A Proust piace la tua foto

Te la ricordi la foto della nonna? Mi chiede Marcel mentre facciamo le scale. Quella di “Sodoma e Gomorra”? Rispondo io, che c’entra adesso? Se la nonna avesse avuto Instagram, mi dice lui,  non avrebbe avuto bisogno del cappello per apparire in salute.

C’è stato un tempo in cui il cibo veniva mangiato. Un tempo in cui le torte erano solo torte, le carote carote, e così via. A tavola c’era più di una forchetta, ma tutte servivano per mangiare e nessuno le usava come strumento di intimidazione nel caso avessi afferrato un pezzo di salame prima di scattare una foto. Non ci sarebbe mai venuto in mente di mettere una videocamera nel frigo. Esistevano le polpette della mamma, che come le faceva lei erano le migliori del mondo, e c’erano i ristoranti, che la mamma non avrebbe mai saputo gestire, perché va bene che le polpette le venivano perfette ma se le chiedevi il cous-cous la domenica di Pasqua, allora andava in paranoia. Eravamo poco originali ma sazi. Poi sono arrivati i food blogger.

La mamma, le polpette, e forse anche i food blogger, devono il loro successo a un uomo. Lo stesso uomo che in questo momento, con indosso un completo nero e un capello, è seduto di fianco a me in attesa che cominci la presentazione di un nuovo blog di cucina.

Marcel, gli dico, hai della panna sui baffi. Non ho voglia di stare qui, le sedie sono scomode, e non capisco l’immagine di copertina proiettata sul palco: una donna in abito da sera mangia pasta seduta dentro una stalla. Proust invece è entusiasta. Sorride a tutti, fa battute, e all’entrata, sebbene io abbia cercato di fermarlo spiegandogli che non siamo al Ritz da M.me Morand, ha dato cinquanta euro alla signorina che si occupa degli accrediti stampa.

La presentazione comincia e lui tira fuori un taccuino su cui scrive parole come Local Food e hashtag. Quando parte l’applauso, si toglie il capello e batte le mani soddisfatto.

Ci alziamo, un cameriere ci si avvicina e ci porge due coppette di plastica contenenti una mousse verde. Secondo te è un broccolo? chiedo a Marcel. Lui ha già finito la sua porzione, non lo so, mi dice, ma era squisito, mi ha ricordato i pomeriggi in compagnia di… No, ti prego, non cominciare. Lo blocco, lui si indispettisce e se ne va. Non mi preoccupo, spero solo non rubi troppi tappi di sughero per le sue pareti, e mi auguro si limiti a mangiare.

Lo ritrovo qualche minuto dopo in compagnia di una ragazza. Non mi viene in mente niente, gli sta dicendo, tu non hai detto che fai lo scrittore, mi aiuti? Marcel le toglie l’Iphone dalle mani. Sullo schermo vedo l’uccellino blu volare sull’immagine del “forse broccolo” che ho mangiato poco fa. Proust scrive, e poi cancella, riscrive. Devi essere sintetico, gli dice lei, tu non sarai mica uno di quelli che pubblica mattoni, vero?

La lasciamo a controllare i like e andiamo via insieme, ma Marcel è ancora offeso. Dice che sono noiosa, come quelle che durante le sue feste se ne stanno tutto il tempo sedute sotto il patio in giardino. Mentre cerco di fargli cambiare idea sul mio conto, si avvicina a noi una donna. Scusa, tu sei quello delle merendine? Sei tu vero? Io ho una ricetta con lo yogurt bio che potresti aggiungere nel tuo libro.

Finalmente è finita. Siamo al guardaroba in attesa dei nostri cappotti. Ma Marcel si allontana. Torna poco dopo con un muffin. Lo poggia su un tavolino di vetro, accanto a un vaso. Aggiusta i fiori, si sistema la camicia, poi alza gli occhi e mi guarda: dai, allora? Che stai aspettando? Scatta.

 

Giulia Muscatelli

Ha un cane al quale cambia spesso nome. Una volta l’ha chiamato Giulia e da allora è convinta che sia lui a scrivere tutti i suoi racconti. Quali? Spera di poterli mettere in un libro a breve. In attesa di quel giorno, lavora tanto, mangia caramelle, troppe, fuma sigarette che non le puoi contare.

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