Mary Poppins e Walt Disney: due eroi contro la pedagogia nera

Mary Poppins è una storia divisa in due capitoli: il primo uscito nel 1964, il secondo nel 2013.

Il primo capitolo, così intenso, visionario, misterioso, ha fatto la storia del cinema per milioni di motivi, secondo me tutti legati dal fil rouge del non detto.

Fate un esperimento: chiedete e chiedetevi come percepivate Mary Poppins quando eravate piccini. Vi riferisco la mia esperienza: mia madre aveva comprato la videocassetta, ma mi ci volle un sacco per farmela piacere. Poi per la noia di avere già visto tutto il vedibile dello scaffale dei video, presi a guardarla, a bermela di un fiato, come solo i bambini sanno fare, e la amai alla follia. Ad oggi si trova nella rosa dei film di cui mi ricordo le battute. Ma per un sacco di miei amici non è stato così: lo rifuggivano, non lo capivano del tutto, ad alcuni metteva tristezza. Furba io, scemi loro? Semmai l’incontrario. 

Loro percepivano l’intento subliminale, capivano come fosse un film in cui i bambini non erano artefici del proprio benessere, che rimaneva invece subordinato – vittima addirittura! – ai grandi e con i grandi, i piccoli lo sanno, è una roulette. Se ti va male, ti becchi un padre come il signor Banks, se ti va bene incontri un testimone (per dirla con Alice Miller) à la Mary Poppins. Dunque l’esempio formativo in onda non riguardava affatto uno spettatore al pari del piccolo uomo in crescita, avido di esempi e trucchi per evolversi forte e pieno di successi, no, riguardava un adulto e per di più con un sacco di cacca in testa, molto simile a quelli che il piccolo spettatore già si trovava costretto a dribblare nella vita di tutti i giorni, quando non giocava o guardava la tv. 

Quindi Mary Poppins te lo becchi tu, se ti compri tutti i sorrisi che ci hanno messo intorno per abbellire un messaggio diretto ai grandi tristi, io passo – avrebbero detto i miei amici, se pungolati un po’.

All’epoca forse ero troppo ingenua e dipendente da una figura genitoriale forte per mettermi in tale ordine di pensieri e la società, più simile a un bimbo lobotomizzato dai grandi, da sempre mai assuefatta di belletti e risate facili, ha fatto il resto, rendendo il film un colossal dell’intrattenimento spensierato.

I bambini con gli anni perdevano lucidità e il segreto mesto di Mary rimaneva ben custodito, al massimo se ne percepiva l’alone. 

Che Mary Poppins tratti di un argomento complicato e scomodo, che sia un primo e pionieristico tentativo di battaglia alla pedagogia nera però è diventato palese con Saving Mr. Banks del 2013. Da filologa l’ho amato alla follia poiché ignoravo l’esistenza dei romanzi ispiratori di Pamela Lyndon Travers e da filologa affascinata dalla psicologia ho goduto ancora di più di quel processo proibito nella vera letteratura di dare all’esperienza esistenziale dell’autore un’importanza superiore ai testi. 

Gli autori qui sono due, Travers e Disney, che all’epoca intervenne con mano pesante nella sceneggiatura, che tra l'altro andrà in mano a un regista dal nome bellissimo per chi ama la genialità e le coincidenze letterarie: Robert Stevenson, omonimo di uno dei più grandi scrittori mai esistiti, Robert Louis Stevenson. 

L’atto rivelatore, l’outing dell’avere avuto figure adulte di riferimento problematiche (Miss Travers) o durissime (Walt Disney) ha scoperto allora le carte, spiegando a quei bambini che di fronte a Mary si tappavano il naso quanta ragione avessero e guarendo anche gli altri, che nel mondo magico si abbacinavano per lenire la durezza della realtà.

Perché tutta questa energia chiarificatrice potesse diventare di pubblico dominio ci sono voluti 49 anni e la morte degli autori, ma alla fine è successo. Alla fine ho potuto esclamare: “Ora sono le otto!”.

Tempo e coraggio sono tutto ciò che ci è voluto per dare avvio al plateale e globale smantellamento delle strutture educative nocive che più di una generazione si ritrova sotto pelle. Il lavoro non è finito, è palese (lo è per lo meno a chi frequenta ambienti popolati da bimbi e genitori), ma noi siamo fiduciosi e tenaci, proprio come Mary e Walt

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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