Lettera a Madame Cloros sulla casualità di un incontro con Thelonious Monk

 

Fuori Collana / Lettera a Madame Cloros sulla casualità di un incontro con Thelonious Monk

L’Otto di questo Maggio

Vede, signora, il fatto è che lei avrebbe tutte le ragioni per tenermi il broncio. Le avevo promesso che per nessun motivo al mondo avrei mancato di scrivere della vertigine provata durante la lettura delle Finzioni di Borges. L’avrei fatto, giuro, non foss’altro perché in ognuno dei racconti della raccolta, come tentavo di confessarle quella sera sforzandomi di non piantarle gli occhi negli occhi, compare la parola vertigine. L’avrei fatto, giuro, non foss’altro perché glielo avevo promesso.
Ed invece ho finito per appassionarmi allo spiazzamento scombussolante di certa musica jazz, e di chi la crea. E di certa cucina, e di chi la crea.
Come dovrei sentirmi, ora, guardandomi allo specchio, scorgendola di riflesso accigliata e delusa?
Mi risponda sollevato, la prego.
Mi dica pure che si trova d’accordo anche lei con l’eresiarca di Uqbar quando sostiene che lo specchio e la copula – semmai mi sia concesso di parlar di copula con lei – sono maledetti, perché moltiplicano le cose e le persone. Per me fanno lo stesso con i sensi di colpa, spero possa comprendermi, e perciò perdonarmi.
E’ che proprio a causa dei jeux de miroirs, degl’intrecci, dei calembours e delle citazioni nonsènsiche ho perduto la trebisonda. I temi si sono moltiplicati, il mondo dilatato, la mia percezione sensoriale s’è distorta e zac!, è sopraggiunta una fastidiosa nausea.

Sarà stata la paura di cadere, o forse la voglia di volare, non saprei dirle, ma ho avuto paura di aver coraggio di parlare di Borges. Per questo, e solo per questo ho desistito.
Da certi ineluttabili destini è impossibile sottrarsi: “una rosa è una rosa è una rosa”, santa Gertrude Stein, e noi non possiamo mica prendercela col vento perché ci scompiglia i capelli, dopotutto, non crede?

Ma c’è di più. C’è che la curiosità è, in sé, una vertigine.
Mi dica, lei ha mai sentito Just a Gigolo nella versione inclusa in Straight No Chaser di Thelonious Monk?
A me è successo per caso.
E se pure lei l’avesse fatto – come non perdo la speranza possa essere già successo, o accadere in un futuro più o meno breve – capirebbe perché ho trovato più interessante concentrarmi sul nero pianista.
Tuttavia non sarebbe ancora abbastanza.
Uno dei più bravi cuochi che abbiamo in Italia ha confessato d’aver concepito un celebre piatto proprio ascoltando la musica di Thelonious. Me lo raccontava giorni fa un carissimo amico, sempre in giro per cucine importanti a “cercare d’immortalare frammenti di creatività culinaria” – così dice lui, sebbene sia più che plausibile considerarlo un bon viveur arrancante giustificazioni. Quel cuoco si chiama Bottura, quel piatto Omaggio a Monk, quell’amico – lei capirà – non posso svelarlo, nemmeno a lei, che pure così tante confessioni riesce a strapparmi.
Come possa poi definirsi “riflessione oscura che muove da un isolamento mentale” un trancio di merluzzo incrostato di alghe e ricci di mare essiccati immerso in un brodo kazebushi al nero di seppia non posso certo spiegarglielo io, signora mia, che di cucina – come lei ben ricorderà – mastico poco, e quel poco, male.
Ciò che m’ha colpito, piuttosto, guardando qualche foto scattata di trafugo alla creazione d’haute cuisine, è stato il contrasto cromatico tra il bianco delle carni ed il nero della salsa – che mi ha ricordato i tasti del pianoforte, e più in generale l’armonica dissonanza nella quale Monk eccelleva.
Ed ancor di più m’ha impressionato l’immagine vivida – suscitata dall’evocativo reportaggio del gourmet – di un cuoco preso da un raptus di primitiva, infantile creatività. L’ho immaginato zompettante sulle squame del pesce come Thelonious quando percuote il piano con le dita piatte, pigiando due tasti insieme, prima d’abbandonare la sua postazione e mettersi a ballare al ritmo dei suoi musicisti, lasciando il tema a fluttuare sospeso – come troppo spesso è successo ai nostri bei discorsi, e non solo a quelli, cara Madame Cloros.
E’ stato come trovarsi in un gioco di specchi, in un nuovo labirinto. L’ennesimo mal di testa. La solita vertigine.

Se quella sera, anziché rifugiarsi da me per aver perso un aereo, l’amico gourmet fosse stato già in volo per San Sebastian Donostìa, e se non avessimo ascoltato insieme quella take di Just a Gigolo, e se per giunta non mi fossi andato a rintanare, come spesso mi capita nei momenti di smarrimento, tra le pagine di Cortàzar, strofinandomi alla sua penna come solo a Tommaso W. Adorno riusciva meglio, ecco, se tutte queste cose non fossero successe, cara signora, forse l’avrei scritto, quello stralcio su Borges.
Fisso sulle Finzioni non mi sarei appassionato alla vita sincopata di Johnny Carter così com’è
raccontata ne Il Persecutore.
Non avrei indugiato su un pensiero, tu hai mai tagliato un pezzo di pane con un coltello?, trovandomi d’accordo col grande trombettista che le cose difficili per davvero sono altre e ben diverse, tutto quello che la gente crede di poter fare ad ogni momento.
Ma soprattutto, non mi sarei liberato così facilmente dalla piacevole prigionia d’una promessa fattale. Non avrei smesso d’essere perseguitato da Borges e da lei, signora. Non mi sarei scoperto persecutore, solo coi miei rischi, più curioso cacciatore che non rassegnato animale braccato.

E’ stata la casualità, dama sempre prodiga di stupefacenti inganni della mente, a pormi di fronte un melange di temi e variazioni incidentali dall’effetto bastardamente spiazzante – e badi bene, avrei utilizzato maledettamente disarmante se non sapessi quanto reciprocamente ci piaccia usarla e sentirla usare, quest’espressione, ma d’altronde la mia è una lettera di scuse, e l’ultima cosa che vorrei accadesse sarebbe passare per aduso alla piaggeria.
In quell’istante – non senza sfidare le mie personalissime vertigini – ho avuto il coraggio d’aver paura d’aver coraggio di parlare di Borges, preferendogli altro, preferendogli altri. O forse non ho che seguito alla lettera l’insegnamento di Thelonious secondo le parole di John Coltrane, che confessa “una cosa soprattutto, Monk mi ha insegnato: a non avere paura di fare ciò che sento veramente”.

E quel che ho sentito veramente, cara signora mia, è stato il desiderio di non scrivere del nostro amato Jorge Luìs.
So che perdonerà la lascivia con la quale ho ceduto alle mie debolezze.
Dopotutto lei, alla stregua di Monk, di Bottura, di Cortàzar, di Borges stesso, è una cronopia vera.
Considerandola tale, mi congedo.
Buenas Salenas, Madame Cloros. La saluto aspetta, e la saluto spera.

Fabrizio Gabrielli

Fabrizio Gabrielli

adora i birrini artigianali IBU 100, i 4-3-3 zemaniani, i suoni in 4/4, il giorno 26 luglio, i contrabbassi, le sigarèlle ed il balompié, che poi sarebbe il calcio, ma in ispagnuolo forse ha un suono più fascinoso. Ha un paio di converse tuttestélle con la firma di Julio Cortázar sulla linguetta, siriusli.

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