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Rossi]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / E il cagnolino rise

E’ appena uscito un libro: E il cagnolino rise (Tespi, 2009). Sottotitolo: Omaggio a John Fante. Sono racconti scritti per far esistere un racconto che non esiste. C'è un romanzo piuttosto famoso di John Fante, Chiedi alla polvere. Piace molto a Baricco, a Capossela, a Liguori, a me e probabilmente a te.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-780" title="e-il-cagnolino-rise" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/06/e-il-cagnolino-rise.jpg" alt="e il cagnolino rise E il cagnolino rise" width="590" height="395" /></p>
<p><strong>Recensioni / E il cagnolino rise</strong></p>
<p style="margin-left: 0pt; margin-right: 0pt; text-align: justify;">E&#8217; notte. Gianluca Liguori legge una poesia sull&#8217;autostrada A 25 Roma-Pescara, direzione Roma. All&#8217;altezza dell&#8217;uscita Aielli Celano, Gianluca Liguori si appoggia un libro aperto sulle ginocchia e legge. Mentre guida. Tanto è tutta dritta. C’è il video su YouTube, cercate “gianluca liguori vita sociale”. La poesia è sua. Perché Gianluca è uno scrittore, e gli scrittori hanno bisogno di visibilità in questo paese che blablabla. Infrangesse solo il codice della strada, Liguori non desterebbe il nostro interesse. E invece, John Fante.</p>
<p>&#8220;Se non hai letto Fante non hai letto. E&#8217; un passaggio obbligato se vuoi fare lo scrittore, o anche solo il lettore, o anche solo la persona&#8221; (Pedro Adelante. Chi? Adesso ci arrivo). E’ appena uscito un libro: <em><strong>E il cagnolino rise</strong></em> (Tespi, 2009). Sottotitolo: <em>Omaggio a John Fante.</em> Sono racconti scritti per far esistere un racconto che non esiste. C&#8217;è un romanzo piuttosto famoso di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Fante" target="_blank">John Fante</a>, <strong><em>Chiedi alla polvere</em></strong>. Piace molto a Baricco, a Capossela, a Liguori, a me e probabilmente a te. Il protagonista di <em>Chiedi alla polvere</em> si chiama Arturo Bandini, è un giovane scrittore sfigato ed è l’alter ego dell’autore (uh, che tenero). Il giovane Bandini si porta in giro il racconto che gli hanno appena pubblicato, <em>Il cagnolino rise</em>, lo fa leggere a morose e cameriere, ne parla in continuazione, ma noi il racconto non lo leggiamo mai, anche se &#8220;Frasi ben tornite, lievi tocchi di poesia sparsi qua e là. Era la cosa migliore che avevi fatto nella tua vita, fino ad allora. Quel racconto era la dimostrazione che qualcosa di buono in te c&#8217;era, Bandini&#8221;.</p>
<p>L&#8217;idea è venuta a Gianluca Liguori e al suo editore Nicola Pesce (curatore dell&#8217;antologia e firmatario dell&#8217;introduzione sotto lo pseudonimo Pedro Adelante. Oltre tutto Liguori e Adelante si litigano la paternità dell&#8217;intuizione, ci ho pensato prima io, ci hai pensato prima tu, da leggere è molto divertente, ma ci porta lontani dal punto). L&#8217;idea è questa: scriviamolo noi,<em> Il cagnolino rise</em>. Anzi, facciamolo scrivere. Anzi, facciamolo scrivere a diciotto autori e tiriamone fuori un&#8217;antologia. Com&#8217;era la cosa migliore della vita di Arturo Bandini? Non lo sapremo mai. Allora scriviamola. Diciotto volte, che è come dire diciottomila: il libro è la rete, la rete da saltare, il lettore ci fa le capriole, hop! Succede con i testi reali, figurarsi con quelli virtuali. Possiamo riscrivere il <em>Don Chisciotte</em> parola per parola, come Pierre Menard. Possiamo riscrivere Amleto senza Amleto, come Carmelo Bene. Possiamo scrivere <em>Il cagnolino rise</em> – possiamo leggerlo – perché non esiste. Cioè, esiste. E&#8217; virtuale, ma non è attuale. E&#8217; possibile, ma non è reale. Sempre comprensibilissimo nelle mie argomentazioni eh, complimenti Rossi.</p>
<p style="margin-left: 0pt; margin-right: 0pt; text-align: right;">
<p style="margin-left: 0pt; margin-right: 0pt; text-align: right;">Simone Rossi</p>
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		<title>La Panne di F. Dürrenmatt</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 09:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Lisanti]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / La Panne

In una scena del recente film “The Reader”, un professore di diritto porta i suoi studenti ad assistere al processo di una SS, Hanna Schmitz. L’evento scuote prevedibilmente le coscienze dei giovani universitari e accende un dibattito in aula. Il professore sostiene provocatoriamente la separazione che vi è e deve essere, alla base dell’ordinamento di ogni stato, tra etica e giustizia


