Resta con me… ma anche no.

Ogni volta che un genitore dice al proprio figlio ciò che non può fare, c’è qualcosa che non va. Nel genitore. 

Ascoltate Resta con me e lo capirete perfettamente: per madre Gothel Rapunzel è svampita, non è bella, è assai distratta, piena d’ansia e di dubbi e soprattutto non può uscire per conto suo. Pochi fotogrammi prima, simbolicamente, Rapuzel obbediente accendeva delle candele per fare fronte a una stanza buia, lumini spenti poi dalla madre nel momento stesso in cui la figlia non la vede.

Spegnere luci interiori, risorse, fare in modo che la figlia non se la cavi da sola, ma che conti sempre e comunque su un qualcuno o un qualcosa di esterno per risolvere i nodi della vita, il buio ne è un buon esempio, prima paura di molti.

Gothel, Dorian Gray ante litteram, è dipendente dalla chioma di Rapunzel e dunque rende la giovane in modo davvero esplicito – almeno per noi al di qua dello schermo – dipendente dalla sua persona. Ed è questa luce del sole sul meccanismo di dipendenza in atto che permette al pubblico di non essere veramente terrorizzati da Gothel. Nella quotidianità però l'occhio di bue puntato sull’ oh, quanto è tutto così sbagliato non esiste e, nel caso esista, fa un male cane sporgersi per scorgerlo, inoltre è intermittente, perché non si può essere sempre totalmente spietati con la persona che ti ha generato, è abbastanza contro il DNA. 

Rapunzel stessa, che impersonifica noi nella vita reale, quando l’ormai vecchissima matrigna cade dalla torre – grazie allo sgambetto dello spiritello savio che è Pascal, sempre sulla spalla della protagonista come certe vocine interiori – persino in quel momento, quando la malefica ha ucciso il suo vero amore, tende le mani per salvarla. 

E dunque agli occhi di Rapunzel le paroline d’affetto, le coccole e gli abbracci sono veri, autentici, mentre noi vediamo chiaramente – e prediamolo come dono! – quanto siano una compensazione artificiale, ulteriore strategia per non liberarla dal dubbio. Proprio un momento di “affetto” mi è piaciuto ritrarre nell’immagine header dell'articolo, in quanto emblema subdolo della dipendenza: chi ti ama ti dona le ali, chi ti tiene stretto a sé non sempre ama, non sempre sa amare. 

2Avrei preferito usare a cuor leggero l'immagine a sinistra, in cui il motivo per la spregevole attitudine di Gothel è palese: lei ha bisogno dei capelli per non morire, ma sarebbe stato concedere troppo al veicolo che è la fiaba e troppo poco al messaggio preziosissimo che Disney ha voluto qui librare nell’etere. 

Gothel non ha solo bisogno di capelli, ha bisogno della stampella per non sentirsi vana, necessita lei stessa di una ragione di vita, una bambola, un robottino che giustifichi la sua esistenza, qualcosa – appunto una cosa, non una persona con la sua infinita ricchezza e sfaccettature – da curare, che la faccia sentire utile.

Vi siete ritrovati? Benvenuti. E state sereni, la dipendenza genitoriale è praticamente legalizzata, in particolare nel nostro paese, ma non c’è bisogno di approfondire ora il dettaglio. Però siate anche consci che questo tipo di dipendenza è portatrice di enorme infelicità, del senso di mancata pienezza così familiare, appunto. Soprattutto quando rimane sotterrata dal consenso generico, dalla paura di vedere.

Vorrei citarvi tre autori fortemente dipendenti dalle madri: Baudelaire, Rimbaud, Nietzsche. Il primo è il codificatore del pessimismo moderno, il secondo è demolitore di ogni legge interiore e letteraria divenuto per noia commerciante d’armi in paesi in guerra, il terzo poi è morto pazzo proprio a causa dei legami stretti e duri a cui madre e sorella lo obbligavano, incapaci di accettarlo per la persona autentica che effettivamente era in luogo del bamboccio che si erano belle belle fabbricate.

Forse una piccola riflessione, magari circa un taglio di capelli, o meglio di cordone ombelicale – è ancora lì? – la farei fossi in voi. 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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