Il porto proibito di Peter Pan

Peter Pan è stato uno dei miei primi amori e come ovvio che sia son state più le volte in cui avrei voluto prenderlo a ceffoni di quelle in cui l’adoravo senza pensieri. “Perché ti avvicini così tanto alla nave di Capitan Uncino?” gridavo da bambina davanti alla televisione ogni volta che passavano Le avventure di Peter Pan, troppe le volte in cui cadevo in uno stato d’ansia e d’angoscia per il mio fidanzatino (Wendy era tutta una copertura) e momenti in cui potevo solamente pensare che la mia dolce metà doveva proprio avere  la testa fra le nuvole per poter azzardarsi a sfidare nientemeno che Capitan Uncino. “Un porto proibito ai cattivi – gridavo ancora – ecco cosa dovrebbe diventare quella maledetta baia con quel pericolosissimo coccodrillo e quel terribile pirata”. Non è un caso, forse, se anni dopo mi ritrovo a raccontare proprio di Peter Pan, di libri sui pirati e, soprattutto, di un porto proibito che una casa editrice di fumetti ha portato nell’ultimo anno sui nostri scaffali rivalutando i miei pregiudizi sui filibustieri. Ma stiamo perdendo la rotta, viriamo verso  Peter Pan e le mie pene d’amore.

Come spesso capita con i primi amori, la qualità che più si ama e si adora della propria dolce metà è spesso anche l’unica e grandissima fonte di preoccupazione: il modo di vivere di Peter Pan, il suo voler prendere e affrontare ogni cosa in modo spensierato (compreso, mannaggia a lui, Capitan Uncino), era per le mie piccole coronarie un’operazione a cuore aperto.  Tra tutte le cose belle che si possono fare sull’Isola che non c’è, ti pare di dover andare a scherzare proprio con i pirati?

Lo so, i bucanieri sono affascinanti (vedesi Jack Sparrow – alla faccia delle ultime critiche a Johnny Depp ndr). I corsari sono lupi di mare, uomini coraggiosi che affrontano la vita in mare aperto con un animo invidiato da molti ma io, piccola bambina di otto anni, proprio non riuscivo a trovare il lato positivo in quelle barbe lunghe e bottiglie di rum. Le mie titubanze, infatti, erano ben fondate e la mia preoccupazione nasceva da quel libro che la maestra delle elementari volle farmi leggere a tutti i costi in una versione per bambini  che riuscì comunque a impressionarmi come poche narrazioni al mondo. Parlo de L’isola del tesoro, il noto capolavoro di R. L. Stevenson, e delle mille avventure e peripezie di Jim Hawkins. Perché a me non mi importava del tesoro e nemmeno di avere una vita così movimentata: preferivo stare a casa tranquilla sperando che Peter Pan stesse abbastanza lontano da personaggi come Long John Silver.

 Ma passano gli anni e le preoccupazioni (così come i gusti letterari) sono destinati a cambiare. Crescendo, ho continuato ad amare il ragazzino più spensierato della letteratura per bambini senza mai inoltrarmi troppo nel mondo dei pirati, quello che ancora per me pareva fin troppo pericoloso. È stato solo in questo anno, in questo caldissimo 2015, che sono riuscita a riappacificarmi con i corsari portando a casa, dalla mia libreria di fiducia, quel tesoro di graphic novel che è Il porto proibito.

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Edito da Bao Publishing, il lavoro a quattro mani firmato da Teresa Radice e Stefano Turconi è una piccola meraviglia, di quelle che per giorni e giorni vorresti sfogliare riuscendo sempre a stupirti del tratto delicato che delinea e incornicia una storia ricca di colpi di scena e di poesia. Perché io ero un poco scettica, pensavo al mondo dei pirati come a un circolo di ubriaconi e persone pericolose, e invece ne Il porto proibito le storie dei pirati sono circondate dai versi di Byron, Blake e Coleridge le cui poesie partecipano alla narrazione della storia di Abel, un naufrago ritrovato dal signor Roberts su una spiaggia in un giorno del 1807. E ha dell’incredibile la storia di questo ragazzino che mi ha fatto superare il mal di mare, mi ha portato a naufragare in un mondo pericoloso ma con scopi ben precisi, quelli che ogni vero uomo dovrebbe far diventare la propria priorità: la ricerca di se stessi.

Non so se il mio caro Peter Pan avrebbe trovato simpatici i filibustieri dell’Explorer, sicuramente gli sarebbe piaciuto aiutare Abel nella sua indagine perché tutto sommato dei veri pirati stanno sempre a correre dietro a un tesoro, morale o tintinnante che sia.  Una cosa è certa: la magia de Il Porto Proibito è la stessa che circonda l’Isola che non c’è e quella, ne sono certa, non smetterà mai di affascinarmi. 

Nellie Airoldi

Cresciuta in campagna in mezzo ai libri e ai taccuini, ha imparato che nella vita si conosce una persona solo quando la si porta ad un aperitivo perché, diciamocelo, davanti ad un buon vinello nessuno può mentire, soprattutto se vicino c'è anche una fetta di polenta.

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