L’unicorno è porno

Esiste, tra gli altri, un filone di letteratura rosa con una tradizione culturale un pochino più alta rispetto agli Harmony o alle autrici self sbarcate alle grandi case editrici.

Vi si annoverano ad esempio i romanzi femminili a sfondo storico, tra cui spicca il lavoro di Georgette Heyer, che ha ambientato tutti i suoi racconti tra il XVIII secolo e la Reggenza. Graziò questa terra poi anche l’assai meno nota Jeanne Bourin, che altrettanto fece con il Medioevo (urrà!).

Agli albori degli anni Duemila, è invece emerso il talento di Tracy Chevalier. Un po’ inquietante a dire il vero, ne scopriremo i motivi. 

Per intenderci, costei è anche l’autrice del romanzo da cui è stato tratto il film che lanciò Scarlett Johansson alla fama intergalattica, La ragazza con l’orecchino di perla, ovvero le ipotetiche avventure tra il pittore Vermeer e la servetta che posò per il celebre ritratto della Ragazza col turbante

Forte della mia incapacità nel leggere libri post grande schermo, mi fiondai sul successivo romanzo dell’autrice americana, La dama e l’unicorno. Pensavo di incontrare un romanzo raffinato, come fu per i lavori di Bourin, che mi divorai addirittura i francese – non sempre la raffinatezza viene comprata dal mercato editoriale nostrano -, invece mi ritrovai dinnanzi a qualcosa di… robusto.

Non voglio definirlo grezzo, nemmeno gretto, sarei troppo severa, ma che il libro abbia fattezze squadrate è indubbio. La sensazione fu di assistere alla ripetizione della lezione sul ciclo di arazzi, a cui ci si ispira, imparata per benino. Per renderla forse più interessante, la studentessa-autrice avrebbe deliberatamente aggiunto pennellate hot & heavy che, per l’amordiundio, ci stanno anche, solo che. 

Solo che nel Medioevo l’esplicito proprio non andava per la maggiore. Non brillavano per pudicizia od ostentato perbenismo, come forse erroneamente i cliché sull’epoca possono portare a credere, semplicemente piuttosto di dire che si fa l’amore, si parlava di un pugnale e di una guaina, di un coltello che taglia un pane caldo, di un mantello che copre le spalle, di un unicorno che diviene fedele amico di una vergine…

Eccolo l’unicorno quale sinonimo di pene. Dalla notte dei tempi, dai tempi del parto del primo unicorno, l’unicorno è il pene vigoroso che sorprende la fanciulla nei boschi (incantati o meno, vedi anche alla voce camporella) e la fa sua per sempre: non si può scordare la vista di un unicorno, vero o no? Proprio come la prima volta.

Insomma Chevalier aveva la spudoratezza sotto gli occhi per tutto il tempo, fin dal titolo, fin dall’ispirazione, eppure non ha sondato per bene le profondità di tanta avventatezza, anzi, l’ha bypassata, correndo a scrivere di rapporti sessuali espliciti laddove, se corteggiata e valorizzata un minimo con qualche artefizio del mestiere dello scrivere, la misura della seduzione sarebbe già stata saturata. 

Avrebbe realizzato un lavoro filologicamente perfetto, accostando all'ambientazione, gli interni del romanzo, ottimamente resi (bisogna renderle atto, è il suo punto di forza) a una coerenza fine, sottile, di pensiero e di espressione con l’epoca narrata. 

Dunque è inquietante: negli anni (2000 e 2003) che assunsero i toni di un spartiacque tra la modernità e la contemporaneità culturale, la ricercatezza e, fatemi ripetere, la raffinatezza storica, si accompagnarono per la prima volta alla tendenza all’erotico spinto e palese di cui oggi, 2015, non ne possiamo più. E tutto grazie all'unicorno, che guardacaso è tornato a essere mainstream.

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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