Dammi tre parole: io, tu, nove

Fuori collana / Dammi tre parole: io, tu, nove

La teoria dei sei gradi di separazione in nove passaggi e trenta nomi propri di persona. 

Passaggio numero uno: da principio va detto che esiste un’ipotesi di cristallo di boemia, temprata ma fragile. Sembrerebbe che io e te, che ci si piaccia o ci si schifi, siamo collegati da una catena invisibile, uno sfilaccione con quattro nodi nel mezzo, che da una parte lo stringo io, dall’altra tu. Cosa s’abbia in comune noialtri non è dato saperlo precisamente: si sa, la verità sta nel mezzo. 

Passaggio numero due: s’era rimasti d’accordo, allora, che l’estremo a monte della catena lo tenessi io, distrattamente. Eccomi, sono sulle rive del lago Balaton e nel frattempo leggo un racconto breve di Frigio Carinzi, ch’è più semplice da pronunciare di Frigyes Karinthy. Diciamo che Frigio è il primo anello della nostra catena, il suo racconto breve si chiama Chains e Frigio somiglia, di profilo, a Primo Carnera: stessa mascella possente, stessa attaccatura dei capelli, il collo di marmo degl’atleti. Il Carinzi traduce anche delle ròbe, per gl’ungheresi: è chiaro che il nostro minimo comun denominatore, il mio ed il tuo che mi leggi, non può essere Hat szerep keres egy szerzőt. O forse sì: è il titolo magiaro di Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello.  

Passaggio numero tre: Stanley Milgram non se ne capacitava, leggeva sui giornali le notizie del processo di Gerusalemme e cercava di carpire negl’occhi di Adolf Eichmann la scintilla del male. Non la trovava. Possibile mai stessero semplicemente eseguendo degli ordini?, si chiede. Quando sei un sociologo, le domande le lasci mica insolute. Fai gli esperimenti. Milgram dimostrò come opportunamente sollecitati, gl’uomini gettano nella pattumiera i propri valori etici e morali appecorinàndosi all’autorevolezza di un leader.

E questo è ciò che potresti già sapere di Milgram. Ciò che non sai, invece, è che dieci anni più tardi chiese a dei contadini del midwest mericàno di spedire dei pacchetti a destinatari sconosciuti avvalendosi d’uno stratagemma: inviali ad una persona che conosci che credi possa aiutarti ad arrivare al destinatario finale. I pacchetti giungevano nelle case sempre in meno di sei passaggi. In uno di quei pacchetti c’era una bella edizione rilegata di Hat szerep keres egy szerzőt. Il destinatario viveva a Bethel, Contea di Sullivan. 

Passaggio numero quattro: Lunedì 18 agosto 1969 Freddie Lipcsei, immigrato ungherese di seconda generazione, di mestiere coltivatore di mais, decise di affacciarsi al concerto che imperversava da tre giorni fuori Bethel. Capitò che sul palco c’era un nero con la chitarra elettrica, saranno state le dieci e mezza del mattino, suonava l’inno americano tutto distorto. S’incuriosì. Mezz’ora dopo, durante una jamsession d’improvvisazione lisergica, finì per appassionarsi alla scattosità tonitruante del percussionista. Le espressioni acide gliele avrebbe fatte notare la nipote quarant’anni dopo, davanti ad un video su youtube. 

Passaggio numero cinque: Gerardo Velez se li ricorda vagamente i giorni che vanno dal ferragosto del sessantanove al primo settembre. Ancora piscia a letto se ripensa a quando Jimi Hendrix lo aveva annunciato, the Hispanic Mechanic at the potato. Ventidue anni, la zingheritudine, i soli e gli arcobaleni. Le conga modello patata. Jimi, voglio dire. Hendrix, non so se si capisce. I calli alle mani e Puerto Rico nel cuore. Una ragazzetta biondina, di cognome Lipcsei, la patata, presa dopo il concerto sui covoni di fieno della cascina sul bordo della vallata. 

Passaggio numero sei: Putin, Michael Jackson e Nelly. Stevie Wonder e Mihail Gorbachev. Naomi Campbell e Aretha Franklin. La principessa Norah di Giordania e Angelina Jolie. Paul McCartney, la figlia dell’Aga Khan (e di Rita Hayworth), Chaka Khan. Se vai sul sito di Gerardo Velez a tutta prima non ci credi, poi realizzi che il piccolo mondo fogazzariano s’è trasferito dalle sponde del Po a Nuova York. Se ad Hollywood impera il Kevin Bacon Game, dice Jerry la macchinispanica, stai tranquillo che nel mondo della musica si può parlare di Gerardità virulenta: ha collaborato con tutti, Velez, dagl’artisti più sopravvalutati alle personalità politiche di maggior impatto, passando per le modelle più chic. 

Passaggio numero sette: Tun-tun-tun, attacca il basso. Tu la conosci perché è il giro di Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, suonalo ancora, Bicio, dici, più aggressivo, Bicio.

Sono in Sardegna, la Sardegna ci somiglia per niente all’Ungheria, e facciamo un reading nel quale a Bicio ho chiesto di suonare, col contrabbasso, tun-tun-tun. Che poi forse non lo sai, ma la Collinadellozucchero l’ha campionato da Good Times degli Chic, uno dei pezzi più venduti in assoluto, conosco un tipo dell’Atlantic Records che si è comprato il motoscafo, coi proventi di Good Times. Lo sai chi le suonava, le conga, in Good Times? Non te lo dico, vero? Superfluo, eh. Gerardo la macchinispanica Velez. Che infatti s’è preso pure sette nominations ai Grammy’s. Senza vincerne alcuno. Ma ndo vai, a gèrri, dice Angelo Bernabucci (che pure lui ha lavorato con Velez, ma mica c’è scritto, sul sito). Pe tetti? 

Passaggio numero otto: Tettigiànni l’ho conosciuto quella sera del tun-tun-tun in Sardegna, siamo rimasti in contatto, ogni tanto chiacchieriamo. Dovevamo scrivere un dialogo, m’ero perso i suoi ultimi mesi di vita letteraria, vado a documentarmi in rete. In due interviste su due c’è chi gli dà dell’Aldonòve, la tua ròba ricorda i racconti di Woobinda, lo incalzano, Woobinda con la woo come Woodstock, Nove come Novecento Italiano, (Atlante del), in cui Sanguineti ha inserito Aldo. Requiescat in pace, Sanguineti. In una successiva edizione, forse dentro l’Atlante c’avrebbe inserito pure Tettigiànni. Una delle due interviste all’autore de I Cani là fuori era su Rolling Stones. 

Passaggio numero nove: Ci sono un sacco di canzoni di Jagger e compagnia bella in cui figurano le conga potato. Mai, però, e dico mai, suonate da Gerardo Velez. Irrispettose pietre rotolanti.

La pietra di Muddy Waters, ròtola ròtola, diventa miliare: ogni ròba musicale degl’anni sessanta è di riff o di raff un mezzotributo, dai gruppi alle riviste, tipo quella di Jann S. Wenner, che nasce a San Francisco e oggi ne fanno delle versioni un po’ ovunque, pure in Italia; dove c’è pure un blog, e su quel blog ci scrivono dei ragazzi di Bologna, alle volte, che poi son pezzi che vengono da Finzioni, ci credereste?

Magari pure tu che mi leggi su Finzioni sei partito, in un modo o nell’altro, da Muddy Waters. Di certo, non da Frygies Karinthy.

Fabrizio Gabrielli

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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