photo credit: Eloise and Abelard by Jenny Chi

Un trastullo, un gingillo, una pausa di piacere da prendersi durante la giornata.

No, non stiamo parlando di un modello pocket di vibratore, di una nuova rivista sexy o di un sito xxx da visitare per staccare la spina: no, stiamo parlando di Eloisa, nipote di Fulberto, ragazza parigina e grafomane su questo pianeta all'inizio del 1100.

Badate bene, non sono dalla parte di Eloisa per partito preso in quanto donna. Anche se questo mi renderebbe comunque onore, qui c'è poco da parteggiare: i due amanti si devono addossare la loro bella parte di alloccaggine di fronte agli stereotipi più vecchi e più duri a morire del mondo, nei quali sono cascati come pere cotte.

Eloisa, diciassettenne all'epoca dei fatti, era una delle più belle giovani che si potessero addocchiare sulle rive della Senna (dove tra l'altro suo zio abitava davvero e coltivava alberi da frutto!). Oltre l'avvenenza, Eloisa era sveglia e aveva voglia di imparare: non che questo sia per forza sinonimo di superba intelligenza, però insomma, è sempre lodevole aver voglia di leggere e saperne di più.

Pietro Abelardo, trentottenne, rappresentava invece l'ultimo grido nell'ambito dei prof. per cui prendersi una cotta. E se si considera che a prendersi una cotta per i prof. all'epoca erano solo maschiettini imberbi, essere adulato da una pezza di ragazza si trattava di un gran salto di qualità. Lo sarebbe stato se la giovane in questione avesse avuto peli, porri, pochi denti e capelli terribili – ordinaria amministrazione nel medioevo – figuriamoci essere adulati da una bella bionda!

Abelardo impersonava anche una grossa spinta verso il complesso di Elettra. Più vecchio, pieno di esperienze pratiche e sapieza filosofica, Pietro era per Eloisa il padre che perse ancora infante e che lo zio canonico non riusciva a rimpiazzare. Eloisa era per lui, d’altronde, una barely legal girl da non farsi scappare per allentare le tensioni dell’università francese.

Non solo, Petro Palatino – il nome del filosofo da non famoso – si dice fosse addirittura birichino, il classico stronzo nel quale tutte prima o poi dobbiamo incappare per farci le ossa. 

Sincerità: con tutto questo ben di dio davanti, fossi stata in Eloisa, avrei per lo meno vacillato anch’io.

Eloisa però non è stata scaltra: nella storia ci si è buttata a capofitto, inizialmente ricambiata – come nel migliore degli stereotipi di coppia in fase infatuata – per poi vedere il suo bello prendere le distanze e giudicarla appiccicosa. Cosa nuova, anche questa, vero donne? Sì, Abelardo faceva finta di fare il nobile, di volere il bene di lei, ma se il suo soprannome, cioè Golia nel medioevo sinonimo di demonio, non mentiva, il caro Abe non me la racconterà mai giusta. 

Sono presenti lettere roventi (molto narcisistiche in realtà), un figlio segreto di nome Astrolabio, una proposta di matrimonio (che urla senso di colpa) respinta da lei perché avrebbe danneggiato la carriera accademica di lui, una vendetta evirante e una tomba che li vede riposare insieme per l’eternità, nel cimitero di Père Lachaise vicino ad Apollinaire e Jim Morrison… ma ancora non mi sono fatta persuasa. Forse Jeanne Bourin mi ha influenzato un briciolo troppo col suo Très sage Eloïse?

Io, di una che non si faceva fregare dagli sbrilluccichii dell’eros, mi fido a priori!