Cronache del rum / Baby William, tipografo e pugile di piombo
Dopo averci regalato lo spettacolare ritratto di Arthur Cravan, poeta e pugile, critico dadaista e nipote di Oscar Wilde, lo scrittore Alberto Prunetti ci manda da Cuba – a partire da oggi e per quattro settimane – queste sue cronache del (e dal) rum, che raccontano d'incontri stupefacenti con scrittori e personaggi noti e meno noti dell'isola. Se l'America aveva Hunter S. Thompson e il suo gonzo journalism, noi di Finzioni abbiamo Alberto e le sue cronache cravaniane!
Logotipo del tipografo pugile, Guillermo Ginestá Almira calcherà negli anni Cinquanta i ring di Cuba e della Florida sotto l'alias di Baby William. Piombo nei pugni e piombo sotto le dita, per tirare avanti seguirà il mestiere del padre linotipista catalano quando rimarrà orfano di entrambi i genitori a 11 anni, nel 1941. “Hay que luchar”, come si dice qui a Cuba, e il piccolo Guillermo-William non si tira indietro, e lotta. Qualche ora come apprendista in tipografia, e poi in strada, a vendere i giornali, a fare il lustrascarpe e a dare cazzotti ai bambini più grandi e prepotenti. A Camagüey si appoggia al fratello più grande, ovviamente tipografo, entrato in un'organizzazione rivoluzionaria del hombre guapo Antonio Guiteras. Lascia un pezzo di dito dentro a una macchina ma il sacrificio sulla pressa dell'editoria non inciderà sull'altare del pugilato.
I guantoni se li infila il giorno in cui passa davanti a una palestra di boxe gestita da un tipo che si vanta di aver combattuto con Kid Chocolate. Chiede di provare. Gli fanno tirare su i pantaloni e togliere la camicia, e non ci credono quando quel ragazzino smilzo non si fa toccare dall'avversario. Comincerà quel giorno a smontare lo scetticismo che lo circonda, con le sue confutazioni a suon di montanti e uppercut. Nessuno gli dà mai lezioni, sul ring è mobile come un carattere di piombo in una Linotype che non va mai a capo. Passa a una società di pugili poveri ma bianchi (le altre sono o per bianchi ricchi o per negri) e lo fanno subito combattere in cambio di vitto e alloggio. Diventa professionista senza mai essere stato dilettante: è il 24 ottobre 1948 quando, con un paio di scarpe da ginnastica prese in prestito, si ritrova per la prima volta in un combattimento vero. Nel primo round si muove bene, punzona come un tipografo indiavolato ma non colpisce duro. Quando il coach gli dice di picchiare più forte, l'ingenuo tipografo risponde: “Si può?”. Ovviamente sì.
Comincia a picchiare davvero, per dar voce coi guantoni alla sua rabbia contro il sistema. Smette di fare il tipografo, vive di pugilato e la sua borsa cresce. Ha solo 17 anni, è un cane da presa, un Welter che non ha mai studiato la tecnica della boxe. Nel 1952 gli propongono un bel gruzzolo di dollari per andare a combattere a Caracas, ma quando dichiara le sue idee politiche il console venezuelano, esponente di un governo golpista, gli rifiuta il visto. Lo mandano però in Florida. Negli USA combatte 17 incontri. Vince quasi sempre. Rimane storico l'incontro con l'italo-americano Carmen Basilio, del 1952, e quello del 1953 contro Bob Murphy, un irlandese che aveva dato il KO al toro scatenato Jack La Motta. Nell'occasione gli spettatori dovranno ripararsi coi giornali per proteggersi dagli schizzi di sangue: ancora tipografia e pugilato, sulla strada di Baby William. Per la cronaca vince il cubano. Che offre all'irlandese la rivincita, ma rivince anche quella.
Ormai siamo al 1954. Fidel Castro ha già assalito la Moncada, gli universitari cubani occupano le facoltà mentre Batista fa ammazzare e torturare gli oppositori. Baby William combatte continuamente, i manager lo sfruttano, lo spolpano, gli tolgono un'appendicite e dopo due mesi lo rimettono sul ring. Comincia a perdere. Poi si rende conto che lo stanno fregando, che quei soldi che lui guadagna finiscono nelle mani di gente che non rischia nulla. Dopo quattro operazioni e quattro incontri in pochi mesi, si toglie i guantoni, esce dal quadrilatero e ritorna in tipografia, a Camagüey.
Nella tipografia Lavernia si stampano proclami rivoluzionari. Il fratello Tony compra caratteri in piombo a la Habana, stampa pagine incendiarie e fa scomparire i piombi e le matrici sotto terra prima dell'arrivo della polizia. Lascia i volantini nei palazzi più alti, perché il vento li disperda per le strade della città. Quando i rivoluzionari del Granma sbarcheranno a Oriente, i tipografi di Camagüey sono già al servizio del Movimiento 26 de Julio.
Nel 1958 Tony entra in clandestinità e affida la tipografia al fratello Baby William: dal piombo fuso Tony è passato a quello incartucciato, col quale ha cercato di attaccare la centrale elettrica di Camagüey. L'attacco è fallito e Tony è rimasto ferito di striscio. Lo curano in ospedale e gli tingono di biondo i capelli per non farlo riconoscere ai birri di Batista. Poi lo fanno espatriare in Messico. La rivoluzione trionfa nel 1959 e Baby riconsegna la tipografia al fratello. Baby William rimarrà celebre per qualcosa che non ha a che fare con il pugilato: è l'ultimo ad aver stretto la mano al rivoluzionario Camilo Cienfuegos, prima che questi scompaia nel nulla viaggiando temerariamente su un aeroplano a corto di benzina. È vero, ma non tutti gli credono.
Anche i giovani cubani di oggi, quando gli racconti la storia di Baby William, non ci credono. Compari, questo è Baby William, il pugile tipografo, il piombo mobile della rivoluzione. E adesso che anche Alberto Granado se n'è andato, rimane questo vecchio smilzo a raccontarci l'epopea delle ribellioni giovanili degli anni Cinquanta. Magro e pieno di rughe, infilato in una Cadillac del '54, sorride ai ragazzi cubani, flippati da tatuaggi, salsa e discoteche e con la testa nella Florida di plastica di MTV. A Miami, lui ha già picchiato tutti, tanti anni fa… e, carajo, nessuno a Camagüey ci crede.
Alberto Prunetti





