Sposerò Isabella Santacroce

Un giorno, quando tecnicamente e legalmente sarà possibile alle persone dello stesso sesso e dello stesso orientamento sessuale convolare a ingiuste nozze, chiederò la mano di Isabella Santacroce. Un giorno anche questo dolore le sarà utile. Esclusa dalla dozzina di autori e autrici selezionati per partecipare alla sessantaseiesima edizione del Premio Strega, che quest’anno sarà assegnato giovedì 5 luglio, al quale si era clamorosamente autocandidata, a Isabella Santacroce non resta che la consolazione di aver scritto uno dei più bei romanzi italiani dall'inizio del secolo. Ma questo in Italia non basta, soprattutto se sei donna e fuori dalle convenzioni (e dalle lobby).

Qualcuno dovrebbe prendersi la briga, prima o poi, di rileggere e riscrivere il canone italiano del Novecento e oltre, a partire da Elsa Morante. E da Elsa Morante arrivare a Isabella Santacroce, passando per Gianna Manzini, Anna Banti, Amelia Rosselli, Maria Luisa Spaziani, Patrizia Valduga, solo per citarne alcune. Come bisognerebbe, forse, de-eterosessualizzare la categoria “letteratura italiana” e rileggerla anche attraverso la lente queer. Ed ancora allargare i confini geografici e linguistici della categoria. Non fornire soluzioni alternative (Morante vs Gadda, ad esempio), ma un ripensamento dei meccanismi profondi che generano i canoni (e assegnano i premi letterari).

Come molti affermano, la letteratura italiana, più che la lingua e la cultura, ha fatto da collante e plasmato la nostra identità nazionale: bisognerebbe dunque ri/leggerla attraverso la pratica che la critica femminista Nancy K. Miller ha definito aracnologia, pratica che si pone contro «l’indifferenza diffusa per scoprire l’incarnazione di una soggettività sessuata nella scrittura». Occorrerebbe finalmente decostruire l'italianità letteraria attraverso una teoria e un esercizio pratico che prendano in considerazione le differenze di razza, etnia, classe, età e preferenze sessuali che esistono all'interno del nostro tessuto sociale e culturale. 

 

GP Leonardi

Figlio illegittimo di Virginia Woolf e Morrissey, e separato alla nascita dalla sorella gemella Adrienne Rich, gp è una lesbica intrappolata nel corpo di un gay.

6 Commenti
  1. Mi trovo completamente d’accordo con l’autrice del post. A questo proposito consiglio a tutti ed all’autrice dell’articolo (ove non l’avesse letto), “L’Arte della Gioia” di Sapienza Goliarda. Sta all’articolo di cui sopra come il cacio sui maccheroni (anche se io preferisco il pecorino).

  2. Grazie Giuseppe. Non sono una donna, ma una lesbica nel corpo di un gay.
    @Asidera, cosa non ti è chiaro? Il mio intento era proprio quello di problematizzare più che chiarire.

  3. Chiedo venia per il misunderstanding. Per il resto l’articolo mi sembra chiaro: la letteratura italiana o meglio la critica letteraria che si pone il fine di catalogare, classificare, individuare i canoni soffre di un punto di vista monodimensionale. Limite che rende la collocazione di alcuni autori “tronca” o fa si che altri vengano bellamente ignorati. O detto in maniera piu’ lapidaria: non si considera che la letteratura italiana e’ composta da uomini e donne, ognuno con le proprie pulsioni. O almeno e’ quello che c’ho capito.

  4. — la letteratura italiana, più che la lingua e la cultura, ha fatto da collante e plasmato la nostra identità nazionale —

    Questa direi che concorre al premio di affermazione più immotivata del 2012. Davvero ci sono molti che lo affermano? Mi domando perché.

    — Occorrerebbe finalmente decostruire l’italianità letteraria attraverso una teoria e un esercizio pratico che prendano in considerazione le differenze —

    Decostruzione, differenza e critica femminista stanno si d*o vuole perdendo piede anche in USA, specie dopo la morte di Derrida. Le si potrebbe importare al solo scopo di dare il colpo di grazia al poco che resta dell’università italiana. In quel caso, sono d’accordo.

    — de-eterosessualizzare la categoria “letteratura italiana” e rileggerla anche attraverso la lente queer —

    Ma sù, sù, dài, non facciamo i bambini.

    @ Giuseppe

    — Sapienza Goliarda —

    Dove siamo, in caserma o a scuola, da chiamarla per cognome e nome?