Dumbo, lo “straniero” che sapeva volare

Le più grandi paura della mia vita le ha instillate nel cervello tutte la Disney: se ho il terrore degli aghi e degli spilli, è colpa della Bella Addormentata; se non riesco a essere tranquilla in un bosco, è a causa di Biancaneve; se ho il terrore della morte e soffro della sindrome dell’abbandono, è per via di Bambi e Il Re Leone; se trovo orribili e inquietanti, oltre che tristi, i clown, i circhi e i Rosaelefanti volanti, è senza dubbio colpa di Dumbo, il primo lungometraggio targato Disney che mi fece capire quanto orribili sono e sanno essere gli essere umani.

Questo pezzo, quindi, è un tentativo disperato di esorcizzare parte di quei terrori, soprattutto perché era da 15 anni che non rivedevo il piccolo elefante dalle orecchie enormi ridicolizzato dai suoi stessi simili. Ci ha pensato, però, Peter Docter, sceneggiatore e regista di Inside Out, ultimo film della Disney Pixar, a infondermi un po’ di coraggio; intervistato durante la presentazione del suo ultimo capolavoro, il papà di Inside Out ha ammesso di essere stato ispirato proprio da Dumbo per via «dell’elegante semplicità che lo rende eternamente profondo e commovente».

E in effetti, nonostante i 74 anni di vita, l’elefantino più famoso del mondo resta ancora il caso più esemplare e incisivo di stigmatizzazione ed emarginazione sociale: un piccolo elefante, per l’appunto, viene allontano e ridicolizzato dal proprietario, i lavoratori e gli animali di un circo a causa delle sue lunghe orecchie. La Disney, da parte sua, non ha potuto fare a meno del lieto fine – non a caso, il suo slogan è da sempre «se puoi sognarlo, puoi farlo» – per cui, sul finale, Dumbo non solo riesce a commercializzare il suo “difetto” diventando uno degli animali più famosi al mondo, ma ottiene pure il riscatto sociale ristabilendo una sorte di ordine: ogni essere vivente è speciale, siamo uguali anche se sembriamo diversi e tutti quei blablabla che ci vengono raccontati quando si parla di uguaglianza e discriminazione, senza dimenticare che Dumbo resta comunque un elefante volante, ovvero un fenomeno da baraccone, un animale su cui speculare – tutto questo perché riesco a vedere i finali tristi anche negli happy end delle fiabe.

Se il lungometraggio Disney targato 1941 è stato quello che mi ha aperto gli occhi sulla vera natura degli uomini, qualche anno dopo Camus con Lo Straniero ha confermato i miei timori. Meursault, lo straniero, non ha le orecchie a sventola e non vola, ma resta lo stesso in disparte di fronte a una realtà che non comprende e nella quale non si riconosce, scegliendo la strada dell’apatia e dell’indolenza; il personaggio di Camus, così come Dumbo, è «morto socialmente» perché ha deciso di lasciare la madre in un ospizio, perché non ha pianto dopo la sua morte e ha accettato del cibo durante la veglia e il funerale, perché è andato al mare con una donna appena dopo esser diventato orfano, perché non ha problemi ad andare in giro con un criminale, perché non crede in Dio e non si mai posto il problema e perché ha ucciso un uomo e non osa neanche difendersi di fronte alle accuse e alle ingiurie. Mersault vive a modo suo non legandosi a nulla, vivendo per inerzia e accettando passivamente ciò che consigliano e decidono gli altri. Non si conosce e non si riconosce in niente, non sa cosa vuole, non ha aspirazioni e vede nel mondo un covo di impulsi che in lui non attecchiscono mai. Per Mersault, è la realtà che lo circonda il vero straniero, e questo vuol dire non trovare refrigerio in nessun incontro sociale. Così, il suo processo giudiziario diventa il pretesto per un bombardamento di pregiudizi e discriminazioni: non sei uno di noi, quindi sei colpevole. A conti fatti, lo straniero di Camus non viene condannato a morte perché ha ucciso a sangue freddo un uomo, ma perché non ha pianto durante il funerale della madre, perché è tornato a lavoro subito dopo la sua morte, perché non ha voluto trovare la pace nella parola del Signore, perché ha preferito passare del tempo con un donna, piuttosto che flagellarsi per la perdita di una persona cara.

Mersault è morto ogni giorno per strada, nel suo appartamento e a lavoro, non solo sulla sedia elettrica che lo aspetta alla fine del libro. Questo perché una delle parti essenziali del vivere, per fare della sociologia spicciola, è rivedersi negli altri, riconoscersi in un gesto, un passo o in una parola, fare parte di un qualcosa, come quando apriamo un libro, andiamo al cinema o accendiamo la tv per entrare in empatia con qualcuno. Io, quel qualcuno l’ho trovato, ed è Marsault. 

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