La storiaccia di Angie e Mister Buonanotte
di Simone Rossi

felinomachia Felinomachìa

Felinomachìa

Laura. Laura è alta un metro e mezzo. Ha cinquantaquattro anni. Lavora in una fabbrica dove fanno il gelato: arriva il furgone, si prende il gelato e lo porta ai gelatai, i bambini mangiano il gelato, i gelatai finiscono il gelato, il furgone riparte e torna alla fabbrica dove lavora Laura, che intanto ha fatto altro gelato. Facile. Facile, e alla crema.

Dimentica sempre le luci accese, Laura, e non si trattiene nel mangiare. Sulla gelataia da uno e cinquanta circola una strana voce: dicono che sappia strappare a metà un foglio di carta nel senso dello spessore. Chissà se è vero. Laura ha una figlia della mia età, si chiama Mariangela. Un nome che odia. Tutti la chiamano Angie, come la canzone dei Rolling Stones. Angie non sopporta i Rolling Stones.

Questa è la storia di Angie. Anzi, la Storiaccia di Angie e Mister Buonanotte.  Un po’ sconclusionata. Ve la racconto come me l’hanno raccontata.
Sputa una cicca nel water, ci fa la pipì sopra e poi tira l’acqua. Cicca è il chewing gum. Spesso uno dice cicca e pensa a una sigaretta, o a quel che ne rimane. Le sigarette da noi si chiamano paglie. Comunque Angie si sputa tra le gambe, la cicca fa plic sul bianco della liscia discesa del cesso e lei ci fa la pipì sopra, poi tira l’acqua. Si occupa della sua igiene come meglio crede e si tira su i pantaloni. Hanno bussato due volte, da quando abbiamo iniziato a parlare di gelati.

– Occupato, – dice Angie.

Infila una mano nella borsa e tira fuori un pennarello rosso. Abituata alla puzza, si concede un sospiro. Poi leva il tappo al pennarello, appoggia la punta contro il muro del cesso e, con mano mancina, scrive. La prima delle due ragazze che hanno bussato è entrata nel bagno di fianco: era libero. La seconda ragazza sono io. Il locale ha un bagno per le femmine, e uno per i maschi. Si chiama Magdalene, il locale, ma tutti lo chiamiamo: la Maddalena, come l’evangelica puttanella. Angie esce dal bagno, mi fa un sorriso gentile e va a prendersi una birra senza passare dallo specchio. Entro in bagno. Sul muro c’è una fresca scritta rossa. Incomprensibile.

Nel film Taxi Driver, Jodie Foster fa la parte della puttana. Quando incontra un cliente si accende una paglia, dà un tiro e mezzo e la appoggia sul posacenere. «Possiamo stare insieme finché dura la sigaretta», dice. Angie suona il pianoforte, ma dopo tre minuti si stufa. Allora smanetta un po’ con il computer, spinge il tasto Rec e si accende una paglia. Dà un tiro e mezzo, e la appoggia sul posacenere. Poi si siede al pianoforte, e suona. A caso. Muove le mani sui tasti finché dura la paglia, poi si inventa un finale, e spinge il tasto Stop. Il file mister buonanotte.wav finisce su un cd vergine, il cd si veste di plastica morbida e si tuffa nella borsa.

Un mese prima Angie e Mister Buonanotte hanno fatto qualcosa di simile al sesso. Il giorno dopo Mister Buonanotte ha chiamato Angie, le ha fatto un Certo Discorsino e lei ha detto: «Ho capito, ho capito», ma in realtà non aveva capito niente. Aveva solo mal di pancia, e voglia di strappare fogli di carta, come sua madre. Dopo qualche settimana di vento inutile, la rubrica del cellulare di Mister Buonanotte torna a gironzolare dalle parti della lettera A, e parte il messaggio: OH, AVEVI RAGIONE. Quando arriva il messaggio di Mister Buonanotte, Angie si accende una paglia, dà un tiro e mezzo e la appoggia sul posacenere. Poi Angie diventa una specie di Jodie Foster, pensa al collo di Mister Buonanotte, e suona.

CERTO CHE AVEVO RAGIONE. CI VEDIAMO ALLA MADDALENA, STASERA.

– Hai suonato per me. Cazzo, grazie.
– Cazzo, prego.
– Cos’è, non devo dire le parolacce?
– Puoi dire quello che ti pare.
– Ce l’hai ancora con me?
– Lasciamo stare. E comunque non ho suonato per te.
– Ce l’hai ancora con me.
– Lasciamo stare, ti va? Piuttosto: ce l’hai una paglia?
– Una. Ce la smezziamo?
– Vabbè, la scrocco.
– Usciamo fuori.

Fuori dalla Maddalena, Angie mi scrocca una paglia e  raggiunge il suo amichetto.

