Uscirne Vivi, dalla vita di freelance

Ma cos’è che non capisci? Mi chiede lui stremato. Non capisco a chi vada di preciso questo 4%, rispondo io disperata. Poi lo noto: Uscirne Vivi spunta dalla mia borsa, Alice Munro è qui e mi vuole aiutare.

E allora me ne convinco: per uscire viva dallo studio del mio commercialista Alice Munro è la donna che mi serve. Lei, figlia di uno che lavorava in proprio allevando volpi e visoni, per anni ha cambiato mestiere; ha fatto la cameriera, la bibliotecaria, ha raccolto tabacco, ha scritto per diverse testate. Inoltre, fattore da non sottovalutare, ha un sorriso bellissimo, molto più rassicurante della mia solita espressione terrorizzata quando è il momento di emettere fattura.

Insomma, a tutti quelli, e ce ne sono ve lo assicuro, che oggi della Munro mi dicono “Lei ti piace solo perché è femmina e racconta di femmine” io rispondo “No, mi piace perché è un’imprenditrice!”

Il libero professionista ha la gestione delle sue giornate, non ha un capo. Lavora  in pigiama, sdraiato sul divano, chiude contratti lavandosi i denti. Che vita magnifica! Alcuni, quelli che stanno ai livelli più alti, vengono chiamati squali, per tutti gli altri, i freelance come me, c’è una similitudine molto più adatta ai vegetariani. Di noi viene detto: crescono come funghi.

La vita del freelance va vissuta come va letto ogni racconto della Munro: senza perdere di vista nessun particolare. Non dimenticarsi mai di leggere le consegne fino in fondo, di controllare gli allegati, di fare ricerche su un nuovo cliente. E Alice mi ha abituato a fare attenzione, al fatto che non importa capire tra le righe, ma più altro capire quello che nelle righe non troverai mai.

È il 1978, la Munro pubblica la prima edizione di Chi ti credi essere? È il 2015, ho davanti un caporedattore che mi dice che ha stabilito il mio compenso a 2 euro a cartella e quando io rispondo che non mi sta bene, lui dice: chi ti credi di essere?

Mi viene da sorridere, penso a Rose, la protagonista di quella meravigliosa raccolta di racconti. Ma ci metto pochissimo a capire che non c’è nulla per cui essere allegri: ho una vita che funziona a cartelle, nei giorni buoni a progetti.

Ed è così che un sabato sera, mentre mi sto preparando per uscire, mi infilo i collant proprio come potrebbe fare una delle donne di Alice, e il cellulare si illumina. Una mail dove mi viene detto che il mio pezzo va bene sì, ma ci vorrebbe un po’ di più questo e magari un po’ meno di quello. Il tutto entro domani mattina. Spacco i collant dal nervoso. Tre cartelle di filo di nylon finiscono nel cestino insieme alla mia possibilità di avere una vita privata che non abbia come colonna sonora la suoneria del telefono e come luogo del cuore il bar sotto l’agenzia in cui lavoro. Ma Alice ce l’ha fatta anche in questo; due mariti, tre figli, capelli sempre in ordine.

Qualcuno, qualcuno che odio, credendo di farle un complimento, ha detto di lei che “scrive come una donna che si è dimenticata di essere donna”. Perché una si deve dimenticare di ciò che è per scrivere? Mi vengono in mente quei blog femminili per i quali ogni tanto mi capita di lavorare, e per i quali mi devo dimenticare di chi sono se voglio soddisfare la consegna. Ed è lì che capisco quanto sia stupida quell’affermazione. Alice Munro scrive dei racconti sublimi proprio perché neanche per un secondo si è scordata chi è veramente. E questo non significa che nella sua vita ha fatto solo cose che amava. Sono sicura, ad esempio, che quando ha dovuto abbandonare l’università per mancanza di denaro, abbia sofferto moltissimo. Ma lei, proprio come per i suoi personaggi, anche nei compromessi, ha la luce puntata sul desiderio. Il desiderio che identifica ogni essere umano. E non sto parlando di desiderio di farcela, la smania della celebrità lasciamola a E.L. James, parlo di quel desiderio di arrivare un giorno a godere di ciò che siamo o di ciò che crediamo di essere.  

È per questo che Alice Munro è capace di trovare tanta bellezza negli sfigati. E anche se i protagonisti dei suoi racconti non sono imprenditori, copy, giornalisti o grafici, spesso indossano ciabatte, proprio come il freelance, che ha bisogno di due tipi di calzature: le ciabatte, per lavorare comodo di domenica e un paio di scarpe da ginnastica, per riconcorrere i clienti che non pagano.

Alice Munro ha sempre detto di non aver deciso a tavolino di scrivere racconti, ma che semplicemente il tempo che aveva a disposizione non le permetteva di scrivere romanzi. È una delle poche scrittrici che rinunciano ai vezzi dello stereotipo e dicono la verità: dobbiamo anche vivere, lavorare a cose più redditizie delle nostre passioni, crescere figli, pagare bollette. Tutte quelle cose che un freelance normalmente fa, tutte quelle cose che chi non ha una vita del genere, troppo spesso si dimentica che anche noi vorremmo fare.  Questi non si chiamano compressi, questa è consapevolezza. Quella della Munro, quella che auguro a tutti noi.

Giulia Muscatelli

Ha un cane al quale cambia spesso nome. Una volta l’ha chiamato Giulia e da allora è convinta che sia lui a scrivere tutti i suoi racconti. Quali? Spera di poterli mettere in un libro a breve. In attesa di quel giorno, lavora tanto, mangia caramelle, troppe, fuma sigarette che non le puoi contare.

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