Matteo B. Bianchi intervista Tito Faraci

Mi permetto di fare una piccola premessa. Matteo B. Bianchi ha scritto un libro che si chiama "Sotto anestesia", in cui racconta la creazione di una rivista new wave, "Anestesia totale" nella Pavia degli anni '80. L'amico con cui allora mise in piedi tutta la baracca è Tito Faraci, brillante sceneggiatore Disney, Bonelli e tantissimo altro (vi consiglio di cuore di seguire il suo profilo twitter). Orbene: in questa intervista in esclusiva mondiale proprio per Finzioni, l'autore del libro (MBB) dialoga con il personaggio del libro (TF) innescando un meraviglioso paradosso letterario che abbatte le barriere tra realtà e finzione. Commossi e grati, ringraziamo Matteo e Tito per l'onore che ci hanno concesso.

Jacopo Cirillo

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Nel piccolo libro "Sotto Anestesia" racconto come a metà degli anni '80 noi due ventenni, senza avere alcuna esperienza editoriale, né alcuna conoscenza in ambito musicale, siamo riusciti a creare una rivista indipendente ed entrare nel mondo della new-wave italiana, che allora era al suo nascere. Ricordi qualche episodio in particolare che dimostri quanto fossimo sprovveduti e completi outsider?

Be’, non avevamo la minima idea di come pinzare i fogli della fanzine. Come metterci le graffette, insomma. Da ciò nacque la geniale idea (sicuro che sia stata mia?) di infilare tutti i fogli staccati nella busta di plastica trasparente. Così ogni lettore poteva rifarsi il “timone” a suo piacimento. E poi tutto il dramma delle fotocopie. Come e dove farle… a chi scroccarle…

Riguardo gli artisti intervistati c'è qualcosa che ti aveva colpito? Qualche aneddoto o curiosità che puoi svelare?

Boh… che vorrei capire perché a un certo punto mi hai lasciato lì da solo, seduto sul marciapiedi, con Piero Pelù. Era imbarazzante. (Anche se all’epoca l’imbarazzo era un sentimento a me, anzi, a noi sconosciuto.)

Nel libro io racconto solo l'aspetto editoriale, ma tu eri anche musicista di un gruppo chiamato Litania.  Cosa mi puoi dire di quell'esperienza? Com'era suonare in una band dark negli anni '80 italiani?

Posso dirti che ora è uno scheletrone nell’armadio. Tutta quella musica era minata da una tremenda ingenuità, che quindi la lega perfettamente a uno strascico di adolescenza duro a morire. Il gruppo in questione faceva musica francamente orribile. Roba tipo Litfiba, con l’aggravante di stereotipi dark a profusione. Però dal punto di vista umano è stato divertente ed esaltante. Abbiamo fatto una ventina di concerti in meno di un anno. In alcune occasioni, temo di essermi anche truccato gli occhi. Questo però non dovrei ricordartelo… e soprattutto raccontartelo.

Noi abbiamo messo in piedi la fanzine a Pavia, città provinciale e notoriamente avara di fermenti musicali. Almeno, io me la ricordo come totalmente piatta da quel punto di vista. Credi che questa assenza di stimoli fosse una componente importante nello spingerci a fare qualcosa?

Non è poi così vero, Matteo. Fai uno sforzo di memoria, dai. C’erano tutti questi universitari che venivano da fuori e vivevano lì, da soli. Ci si trovava i giro fino a notte fonda, per le strade invase nella nebbia. A parte fare un grande consumo di alcolici (e altro), c’era un gran fermento generale. Si parlava di musica, libri, film… si mettevano in piedi cose, continuamente. Anche se nulla è stato come "Anestesia Totale". Prima ci si tuffava, poi si imparava a nuotare.

In cosa consisteva esattamente il progetto "Tito Turbina Tastierista Futurista"?

Il nome arriva dal batterista dei Litania, Enrico. Una sera, prima di un concerto, mi ha visto confuso e smarrito fra tutti quegli spinotti di tastiere che non sapevo più dove ficcare. E allora, chissà come, è sbottato: “Ehi! Tito Turbina, Tastierista Futurista!” Si noti che il mio nome all’anagrafe era (ed è) Luca. In mezzo c’è stata una notte un po’ confusa. Sì, confusa. Ricordo che ci siamo risvegliati tutti nel mio appartamentino. Qualcuno (forse io) aveva dormito sul pavimento. E io, nel frattempo, ero diventato Tito. A ogni modo, qualche mese dopo ho intrapreso una specie di progetto solista, di musica elettronica: sintetizzatore, un campionatore, sequencer e batteria elettronica. Roba solo strumentale, divertente come una fila all’ufficio postale. Però, come racconti nel libro, mi è tornato utile quel nome. Credo di essere riuscito ad attirare un minimo (ma proprio un minimo) di attenzione solo grazie a quello.

