L’idiota, uomini e topi

(gli eroi non sono tutti giovani e belli)

Tutti parlano di eroi. Da sempre. Questo perché, fin dai tempi in cui la parola scritta era ancora un optional, dalla letteratura sono arrivati bastimenti carichi carichi di…fustacci che non conoscono l’imbarazzo, l’appetito, le sconfitte, i brufoli. Che dire per esempio di Ulisse, il furbacchione, o di quel belloccio di Enea? Tipi talmente fighi da dare persino il nome alle loro immortali epopee (a oggi nei migliori incubi di quasi tutti i liceali italiani).
Senza andare a pescare nei meandri delle teorie letterarie, non è difficile capire perché: a tutti piacciono gli eroi. Il lettore si immedesima, le lettrici si innamorano e il gioco è fatto. Ci vuole molto, ma molto più fegato a scommettere sulla storia di un personaggio che con i belli (belli belli in modo assurdo) non ha niente a che spartire; per questo motivo oggi vi parliamo di due eroi atipici, decisamente meno mainstream, che rappresentano la nemesi di un Principe Andrej o di un Grande Gatsby qualunque.

Ecco a voi innanzitutto il principe Myškin, meglio noto con l’epiteto poco lusinghiero che il suo autore gli appioppa fin dal titolo della sua personalissima epopea: L’idiota.
Dostoevskij voleva fare una cosa un po’ originale così, dopo aver scartato l’idea del bellimbusto doc, decide di dare vita a un personaggio nuovo, diverso: insomma, prekrasnyj. Generalmente i traduttori condiscono via questo aggettivo con una generica accezione di  “buono”. In realtà designa un personaggio più complesso: un uomo completamente bello, di una bellezza non estetica ma interiore strettamente connessa a bontà e purezza.
Lev Nicolaevič Myškin lo incontriamo per la prima volta “in una mattina di sgelo, sul finir di Novembre sul treno della ferrovia Pietroburgo – Varsavia,(…) in un clima talmente umido e nebbioso che a stento si distingueva qualcosa dai finestrini a dieci passi di distanza”.
Le prime due cose che veniamo a sapere del principe, quindi, sono che: primo, sta tornando dalla Svizzera dove è andato a farsi curare dall’epilessia; secondo, sta su un treno – e nella letteratura russa i treni non portano mai bene. E infatti, è qui che malauguratamente vede la foto della donna di cui ovviamente sentiremo parlare per più di mille pagine a venire e che sarà la principale causa delle situazioni paradossali in cui si andrà a cacciare: in sostanza, il principe si innamora due volte: la prima di una donna che lo ama a sua volta ma che non si ritiene degna di lui e della sua purezza (ebbene sì, in letteratura accade anche questo) e, oltre a non volerlo sposare, a un certo punto muore pure; l’altra lo ama però si vergogna di amarlo (…) e insomma, alla fine sposa un conte polacco.

Dietro a questo intreccio degno di Hollywood, in filigrana, la classica Russia di Dostoevskij con le sue crisi economiche, il suo complesso Ottocento e i suoi diecimila personaggi con nomi simili (i non addetti ai lavori notano solo che finiscono spesso con lettere strane e impronunciabili).
Il principe è diverso dagli altri uomini ed è proprio la sua malattia, da cui la sua inadeguatezza nell’uniformarsi al mondo circostante, a renderlo unico e superiore: si rivolge a tutto e a tutti in maniera talmente pura e ingenua da risultare sciocco, un “idiota” a prima vista. Ma è proprio grazie alla sua innocenza che egli comprende tutto, che ai suoi occhi ogni cosa ha la sua ragione; la sua mente non è viziata dalla società esterna e dunque non concepisce nulla di imperdonabile o inguaribile, a ricordare un vero e perduto ideale cristiano. E quasi tutti riescono a cogliere, nella sua idiozia, anche l’assoluta superiorità d’animo e d’intelletto: il principe è il più idiota e il più intelligente fra gli uomini.
L’impresa salvifica che Dostoevskij affida al suo prekrasnyj fallirà, perché a contatto con il fango della società qualsiasi forma di bellezza o purezza non può che essere sporcata. E alla fine, dopo aver pianto sul cadavere della sua amata (per giunta abbracciato al suo assassino) l’idiota se ne torna nella ridente Svizzera, il luogo verde e ovattato da cui era venuto, lasciandosi alle spalle una torbida e fredda Russia.  

