La sirenetta e la libertà di espressione

Ariel era sicuramente un 2 aprile, un Sitael, come il suo creatore. No, non Disney, l’altro, il signore dell’originale, Andersen. 

Quello – per essere precisi, i giorni compresi tra il 31 marzo e il 3 aprile – è il giorno, il periodo, in cui nascono i disadattati. Me lo ha insegnato Igor Sibaldi (ovviamente. Trovi la mia personale Sibaldeide qui) e a lui l’hanno insegnato gli Antichi, ha a che fare con la cabbala, ma è una storia molto complicata. Ti basti sapere che lo dice qualcuno di molto, molto saggio. 

Ariel è una poetessa dell’altrove anelato, dell’inespresso, della voce senza volontà e della forza senza voce, incompleta in mare, ordinaria e senza doni sulla superficie, consumata dall’inattesa aggressività del mondo, che era di stimolo solo se immaginata.

Ariel è bellissima e vive nel bello senza accorgersene anche nelle poche pagine di matrice, al cui immaginario Disney si è attenuto fedelmente tanto che i fotogrammi, a confronto, ne sono una copia non solo perfetta, ma persino sbiadita.

Nelle poche pagine di Andersen Ariel diviene spuma annientata dalla sua contesa interiore, con Disney è felice, vive per sempre, ma non riesce comunque a liberarsi della sua ambiguità – addirittura è stata tra le prime principesse ad avere dei sequel che, peraltro, la vedono tornare pesce. Insomma, in nessuna delle due versioni Ariel si risolve.

Se però vi fosse una terza via? Se il suo fosse un destino – un’obbedienza, cioè, a forze grandi ma invisibili – a cui è possibile sottrarsi? 

Io comincio a pensare che ci sia e che passi da una nuova storia: la sua. Se Ariel divenisse narratrice di quell’istmo in cui vive, se lo percorresse salda, senza evitarlo, anzi benedicendolo, se si beasse della splendida e unica visuale che da lì può godere lei e solo lei, se prendesse carta e penna – o magari un piano e si mettesse gorgheggiare – Ariel si risolverebbe, totalmente incurante del luogo da cui narra. 

Ha le pinne? Una corona in testa e le scarpette da ballo? Chi se ne frega, basta che racconti ciò che sente, senza paura che Tritone muoia di dispiacere o che Eric la senta un po’ lontana. Lei è lontana, lei viene da Altrove, che è un posto fantastico, che nessuno ha mai visto, eccetto, forse, Peter Pan. 

Insomma quella di Ariel è una favola sulla necessità vitale di esprimersi e secondo me finisce male solo in parte: se rompete anche voi un anello della catena, vi accorgerete che la spuma del mare in cui si dissolve, non è altro che un modo per venire riassorbita dal suo creatore, il vero disadattato che, prima di finire, si è accorto di quanto avesse bisogno di lei nel proprio cuore per andare avanti a raccontare il mondo ineffabile delle favole che lui, meglio di chiunque altro, conosceva benissimo. 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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