Finire un buon libro può provocarvi tristezza?

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La maggior parte dei lettori fa parte della categoria di sognatori nostalgici che darebbe un rene perché il mondo in cui si sono calati per decine di pagine fosse vero, fosse reale. Se un libro ci è piaciuto, consideriamo i personaggi che lo hanno popolato non meno reali di quelli che possiamo incontrare per strada; anzi, spesso sono per noi più reali del passante o del tizio in bicicletta al semaforo perché con certi personaggi abbiamo condiviso vite intere, amori, emozioni, tutta quella serie di esperienze che nella vita vera rende certe persone dei punti fissi. Poi arriva l’ultima pagina, e già ti dispiace; poi riponi il libro sullo scaffale e lo stacco tra vita narrata e vita vera si fa sempre più forte. Se il libro ci è piaciuto davvero, è una sofferenza riportarlo in biblioteca.

C’è a chi, ritrovando un libro che pensava aver perduto, sono venute le lacrime agli occhi perché quel parallelepipedo cartaceo era il punto di contatto tra la realtà e quella vita narrata così travolgente. Tra i (pochi) che non hanno mai provato una sensazione del genere e coloro che si sentono orfani dopo aver finito Guerra e pace, ci sono tanti gradi intermedi: tristezza, malinconia, nostalgia…

I romanzi più insidiosi sono quelli che compongono una saga e che ti immergono fino alle orecchie nel mondo che descrivono, e il mondo reale si compone di quei suoni sordi che puoi sentire quando nuoti sott’acqua. Gli autori morti prima ancora che nascessimo (o prima ancora che imparassimo a leggere), lasciano una malinconia più leggera, una nostalgia nel senso letterale; quelli che scompaiono all’improvviso, invece, lasciano una brutta sensazione di incompiuto, come se percepissimo l’assenza di quell’ultimo libro che avrebbe completato l’opera dello scrittore.

Poi ci sono gli autori che abbiamo mancato come si perde un treno, quelli morti poco prima che li conoscessimo e ce ne innamorassimo. L’effetto è ancora più strano perché si ha la sensazione che se lo avessimo conosciuto prima – a volte bastano un paio d’anni, a volte molto meno – qualcosa sarebbe stato differente. Chi ha scoperto David Foster Wallace dopo il 12 settembre 2008, sa di cosa parlo. DFW conosceva quella malinconia che si prova una volta finito – di leggere o di scrivere – un libro:

I romanzi sono come matrimoni. È così triste finirli. Quando ho finito il mio primo libro mi è parso di essermi innamorato della mia protagonista e che fosse morta. […] I personaggi dei racconti sono diversi. Diventano vivi negli angoli degli occhi. Non si deve vivere con loro.

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Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.

8 Commenti
  1. io sono tristissima alla fine di un buon libro, tanto che prima di iniziarne un altro devo aspettare un po'. maree di saggi, raccontini, articoli e poesie per riempire la separazione da un mondo idilliaco all'altro. ho finito "persuasione" della austen due mesi fa…

  2. per quanto mi riguarda si parla più di vuoto cosmico, per notti e giorni o magari solo un pungo di ore ti sei nutrito della vita di altri stampata sulle pagine di un libro che magari ti è pure capitato in mano per sbaglio, ci hai messo il sangue e quel sangue puntuale ritornava pompato da un cuore esterno al tuo organismo al cervello, abbandonandoti in quella situazione di sogno misto sonno misto voglia di non guardare davvero la realtà che ti lasciava solo l'emozione, sentimento che in primo giudizio può sembrare stupido visto che si tratta di cose che succedono non a te lettore ma a qualcuno che non esiste neanche tanto fisicamente, di situazioni e luoghi e parole che pur non appartenendoti hai cercato di fare tue e alla fine ci sei pure riuscito. Io spesso vorrei andare avanti e indietro come in uno spazio multidimensionale infinito, e in questo caso le dimensioni non si limitano a tre, vorrei che quel brandello di storie che si possono leggere dentro un libro istituissero il loro piccolo mondo e io lettore potessi saltellare qui e là a cogliere brandelli di frase o semplici panorami sconosciuti, vorrei avere archivi pieni di risposte alle mie domande infantili, perché fin troppe volte mi capita di non averne abbastanza, e allora non rimane altro che sviscerare ogni virgola e ogni punto e a capo, come a cercarci altri inimmaginabili significati. Attività il più delle volte infruttuosa in senso lato…. vale a dire che andare a caccia di significati porta il più delle volte a trovarne fin troppi. Ha un senso quello che ho scritto?

  3. Io invece, a volte, guardo il libro con odio e fastidio.
    Mi ha disancorato dallala realtà che poi torna con tutta la sua concretezza e lo vedo come un falso amico, che c'è solo quando si esce a bere.

  4. Non capisco come si possa essere tristi per la fine di un imbroglio quando nell’imbroglio si trascorre tutta l’esistenza…