Anche noi lasciamo la Madre Russia, questa volta però per andare in America sett’antanni più avanti, quando un certo John Steinbeck si mette a fare con le parole quello che Maradona ha fatto col pallone. Il suo piccolo capolavoro si chiama Uomini e Topi e il nostro nuovo “idiota" si chiama Lennie Small. Ma cominciamo dall’inizio:
Poche miglia a sud di Soledad, il Salinas capita sotto le falde dei colli, dove scorre verde e profondo. L’acqua è anche tiepida, perché è sgusciata sfavillando sulle sabbie gialle nel sole, prima di giungere alla stretta pozza”.
E’ chiaro che qui tira un’aria leggermente diversa: ci sono almeno venti gradi in più, la steppa si è trasformata in California, al posto di Pietroburgo c’è una città che si chiama Soledad (nome che non suggerisce atmosfere particolarmente nordiche) e una mappazza di mille pagine diventa una novelette di cento.
Uomini e Topi è una storia di amicizia in un contesto in cui non esistono legami con niente con nessuno: un’ America ruspante, reduce dalla depressione, materialista e individualista, dove per lavorare e racimolare qualche spicciolo bisogna spostarsi un giorno si e l’altro pure, dove ognuno pensa al suo profitto senza curarsi di chi calpesta per poterlo ottenere.
George, uomo piccoletto e intelligente, è un bracciante come tanti. Ma quello che lo differenzia dal resto della meschina umanità in mezzo a cui vive è il fatto di avere accanto a sé Lennie, il suo amato fardello. Lennie è un gigante buono e, come il principe, ha il cuore e la testa di un bambino: è teneramente spontaneo, parecchio goffo. I due condividono il sogno di smettere di dipendere da un datore di lavoro e ritirarsi come una vecchia coppia con un proprio orticello da coltivare, qualche gallina, un caminetto – loro non lo sanno, ma se avessero visto qualche pubblicità anni novanta vorrebbero anche un labrador color biscotto. A Lennie che è davvero un po’ tocco, basterebbero dei coniglietti colorati da accudire perché gli piace sopra ogni altra cosa accarezzare il manto degli animali (e, in generale, tutto ciò che è morbido al tatto). Sarà questa inclinazione completamente fanciullesca e innocente a condannarlo: Lennie, che non si rende conto della propria forza, ucciderà letteralmente di carezze prima un’infinità di topi (e fin qui, diranno i meno animalisti di noi, ci ha fatto anche un favore) poi un cucciolo, poi una donna – figurarsi se non doveva essere proprio la moglie del suo capo – scatenando l’ira della folla che vuole linciarlo.

Ed è qui che ci troviamo di fronte alla grande contraddizione che sottende questa storia struggente: Lennie, che di fatto è un assassino, è anche l’unico personaggio concretamente positivo del romanzo, l’unico uomo sulla terra che non farebbe mai volontariamente male a niente e a nessuno. Il suo modo di agire e di pensare, impacciato e ingenuo, lo rende la vittima sacrificale del mondo coscientemente spietato che lo circonda e che vuole farlo fuori; ma per fortuna Lennie, come dicevamo all’inizio, ha George, che lo ammazza con tutto l’amore possibile prima che lo facciano gli altri.

Jurodivyj è la parola che in russo si usa per descrivere una particolare figura della tradizione ortodossa, il folle in Cristo: quella figura in cui convivono la devianza e la sacralità; a metà tra lo stolto e il santo, non riesce a comunicare in modo “normale” come tutta la gente che gli sta intorno, e per questo è considerato capace di parlare con Dio, di essere portatore di un messaggio più alto, di purezza, di verità e di bontà.
Se da un lato è venerato come un oracolo, dall’altro viene disprezzato alla stregua di un demone e cacciato dalla città proprio per la sua stessa natura ambivalente che gli fa dire tutte le cose che il mondo civilizzato non vuole sentire.
Ecco la vera natura dei nostri due eroi (senza pedigree): la loro forza e la loro condanna è la mancanza di filtri e di sovrastrutture. Sicuramente più sprovveduti, sono anche più intelligenti degli altri perché sanno parlare delle cose per quello che sono, senza inibizioni o paura di essere giudicati. È per questo che, pur essendo un facile bersaglio, riescono a suscitare negli altri una specie di soggezione per tutta la purezza che emanano.
E se George non fa che lamentarsi di Lennie, accetta ogni volta di raccontargli nuovamente la storia del loro giardino da sogno. Perché così facendo, per qualche minuto, riesce a scorgere anche lui la bellezza del mondo che solo Lennie sa vedere attraverso i suoi occhi sognanti.

1 Commento
  1. ho letto l’articolo voracemente perché ho adorato Uomini e Topi e non posso che concordare con quell che hai scritto riguardo a Lennie. Complimenti!