No related posts.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-731" title="durrenmatt" src="http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2009/06/durrenmatt.gif" alt="durrenmatt La Panne di F. Dürrenmatt" width="590" height="395" /></p>
<p class="western">
<p class="western"><strong>Recensioni / La Panne</strong></p>
<p class="western">
<p class="western">In una scena del recente film <strong><em>“The Reader</em>”</strong>, un professore di diritto porta i suoi studenti ad assistere al processo di una SS, Hanna Schmitz. L’evento scuote prevedibilmente le coscienze dei giovani universitari e accende un dibattito in aula. Il professore sostiene provocatoriamente la separazione che vi è e deve essere, alla base dell’ordinamento di ogni stato, tra etica e giustizia: in Germania, negli anni ’40, le leggi vigenti permettevano di poter entrare a far parte delle SS; Hanna Schmitz, povera e analfabeta, lasciando il suo impiego alla Siemens per entrare nella famigerata unità nazista, non era, e non è, per questo motivo imputabile di alcun reato. Uno studente, indignato, ribatte che non sarebbe eticamente corretto permettere la sua assoluzione, a meno che la giustizia possa essere ridotta ad una mera questione di cavilli. Il professore risponde che la cavillosità è la sua caratteristica principale e necessaria.</p>
<p class="western">Il concetto di giustizia è fondato su una possibile interpretazione della realtà, la più convincente, che si serve di argomentazioni sottili e verità apparenti. La giustizia esercitata dai tribunali è quindi relativa e spesso può accadere che comportamenti moralmente deplorevoli non vengano condannati e viceversa. <strong><em>La panne</em></strong> costringe il lettore a questa fastidiosa constatazione e ci racconta come può accadere che un uomo comune, Alfredo Traps,  rappresentante di articoli tessili dalla vita apparentemente ordinaria, possa essere processato e condannato a morte per omicidio colposo da un tribunale di vecchi giuristi in pensione.</p>
<p><em>La Panne</em> di <a href="http://www.finzionimagazine.it/the-godfather/friedrich-durrenmatt/" target="_blank">Friedrich Dürrenmatt</a> ( Einaudi, 64 pp., 8.50 euro)</p>
<p class="western">
<p class="western" style="text-align: right;">Viviana Lisanti</p>
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		<title>After Dark di Murakami Haruki</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 09:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Finzioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Finzioni n 2]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Reali]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensioni / After Dark di Murakami Haruki

After Dark parla di come ci si possa chiudere dentro se stessi tanto velocemente da non rendersene conto, ma anche in che modo una notte possa inaspettatamente portare chiarezza: l'oscurità del proprio profondo è in netto contrasto con le insegne luminose al neon dei quartieri di Tokyo che non dormono mai


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<p><strong>Recensioni / After Dark</strong></p>
<p>Succede che ti ritrovi a passeggiare per mercatini in un sabato mattina affollato, trovi distese di libri usati a un euro e spulciando tra i titoli noti <em>Sotto il segno della pecora</em> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Haruki_Murakami" target="_blank">Murakami Haruki</a> e ti senti fortunata: forse perchè avevi sentito dire che in Italia è fuori catalogo o semplicemente è ardua impresa trovarlo. Allora mi viene in mente quanto sia stata bella la mia prima volta con Murakami: <em><strong>After Dark</strong></em> mi è stato regalato poco tempo fa e la dedica che l&#8217;amica aveva scritto appositamente per me non poteva essere più azzeccata nel dire “&#8230; ti fa sentire come un gigantesco puntaspilli&#8230; riesce a pungere ogni singola emozione&#8230;”. Aveva ragione e l&#8217;ho scoperto subito dopo essermi addentrata nei primi capitoli.</p>
<p>La scrittura di questo autore cult giapponese è lineare e cristallina, meticolosa nelle descrizioni che presentano le vite dei personaggi come quasi fossero anestetizzate in un universo bianco, minimal e senza tempo. Avete visto <em>Lost in Translation</em>? L&#8217;atmosfera che si respira leggendo e che mi sono figurata nella mente è proprio così: leggera, naïve, quasi passiva in contrasto con la frenesia metropolitana. La telecamera dell&#8217;autore è puntata su stanze solitarie, case d&#8217;appuntamenti e bar aperti 24 ore su 24 nell&#8217;intento di registrare ogni singolo movimento degli attori che inconsapevolmente iniziano ad incastrarsi l&#8217;uno nelle vicissitudini dell&#8217;altro.</p>
<p><em>After Dark</em> parla di come ci si possa chiudere dentro se stessi tanto velocemente da non rendersene conto, ma anche in che modo una notte possa inaspettatamente portare chiarezza: l&#8217;oscurità del proprio profondo è in netto contrasto con le insegne luminose al neon dei quartieri di Tokyo che non dormono mai, dove la protagonista Mari vive di notte per fuggire la luce dei problemi che la abbagliano quotidianamente. Prima che nuovamente ritorni la notte, ci troviamo davanti ad un romanzo che lascia tutto in sospeso e forse questa è la sua debolezza: non perchè sia un amante dell&#8217;happy-ending o perchè non riesca a vedere al di là di un finale incompiuto, ma avrei immaginato un altro tipo di commiato. Incompiuta bellezza, ecco come potrei riassumere in due parole quello che mi ha fatto pensare l&#8217;ultima facciata di questo mio primo Murakami e potete starne certi, non sarà l&#8217;ultimo, perchè mi sento come un gigantesco puntaspilli.</p>
<p><em>After Dark di Haruki Murakami, Einaudi, 2008, 178 p.</em></p>
<p style="text-align: right;">Sara Reali</p>
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