Il pregnancy porn non è quello che vedete quando vedete allattare

NB: C’è un libro che sottostà a questo articolo ed è Painless Childbirth di Giuditta Tornetta, ostetrica di origine italiana oggi stabile in California che, per quanto svela e insegna alle donne in gravidanza, dovrebbe essere un Oscar Mondadori o per lo meno un bestseller di Macrolibrarsi. Ovviamente non è nemmeno tradotto in italiano. 

 

Capisci di vivere in un mondo intimamente disconnesso da se stesso quando il concetto di porno non è più il medesimo per due persone di fila.

Se vi domandassero che cosa fosse la pornografia oggi, a che cosa pensereste? A Youporn? Io penserei a un video di Youporn con una vaga testa bionda e diversi centimetri di pelle rosa in sottofondo. Questo è quello che visualizzerei meccanicamente. Nel visualizzarlo sarei del tutto priva di sentimenti: si tratta di un’immagine vuota, svuotata, fissa e fin troppo condivisa per esprimere qualcosa.

Tuttavia se dovessi dire che cosa io avverta come pornografico, sentirei prima una stretta alla bocca dello stomaco e poi penserei a Barbara D’Urso – o un clone a caso -, che urla sotto i riflettori, attorniata da occhi vuoti, bocche socchiuse e applausi. 

Altre persone invece si sentono profondamente offese dai sentimenti, in particolare da quelli che non riescono a gestire, a comprendere – letteralmente ad afferrare e fare propri -, dalle esperienze emotive tanto omologate da portare con sé aspettative smisurate che, come è umano, si teme disattendere ricoprendosi di ridicolo agli occhi del prossimo. 

In quanto madre ho fatto, e continuo a fare, grossa esperienza di questo. 

Per evitare di infierire sulla maternità e sul suo già strabordante carico di cliché obbligatori, ben rappresentato da un mercato editoriale saturo di consigli a buon prezzo, ho sempre tenuto per me qualunque discorso inerente, perché in ogni caso non riesco a ridurlo a qualcosa di socialmente accettabile e condivisibile.

Quando però vedo le immagini di nascite non ospedaliere, di donne che allattano, di corpi che portano, come è naturale, i segni della gravidanza, schifate, derise (dalle donne principalmente!), evitate e infine censurate dai social network al pari del porno reale – solo parzialmente inerenti, ma vedasi le recenti vicende di #goddess e #curvy silenziate su Instagram -, farei un torto a me stessa e alle mie riflessioni se continuassi a stare zitta.

Parlo e mi intristisco incommensurabilmente quando appuro che anche persone intellettualmente ricche nascondono i residui dell'epoca vittoriana, degli anni Cinquanta, del puritanesimo religioso, citate un sistema riuscito a caso, che emergono come stronzi galleggianti in un bellissimo mare al primo accenno d'insicurezza. Sostenuti da scaffali interi di libreria invoglianti a una pronta lettura, nemmeno a dirlo. 

Quando si cercano disperatamente certezze e rifugi dall'autenticità, le donne diventano etichette anche per altre donne, la naturalità del corpo diventa una prova di vita vissuta nel suo essenziale e dunque va occultata e nascosta, il naturale decorso del parto, il naturale prendersi cura del proprio figlio, diventa uno schifo da espletare in privato. 

La bella notizia è che quasi mai sono le persone, sono quasi sempre i condizionamenti estranei all'animo. L'ulteriore bella notizia è che se ci si libera dai condizionamenti, non si muore, anzi si vive meglio. La brutta notizia è che c'è in giro un'epidemia di paura che è facile beccarsi e che porta a carcare persone indignate allo stesso modo con cui tentare di creare un muro contro l'inarrestabile marea che è il ritorno all'essenziale, all'organico. E non semplicemente sottoforma di cibi fighi, cotone bio e ritiri in resort naturali attrezzati con attualissime capanne sostenibili, no, no, intendo pacchetto completo: tetta fuori al bar compresa.

Editorialmente parlando, i libri che vanno in questa direzione non sono quasi mai rappresentati dai grandi gruppi, ma si sostengono in modo considerevole con il passaparola. Insomma, se Giuditta Tornetta è stata l'ostetrica di un personaggio pubblico di grande risonanza come la cantante Pink, si può ragionevolmente e con fiducia pensare che il sistema odierno stia in effetti imbarcando acqua.

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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