Mulan: la #GirlBoss di casa Disney

Stamattina ripensavo alla pubblicità dei pannolini Huggies; quell'orrenda pubblicità dei pannolini progettati per le differenze tra i sessi, dove "lei penserà a farsi bella, lui a fare goal. Lei cercherà tenerezza, lui avventure. Lei si farà correre dietro, lui invece ti cercherà" (cit.). Quella porcata di pubblicità, insomma. La sagra dello stereotipo.
E se io, da bambina, avessi voluto diventare un'allevatrice di bufali da grande? E perché il mio amichetto dovrebbe sentirsi condannato da una giuria di suoi pari dell'età cinque anni e mezzo, se decidesse di mettere il suo Action Man in cucina a sfornare cupcake, anziché mandarlo a fare la guerra ? Mi pare un messaggio un po' di cacca – e pur trattandosi di pannolini, non è una bella cosa.

Poi però, ho anche pensato che è difficile sognare fuori dagli schemi, se persino i più solidi riferimenti culturali che abbiamo (le videocassette-originali-Walt-Disney-Home-Video, nel mio caso), giocano ancora secondo anacronistiche regole. 

Ammettiamolo: le Principesse Disney, per quanto belle, gentili e soprattutto intonate, non brillano certo per intraprendenza. La passività è un tratto che purtroppo contraddistingue molte delle protagoniste. Aurora e Biancaneve giacciono letteralmente incoscienti fino a quando un semi-sconosciuto grande amore arriva in loro soccorso, e Cenerentola preferisce restare chiusa in mansarda a sospirare anziché andare a recuperare quel che le spetta – scarpetta e principe.
Sì, d'accordo, Ariel si sottopone ad un intervento di chirurgia plastica extreme, che manco le labbra di Amanda Lepore, ma non è certo un atto di auto-determinazione: semplicemente vuole sgambettare a fianco del principe Eric. Non è mica poi così diverso da quando in terza media ho cominciato ad indossare compulsivamente una maglietta di Che Guevara nella patetica speranza di fare colpo sul mio vicino di casa coi dreadlocks.

Poi però, un giorno, nell'anno 1998, arriva lei, Mulan. Mulan che non ci sta a diventare un grazioso trofeo da marito, a farsi bella, a cercare tenerezza, a farsi correre dietro (o no, Signor Huggies?). Mulan che vuole dare molto onore alla sua famiglia pur seguendo la sua strada. Mulan che si lega i capelli, fascia il seno, indossa l'armatura e va a prendere a calci in c**o gli Unni (e pure un po' il caro Li Shang, a dirla tutta). 
Fa Mulan è la badass delle principesse Disney. E anche, a conti fatti, la prima vera eroina: una donna che sfida apertamente le convenzioni sociali, perché sa di essere destinata a grandi cose, ha solo da trovare il suo riflesso. Come dire, "se non puoi essere un pino sulla cima della collina, sii un arbusto nella valle, ma sii il miglior piccolo arbusto sulla sponda del ruscello'. 

O ancora meglio, sii un enorme cespuglio in grado di mettere in ombra anche il pino sulla cima della collina. Proprio come ha fatto Sophia Amoruso, che in soli otto anni è passata dall'essere un'anonima rivenditrice di abiti usati su Ebay a CEO e Creative Director di una delle compagnie più influenti nell'industria del retail, con un fatturato che supera i 123 milioni l'anno: Nasty Gal.

Sophia non è la solita habituè del mondo della moda, cresciuta a pane (integrale) e Yves Sant Laurent, ma la figlia di una famiglia californiana del ceto medio, sprovvista di un qualsivoglia titolo di studi superiore e con alle spalle una pletora di lavoretti più o meno strampalati: dalla sandwich artist di Subway al controllo documenti presso una scuola d'arte di San Francisco. Oggi Sophia Amoruso è l'icona pop femminsita per eccellenza, o – per usare un termine da lei stessa coniato – una #GirlBoss, spalleggiata da veterane della scena quali Lena Dunham. Un successo globale dovuto ad una maniacale attenzione al dettaglio che sfocia nell'OCD, duro  lavoro e genetica intollerenza alla noia.
E
 #GirlBoss: come ho creato un impero commerciale partendo dal nulla è anche il titolo del primo libro della Amoruso, pubblicato in Italia da Sonzogno e di recente uscita. Il libro, più che un autobiografia, è una sorta di vademecum per tutte le #GirlBoss là fuori in atto e in potenza, un manuale dettato da una 'self-described weirdo' su cui nessuno al liceo avrebbe mai scomesso un penny e che oggi annovera invece il suo nome nella lista dei 30 under 30 di Forbes.

#GirlBoss: come ho creato un impero commerciale partendo dal nulla è un manifesto del 'I can do it'! in chiave femminile, anzi del 'We can do it!'. Perché ogni donna ha dentro di sè una #GirlBoss come la stella danzante di Nietzsche pronta brillare di luce propria.
Ricevuto il messaggio, Cenerella? Alza il regal deretano e smettila di frignare. Indossa la scarpetta – quella che ti è rimasta – e vatti a riprendere l'altra insieme a tutto il resto che vuoi dalla vita. Il mondo è tuo d'altronde, #GirlBoss.

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