– Ma perché abbiamo fatto una cosa del genere?
– Perché ci andava.
– Già. Credi che lo rifaremo?
– No. Non credo.
– Però è stato bello.
– Bello, e inutile.
– Come il fumo.
– Questo non vuol dire.
– Come ti è venuta, la mia canzone?
– Non mi tremavano le dita, neanche un po’.
– Questo non vuol dire.
– Ma questa faccia? Perché hai questa faccia, Mister Buonanotte?
Mister Buonanotte di nome fa Carlotta. È una femmina, e le piacciono le femmine. Soprattutto le piace Angie. Non ha capelli, quasi per niente. Sarebbe bionda, e riccia, ma ogni ventotto giorni si concia come la luna piena: specchietto, canotta, macchinetta. Bzzz. Succede spesso che la scambino per un ragazzo, non fateci caso. Un ragazzo magro di 15 anni. Mister Buonanotte è un soprannome nato al caldo, sotto un cielo di stoffa. Ma questi sono fatti loro.

L’utilitaria di Mister Buonanotte è piccola, sporca e piena di benzina. È buio da un po’. Carlotta è sola, tiene il volante e tiene il tempo. Dieci metri più avanti c’è un’altra automobile, più grossa. Dentro sono in due. Uno guida, e parla. L’altro non guida, e non parla. Davanti all’automobile grossa c’è uno scooter, probabilmente. Sì, è uno scooter: senza freccia, lo scooter si butta a sinistra, ma non sta sorpassando nessuno. Nell’altra corsia non c’è un cane. Nella nostra c’è un gatto. Non c’è niente da ridere. Nella nostra corsia c’è un gatto. Il gatto attraversa la strada all’improvviso: è bianco, e sta per morire. Lo scooter si butta a sinistra, e lo schiva. Il tizio che non parlava urla, quell’altro sterza, ma il gatto finisce sotto. Carlotta inchioda. Lo specchietto retrovisore è vuoto, Carlotta accosta, per radio la gente continua a cantare e uno stupido gatto bianco si è appena fatto ammazzare. Carlotta spegne il motore, la radio si spegne da sola. Con una mano davanti alla bocca, Carlotta cammina verso il gatto.

Avrei voluto fare a meno di raccontarvi la storiaccia, ma l’incosciente felino si è buttato nel mezzo.

– Ma la macchina ha tirato dritto? – chiede Angie. Non che la cosa cambi le sorti del gatto.
– Non che la cosa cambi le sorti del gatto, – dice Mister Buonanotte. Comunque, sì: hanno tirato dritto.
– Il gatto, dice Mister Buonanotte, e lo dice con fatica, era mezzo morto.
– Come, mezzo morto? Che schifo.
– Come, che schifo? Mezzo morto, povera bestia, l’hanno preso di striscio. Ma l’hanno preso.

La pancia aperta sul cemento, tanto di quel sangue, dappertutto, e peli schiacciati, sporchi. Le zampe dietro non ci sono più. E la testa: sulla testa la ruota non è passata, e la testa ha gli occhi, gialli, azzurri, spalancati, in bocca si vedono i denti, gialli pure quelli, la bocca si apre, il gatto miagola. Il gatto miagola, lurido, rauco, con una gran voglia di morire.
– Ma che storiaccia è? – dice Angie.
– Sei tu che mi hai chiesto perché ho questa faccia: te lo sto dicendo.
– E tu cos’hai fatto?
– L’ho lasciato lì.
– Come, l’hai lasciato lì?
– Cosa dovevo fare, dargli il colpo di grazia?
– Ma no. Che ne so. Spostarlo?
– Non ce l’ho fatta. Non sapevo da dove prenderlo.
– E l’hai lasciato lì.
– L’ho lasciato lì.
– Ma che storiaccia è?
– Eh.
– Suppongo che cose simili capitino in continuazione.
– Come no, – dice Mister Buonanotte spegnendo la paglia. – Ma almeno uccidetelo, ‘sto povero gatto: va bene l’amore per gli animali, ma per un gatto mezzo morto è meglio morire del tutto, no?
– Possiamo cambiare discorso?
– Sì. Anche se mi sembra che quello che ci dovevamo dire ce lo siamo dette.

Angie sta zitta, sa che la sua amica non sarà più la sua amante ed è dispiaciuta per un gatto che non ha mai conosciuto. Tutt’intorno c’è il solito odore della Maddalena, la gente in fila per il bagno legge gli adesivi sui muri e i bidoni del vetro tintinnano di bottiglie vuote. Da lontano, da dove sono io, le due ragazze sembrano una ragazza e un ragazzo. Un ragazzo di 15 anni, magro. Mister Buonanotte si guarda il piede con cui ha appena spento la paglia e le viene un brivido di freddo. Torno dentro o torno a casa? Torno dentro o torno a casa? Torno a casa. Ancora silenzio, o chiacchiere inutili, che è pure peggio.

– Oh, grazie per il cd.
– Buonanotte, Mister Buonanotte.
– Buonanotte, Angie.

Il gatto è rimasto per strada una settimana, poi una mattina non c’era più. Saranno passati i netturbini, come si diceva negli anni Ottanta. E poi stamattina pioveva. Sono capaci tutti a fare i fenomeni con i gatti morti, con il giubbottino arancione massima visibilità e i guanti. Soprattutto se il gatto è morto da una settimana. Il difficile è reagire quando la fine arriva di striscio. Ho cercato di spiegarlo a Angie, e a voi. Angie non ha capito niente. Voi?