I desideri di Aladdin non sono 3 ma 101 (forse)

Torna quel sapientino del Bookaliffo e ritorna a parlare di Aladdin. Come, di nuovo, già la scorsa puntata… e invece. 

Dovete sapere che per quanto il successo del film di animazione sia stato pressoché ovunque esorbitante, sebbene abbia raggiunto lo status di classico, beh, per la sua preziosità, non è ancora abbastanza. 

Si intitola Aladdin ma celebra il Genio della lampada: Robin Williams metteva sotto la cintura l’ennesimo capolavoro prestandogli la voce e per una volta anche qui non è andata affatto male, grazie a Gigi Proietti in un’imbarazzante forma smagliante, da brividi. Non che il Genio abbia rubato le scene a qualcuno, no, no. Il genio è proprio Aladdin. 

Come scusa?

Allora, partiamo dalla notte dei tempi (che è sempre un bel posto). Le storie sono e sono sempre state di vitale importanza, servono disperatamente, per una sola ragione: fanno capire di più di se stessi. Esplicitano le correnti interiori dell’uomo, le mostrano, avete presente il gioco Memory? Se ad esempio vi ci cimentate online, per un istante, brevissimo, vedrete tutte le carte scoperte poi, sempre troppo presto, le osserverete ricoprirsi e inizia la partita, nella quale si devono mettere insieme i pezzi, accoppiarli e archiviarli, per risolvere il quadro. Quel momento di sospensione iniziale, dove tutto è chiaro e dipanato, rappresenta l’esperienza della fiaba, poi si esce dal cinema, si chiude il libro, si spegne il computer e bisogna cercare di applicare l’ordine intuito alla vita. 

E dunque se dico che il Genio è Aladdin, una parte molto alta e in gamba del ragazzino scapestrato, un po’ adesso dovrebbe suonarvi. Forse aiuta immaginarlo come uno stato d’animo, che una volta incanalato e accalappiato fa sentire chi lo prova in un certo modo, in questo caso, molto, molto potenti, molto, molto capaci di ottenere ciò che si desidera

I'm in the mood to help you, dude

Lo dice egli stesso nella versione originale di A friend like me (riascoltatela, qui in italiano), una perla, quasi un libretto di istruzioni da seguire a menadito, l’inno all’indipendenza e – se mi seguite nel discorso di cui sopra – una bellissima incitazione a contare sulle proprie infinite risorse perché se si vuole arrivare da qualche parte, lo si deve fare da soli. 

Dunque più di ogni altra storia Aladdin è un'allegoria degli infiniti meandri di se stessi ed è tanto entusiasmante perché, per una benedetta volta, la paura non è contemplata. Si tratta di un racconto di coraggio, intraprendenza, abbondanza, di successo giusto, morale, meritato, semplicemente perché si è quello che si è, anzi, si ha il coraggio di essere pienamente, di incarnare tutte le proprie forze, con la componente di magia (termine che uso tout court, per intenderci) che ci appartiene di serie. 

Guardate che le istruzioni non si fermano alla canzoncina. C’è chi ci ha fondato sopra teorie, come ad esempio Jack Canfield e Mark Victor Hansen che nel 1995 mettono a punto una tecnica per ottenere ciò che si vuole, contenuta nel libro The Aladdin Factor.

Ancora una volta, come nel caso del Genio-Gigi, l’export ha funzionato di lusso: per qualche arcano motivo ci si ritrova in Italia con una mente come Igor Sibaldi, che ha fatto sua questa teoria ribattezzandola La tecnica dei 101 desideri

Ve ne parlerò la prossima puntata, perché quel numerino è magico sul serio e Disney – che di lampada da strofinare aveva senz’altro l’ultimo modello – lo ha persino amplificato rintontendoci di cucciolini di dalmata. Nell’attesa però potrete ascoltare Sibaldi che ne parla amabilissimamente per una mezzora tonda qui.

L’ampio respiro culturale di Sibaldi (qui, qui e qui) rende infinitamente migliore la versione italiana, che è, in una parola, umana. Intanto è una delle mille vette raggiunte dallo studioso che state sentendo su Youtube, non è un soffocante punto di arrivo di una carriera, inoltre egli contempla origini e limiti, la articola a gioco, a un provare per verificare, non si deve credere nulla, ci si deve anche divertire, come con le fiabe insomma, come col Memory, ecco, possibilmente non online.

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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