Re Artù, che gran sporcaccione

Ieri ho avuto il coraggio di vedere per la prima volta l'adattamento televisivo di uno dei miei libri preferiti, Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley.

Che non sono una poveraccia in materia letteraria perché tra i miei libri preferiti c'è un blockbuster fantasy ve l'ho ampiamente dimostrato qui e qui e poi mi è anche venuto in aiuto un amico qui.

Ho spesso accennato anche alla scena spartiacque del romanzo, ovvero del threesome tra re Artù, Lancillotto e Ginevra, ma ora ne vorrei parlare in modo più approfondito. Sì, perché vederla sullo schermo (potete farlo anche voi qui, dal minuto 1:41:45) mi ha imbarazzato enormemente, nonché mi ha ricordato come il sesso sia sempre più squallido visto piuttosto che letto

Potremmo ora aprire un capitolo sulle sorti di quelle sfumature che finiranno sullo schermo tra poco, ma non lo faremo, soprattutto perché chi le ha amate di carta ha probabilmente attitudini mentali che non faranno loro percepire la sottigliezza della differenza.

Marion Zimmer Bradley fece inebriare Artù con i fumi dell'alcool e giustificò l'atto poco ortodosso di concedere la propria moglie al bramoso migliore amico in vece di una sua stessa presunta sterilità (e invece no, era colpa di Ginevra, anzi, di Morgause che aveva maledetto i lombi di Ginevra). Sullo schermo questo vi sembrerà estremamente goffo e assai condizionato dal giudizio: nel libro tutto ciò non traspare e ricordo che – se non fossi una specialista in materia bretone – avrei potuto anche godere nel leggere una simile scena, trattata con la profondità di una scrittrice che certamente non si fa mettere in scacco dal misurarsi con sprazzi di narrativa erotica.

Però, purtroppo, sono un filo pedante e le ore chinata su microfilm e polverosi dizionari senza più la costa in università mi danno quella intrepida rigidezza che mi fa scuotere – mio malgrado – la testa a mo' di "no, no, no". Siccome però la Bradley  non la critico per partito preso, segnalo a voi gente di Cunnilibrus un'altra esperienza letteraria altissimamente erotica di materia medievale: Camelot, la serie tv (se siete pratici dell'inglese e tenete a mente il tema di questa rubrica, il titolo si presta anche a un esilarante gioco di parole!).

Non vi parlo di libri perché seppure vogliate leggere le gesta di Arthur non avrete vita facile: troverete sempre e solo sinossi, rimaneggiamenti, antologie e traduzioni pessime, a meno che voi non vogliate prendere pezzi sparsi da libri a circuito universitario, lì potreste testimoniare la vera bellezza rivelata.

Ecco dunque la serie è una versione hot dei libri, molto molto hot. Il solo dettaglio piccante della storia scritta – ovvero che Artù e Morgana, fratelli, si amassero o si fossero amati una volta incestuosamente – è declinato ovunque. Non solo incesto, ma anche un Merlino giovane e vibrante di desiderio represso, una Ginevra precedentemente sposata con tale Leontes, tradito, un re Lot molto dedito allo stupro e i cavalieri della tavola rotonda che non disdegnano la festosa compagnia femminile.

Fate in fretta a vederla: è una serie interrotta alla prima stagione di dieci episodi, proprio quando si cominciava a entrare nel vivo. Io l’ho amata perché – sebbene pervertiti – gli autori (gli stessi dei Tudors) hanno saputo rendere bene le fogge dei personaggi tanto primitivi quanto non scontati. Azzardo, ripeto *azzardo*, a dire che hanno rispettato anche quella crudezza medievale propria del ciclo arturiano che sono sicura, dopo Camelot, almeno andrete a cercare, verificando se la cosa del libro unico che non esiste sia vera oppure no. 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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