Antropomorfismi

Più o meno centoquaranta anni fa il naturalista Charles Darwin, già famoso all'epoca per aver pubblicato L'origine delle specie per mezzo della selezione naturale, diede alle stampe il libro grazie al quale si inimicò buona parte della comunità intellettuale – ma soprattutto di quella aristocratica e religiosa – britannica: L'origine dell'uomo e la selezione sessuale. In quest'opera infatti, Darwin avanza sulla strada dell'evoluzionismo allargando e producendo un'analisi più accurata degli effetti di quella "forza motrice" da lui teorizzata con "selezione naturale": non più soltanto su animali come i fringuelli delle isole Galapagos, ma su una specie ben più complessa, ossia noi. Nell'Origine dell'uomo, per la prima volta nella storia della biologia, Darwin propone delle evidenze anatomiche e morfologiche a sostegno dell'ipotesi che la nostra specie discenda da un antenato in comune con i primati, ossia con le scimmie a noi più simili, quali lo scimpanzé o il gorilla.

La reazione della società inglese fu ovviamente tutt'altro che positiva, tanto che l'amico e collega Thomas Huxley si trovò a rispondere alla domanda postagli dal vescovo di Oxford – "È per parte di vostro nonno o di vostra nonna che discendete dalla scimmia?" – nel seguente modo: "Se dovessi scegliere l'antenato fra la scimmia ed un accademico che si oppone a delle tesi, non con argomentazioni ma con derisione, allora senza dubbio sceglierei la scimmia!".

Ebbene, è passato più di un secolo e, per buona sorte della teoria di Darwin, la scienza è stata capace di produrre non solo prove di anatomia comparata a sostegno delle tesi evoluzioniste ma, grazie alle tecniche di biologia molecolare, siamo stati in grado di sequenziare il nostro genoma e quello di scimmie come lo scimpanzé e provare che condividiamo circa il 98% dei geni, prova sufficientemente consistente per alludere ad una comunanza genetica all'apice delle nostre due specie.

Tuttavia, col passare del tempo, la biologia evolutiva si sta addentrando sempre di più nella caratterizzazione degli elementi distintivi delle specie animali e vegetali, compresa la nostra, non più soltanto facendo riferimento ad organi, tessuti e cellule, ma rivolgendo la propria attenzione anche a quegli elementi neurobiologici e cognitivi che hanno portato ad organizzarci in società complesse e culturali.

Alla radice della nostra agglomerazione sociale sta naturalmente quel carattere che riteniamo da sempre il punto distintivo della nostra mente, ossia l'etica. È convinzione comune che la nostra specie sia l'unica ad aver un cervello sufficientemente strutturato e organizzato da aver prodotto pensieri e ragionamenti che poi hanno dato origine alla moralità dei nostri comportamenti. Non la pensa così l'etologo e primatologo olandese Frans de Waal, autore del libro Il bonobo e l'ateo. In cerca di umanità fra i primati.

La tesi di de Waal, che dal 1991 insegna Primate behaviour alla Emory University di Atlanta, è che basta guardare alla vita di scimmie come il bonobo (un parente molto prossimo dello scimpanzé, avendo solo lo 0.4% di geni diversi) o i gorilla per capire come molti dei comportamenti che di solito riconduciamo alle nostre regole etiche in realtà siano presenti già in comunità animali apparentemente meno complesse.

Fenomeni come il grooming, ossia la pulizia reciproca del pelo, sono ormai noti agli studiosi di comportamento animale e molti di loro, fra cui Frans de Waal, sostengono che essi siano i primi veri esempi di ciò che fa da "legante" nelle comunità dei primati e che quindi la nascita della morale non sia così nettamente assegnabile alla specie umana, almeno non a quella dell'homo sapiens sapiens.

Leggendo il libro di de Waal viene quindi spontaneo pensare che le religioni, esempi globali della conservazione dei nostri principi etici, non possano sostenere il "monopolio" dell'etica e che quindi gli "antropomorfismi" che pensavamo ci legassero ai bonomo e agli altri primati soltanto per le somiglianze anatomiche o genetiche vadano allargati anche ai caratteri fondamentali della nostra mente e della nostra cultura.

Giacomo Melani

Livornese doc, ho vissuto per un po' in Australia. Sono mancino, cintura nera di karate e mi piace la musica blues. Studio chimica all'università e dall'età di sei anni non ho mai smesso di leggere libri scientifici. Ho anche una tartaruga (e un fratello) di nome Pippo!

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