OITNB e lo sdoganamento delle fantasie lesbiche (etero)

Photo credit: Hermann Foesterling

Per molte donne il lesbismo è stato a lungo un segreto porto sicuro. Più che un’abitudine sessuale reale, un luogo mentale al quale approdare quando il disgusto per il coniuge raggiungeva vette intollerabili, un approdo felice dove ancorare protette dalla soffice certezza delle palpebre chiuse nel mentre di un atto poco gentile o non particolarmente voluto, un piacevolissimo diversivo nella desertica presenza della benché minima stima nei confronti degli esemplari maschi a disposizione. 

Non parlo delle ben più serie, e assai affrontate, questioni di identità di genere, di orientamenti sessuali negati o soffocati, no, mi fermo prima, molto prima. Torno alla convinzione atavica che mi piace cullare dell’eros come desiderio verso quanto di bello e gentile e volto all’infinito esista, a quella nuce pansessuale che sta in ogni uomo, sepolta più o meno fittamente da strati di convenzioni e giudizi e morigerazioni sociali, a quella consapevolezza di potere amare in sincerità qualunque cosa, chiunque, a dispetto dell’istinto riproduttivo, delle concezioni morali di bene e di male.

Vado a ripescare un concetto tanto – ahimè – lontano, quasi sia meglio parlare di un sentire, per arrivare al come di molte donne, che non avrebbero nessuna remora a chiamarsi eterosessuali sotto le fredde luci del neon selettivo e etichettante del mondo, abbiano in realtà nutrito, e nutrano, abbondanti fantasie erotiche nei confronti del proprio stesso sesso. Questo secondo me risiede nella coscienza storica di essere femmina – perché parlare di inconscio collettivo che pesa quanto macigni sulle spalle è obsoleto –  detta più facilmente è, sempre a parere mio, una traccia alternativa a un patriarcato asfissiante su tutti i fronti creativi. Dunque se persino nell’atto creativo per eccellenza, nel piacere, ci si sentiva (sente) di norma dominate da un dover essere che calzava (calza) strettissimo, era (è) facile e di sollievo proiettarsi tra simili, per godere quantomeno di muta solidarietà fisica. 

Portiamo tutto questo nell’Ottocento, con Colette ad esempio, scrittrice di memorabili scene saffiche, e il quadro si fa più nitido, insomma da tale distanza temporale, e senza il pressante fiato sul collo della contemporaneità, le gabbie sensuali in cui era (è) rinchiuso il gentil sesso sono assolutamente più visibili, vero?

Sarà forse questo alone privato, che sfugge alle definizioni, che si ammanta di ineffabilità, a rendere le recenti trasposizioni video della serie Orange is the new black – fenomeno che ha alle spalle la vendutissima, e meno sexy, biografia di Piper Kerman – tutt’altro che eccitanti per le eterosessuali un po’ represse, ma nemmeno troppo, silenziosamente pansessuali e potenti, che non hanno voglia di urlare ai quattro venti un sentire così vasto.

Che la freddezza intima con cui si può dunque accogliere lo sdoganamento del sesso fra donne non dichiaratamente omosessuali – lungi da avere qualcosa da spartire con lo sdegno puritano – sia comunque un ultimo brandello di resistenza? 

Che faccia invece avvertire la bruciante sensazione del diario segreto letto dalla madre? 

O, ancora e al contrario, rimanga comunque un’eccessiva esposizione di un sentire che non ha più voglia di mediazioni e nemmeno di esibizioni?

Forse addirittura un primo tentativo di brandizzare sempre e comunque una nuova (o sarebbe meglio dire, ritrovata) libertà sessuale?

Non lo so, non ora su due piedi, ma guarda un po’ quante domande fa sorgere un libro e nemmeno un pezzo di alta letteratura!

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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