P di poesia, P di porno

Dici poesia, dici porno. Almeno, così pareva essere alle origini. L’argomento dei versi osceni tra gli antichi romani è talmente mainstream che qui a Cunnilibrus non ci siamo ancora dati la pena di affrontarlo. Ma per amor di completezza…

Conosciamo più o meno a fondo i mosaici e gli affreschi a tema erotico che ogni tanto rinvengono insieme alle ultime spoglie archeologiche dell’impero: i più colti sapranno anche dei versi perversi del Satyricon e di un sacco di altri hot movies di serie B andati in scena prima della venuta del Cristo e negli anni immediatamente successivi. 

Oggi però ci concentreremo sui componimenti di Gaio Valerio Catullo, genio scomparso in fretta, uno a cui scrivere bene veniva di getto – anche se perdeva gran tempo a levigare e aveva il pallino della tradizione letteraria – e che di certo non le mandava a dire.

Del nativo veronese conosciamo i tanti carmi, tra i quali se ne nascondono venti che definire profani è voler indossare la veste dell'educanda. Sappiamo quanto i romani fossero lascivi e dunque non ci lasceremo certo scandalizzare, ma la peculiarità che risiede nei versi del tenero Catullo è quel bilanciare con nerbo, irritazione e violenza tutta la dolcezza che invece sprigionano i canti ufficiali. 

Chi ha dimenticato i versi per la più matura Lesbia?

Da mi basia mille, deinde centum,

Dein mille altera, dein seconda centum,

Deinde usque altera mille, deinde centum.

Dein, cum milia multa fecerimus,

Conturbabimus illa, ne sciamus,

Aut ne quis malus invidere possit,

Cum tantum sciat esse basiorum.

(Baciami mille volte e ancora cento / poi nuovamente mille e ancora cento, / e dopo ancora mille e ancora cento, / e poi confonderemo le migliaia / tutte insieme per non saperle mai, / perché nessun maligno porti male / sapendo quanti sono i nostri baci).

Beh, dimenticateli adesso, perché il Catullo proibito usa tutto un altro registro. Si vede che conosceva bene e di prima mano i vecchi bacchettoni dei quali sparla con la sua amante (in versi che non vi ho qui riportato). Necessitava dunque di una valvola di sfogo per spurgare tutto l'odio per loro accumulato – e non solo per loro. Ovviamente che i romani fossero pansessuali non ve lo devo certo dire io, vero? Il clou di queste poesie non è infatti il gran numero di destinatari maschili e la descrizione di routine sessuali che oggi farebbero scattare rosari alla mano o manifestazioni di falsa solidarietà come se piovesse.

Leggeteli e riflette su quanto la libertà non progredisce con il progredire degli anni: potete farlo qui. Intanto vi lascio la traduzione del carme 42, Restituiscimi i versetti lurida cagna, dedicato all'amore morboso per gli endecasillabi. È giusto un assaggio per invogliarvi:

'Fetida d'una puttana, restituisci i versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta'.
Te ne freghi? Oh che zozza, che gran troia,
la più degenerata che possa esistere. 

 

 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

5 Commenti
  1. Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
    illa Lesbia, quam Catullus unam
    plus quam se atque suos amavit omnes,
    nunc in quadriviis et angiportis
    glubit magnanimi Remi nepotes.

    “glubit” può essere tranquillamente tradotto con “lo scappella”: era il verbo utilizzato per designare l’attività dei contadini di “scappucciare” il grano.

    La traduzione: Celio,la nostra Lesbia,quella Lesbia,
    sì,quella Lesbia famosa,la sola donna che Catullo
    ha amato più di se stesso e di tutti i suoi,
    ora all’angolo delle vie e nei bassifondi
    lo scappuccia ai magnanimi nipoti di Romolo.

  2. A Silvia Dell’Amore
    ho letto la bella traduzione che suggerisci e in particolare l’interpretazione di glubit è meravigliosa …
    non ho potuto resistere .. ho aggiunto il carme 58 nella pagina … quella linkata da Michela nel post … usando scappellare … invece del solito scorticare o roba simile 🙂
    … ehmmm grazie .., da sola glubit vale i 5 versi .. spero non te la prenderai per essermi appropriato della traduzione della parola
    ciao

  3. @Filippo: Ci mancherebbe altro! Credo sia la traduzione più efficace, visto che, in questo caso, il grano c’azzeccava poco 🙂

  4. A Silvia –
    Silvia, rimembri ancora quel tempo .,.,., a no scusa .,., quella è un’altra Silvia 🙂

    vabbè ,., seriamente … assolutamente una bellissima interpretazione
    il mio vecchio vocabolario Georges Calonghi stampato nel 1930 per glubo mi da:

    glubo, ere: sgusciare, scorzare = derubare, magnanimos Remi nepotes “cavar la pelle a” senso traslato Catullo 58,5

    ora se pure il vocabolario non fa riferimento al grano, “sgusciare, scorzare” è assolutamente riferibile alla pannocchia … e considerando cosa Catullo intendeva stesse facendo Lesbia ai nipoti di Remo la traslazione in scappucciare è perfetta 🙂