Come sei arrivato da "Anestesia Totale" al mondo dei fumetti? Quali sono stati i passaggi che ti hanno portato da fanzinaro improvvisato a diventare uno dei migliori sceneggiatori di comics italiani?

È tutto così strano. Mettiti comodo. È una storia lunga. Allora… Francesco Salvi, all’epoca comico di straordinario successo, ha in mente di fare una sua rivista, allegata a un giornale di successo chiamato "DeeJay Show" e legato a Radio DeeJay. Ma vuole che graficamente sembri uno di quei giornali autoprodotti: le fanzine. Capita che, una sera, lui presenti una manifestazione con band emergenti ripresa da Italia Uno. Qualcuno (chi? ) gli indica me, dicendo: – Lui sa fare una fanzine-. Salvi si avvicina, mi fa questa proposta, e io dico subito sì senza capire neanche che vuole di preciso. Qualche giorno dopo Francesco mi porta da Claudio Cecchetto, nel suo ufficio pieno di Telegatti. Io ho una maglietta dei Motorhead, per inciso, e i capelli a metà spalle. Cecchetto mi chiede quanti soldi mi servono. Io penso una cifra e sento la mia voce dirne un’altra, ben più elevata. Che viene approvata. Così finisco a lavorare a questa cosa, per DeeJay Show. La chiamiamo “Coscia”. E intanto, siccome quel lavoro mi prende pochi giorni al mese, gozzoviglio per la redazione, ficco il naso in giro, chiedo di scrivere qualche pezzo. Imparo. Quando “Coscia” cessa di uscire, ormai io sono integrato nella redazione. Fondo una rivista di metal (che intanto aveva preso a interessarmi molto), chiamata “Hard” e che gode di un certo successo. Intanto, arrivano gli anni Novanta. Le cose cominciano ad andare peggio. Cambio lavori, fino a finire in un service editoriale che ha stretti rapporti con la Disney. Il titolare sa della mia passione per i fumetti. Mi propone di mandare a Topolino il soggetto per una storia. E, ancora una volta, mi ci butto subito, senza esitare. Come con "Anestesia Totale".

In "Sotto Anestesia" ho dovuto condensare un paio d'anni intensi in meno di cinquanta pagine. Necessariamente ho tralasciato o dimenticato qualcosa di fondamentale. Tu cosa aggiungeresti che io non ho messo?

Non so… Forse che alla fine da tutta questa faccenda non ci abbiamo guadagnato una lira. Forse siamo andati in pari. Ma credo che nessuno dei due, nemmeno per un attimo, avesse dato il minimo peso alla questione.

Ti racconto una cosa io, anche se secondo me la immagini. In tutti questi anni, il ricordo di quei giorni è sempre stato con me. Sempre. Con un misto di nostalgia, di orgoglio e di divertimento. Giorni che non sono mai davvero finiti. Qualcosa di me è rimasto lì. Sapere che stavi scrivendo questo libro non mi ha poi così stupito. Andava fatto.

Abbiamo creato "Anestesia Totale" in un momento nel quale fare una rivista per due ragazzi totalmente avulsi dal mondo editoriale significava uno sbattimento assurdo: non c'erano computer, né tantomeno programmi di impaginazione, non esisteva la posta elettronica, né gli mp3, neppure i cellulari. Dovevamo impaginare ogni foglio con collage manuali, andare da un fonico per masterizzare le cassette, incontrare fisicamente ogni musicista per intervistarlo e ricevere materiale, distribuire a mano le copie… Un impegno notevole. Oggi un qualsiasi quindicenne può aprire il suo blog in cinque minuti e diventare l'editore di se stesso. Cosa comporta questo secondo te? Cosa è cambiato da allora a oggi?

Una cosa facile, a portata di mano, risulta poco attraente, banale. La difficoltà della sfida amplifica l’impegno. Sembrava impossibile e, quindi, dovevamo farcela. Il fatto che non tutti potessero farlo, era per noi un incentivo a farlo. Ti devo ringraziare di questo (anche di questo): ho dato il libro ai miei figli adolescenti, che l’hanno letto con molto divertimento. E ho detto loro di farci una sana meditazione. Giustamente, scrivi nel finale che è una parabola.

 

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

3 Commenti
  1. Mi vergogno a dirlo, ma non conoscevo Matteo B. Bianchi… meglio così, dunque, ne ho guadagnato. Conosco invece Faraci, un grande, davvero un grande.
    Bella intervista, interessante.