Non è data letteratura che non sia finzione. Lapalissiano, vè?

 

(Photo credit: http://heyoscarwilde.com/cameron-stewart-jorge-luis-borges/)

Fuori collana / Non è data letteratura che non sia finzione. Lapalissiano, vè?

Incipit 

La letteratura ha il fine di scoprire la realtà enunciando cose contrarie alle verità usuali 

(Marcel Proust)    

Ero lì che seguivo i passi meditabondi di Martìn e Bruno quando c'imbattemmo, s'era in calle Perù, in un uomo che incedeva aiutandosi con un bastone. – Borges -, indicò Bruno. Minuti e battute dopo, avanzavamo ancora verso casa di padre Rinaldini e Bruno rifletteva “è curiosa la qualità e l'importanza che in questo paese ha la letteratura fantastica, a cosa sarà dovuto?”. Martìn – ed io con lui – pensava dipendesse, forse, si diceva, dalle conseguenze del rifiuto d'una realtà spiacevole, “una sorta d'evasione”.

Poi seguirono pagina duecentosei, duecentosette e così via di Sobre Heroes y Tumbas di Ernesto Sabato, e per Martìn e Bruno – tantomeno per me, che alla loro quotidianità m'ero accollato – non ci sarebbe stato più tempo né modo di congetturare sulla necessarietà di Borges. Fatti più strambi ed avventurosi sarebbero occorsi nel dipanarsi della trama, ma a me quel dialogo sul letterato porteno era rimasto fisso nelle cervici. Mi ritagliavo parentesi distratte per pensare – un pensiero che prendeva sempre più corpo, come gli strati di carta svolazzanti sulla Bombonera che si depositano nei pressi delle bandiere del calcio d'angolo – d'essere un vero idiota.

Cortàzar scriveva “adesso che ci penso, l'idiozia deve essere questo: riuscire ad entusiasmarsi di continuo per qualsiasi cosa piaccia”. Ora m'era piaciuto un arcobaleno tronco, un'altra volta Freaks di Tod Browning, poi m'eri piaciuta tu, dolcezza, ed ancora passeggiare per Parque Lezama. Stavolta toccava a Borges. Ci sono momenti nei quali sembra che tutto quello che capita nel mondo, la guerra la pioggia un romanzo, non siano che un pretesto per farsi idioti, di quell'idiozia insita nell’appassionarsi. Ed innamorarsi di Borges, ineluttabilmente, porta alle vertigini.

Cavalcando quell'infatuazione m'è venuto da ragionare sul fatto che “finzione”, in spagnolo, si dica “ficciòn”, che come si sforza di razionalizzare la Real Academia Espanola concentra in nuce tanto l'atto quanto l'effetto di “fingere”. Domenico Porzio, che Borges l'ha conosciuto in vita ed ha avuto modo di dialogarci a lungo attorno alle sue “Finzioni” (1956), sottolinea come “lo stesso tentativo naturalistico di afferrare una realtà che non esiste per trasferirla nell'inesistente realtà della pagina mediante l'uso di una scrittura soggettiva è un'operazione fantastica”. Tutta la letteratura è, in extrema ratio, finzione.

Si direbbe, ad una prima lettura, una verità vera. Un truismo. Sarebbe piaciuto, a Borges, l'anglicismo “truismo”. Cortàzar invece avrebbe amato la più cronopia aggettivazione “lapalissiano”. Che poi sembrerebbe (sarà vero? sarà falso?) che alla fonte di “lapalissiano” alberghi un avvenimento molto borgesiano invero.

Jacques de La Palice era un prode condottiero. Perì nell'assedio di Pavia, nel 1525. I suoi commilitoni gli dedicarono un'elegiaca cantata, che negl'ultimi versi recitava “hélas, s'il n'etait pas mort / il ferait encor envie”. Ah, se non fosse morto, farebbe ancora invidia. Invidia alcuna, invece, suscitava lo scellerato scriba che copiò “s'il n'etait pas mort / il serait encore en vie”. Non fosse morto, sarebbe ancora in vita. Verità vera. Lapalissiana.

Quando m'è capitato di leggere Sabato, tuttavia, Borges era già morto. Pur suscitando, ancora, invidia. Nessuno come lui è stato in grado di codificare, in termini moderni e metropolitani, l'incomunicabilità della realtà e la conseguente essenza labirintica della finzione, di tutte le finzioni, dipingendo un mondo in cui simmetria e disordine, alleati col caso, compiono un disegno che s'ostina a millantare parvenze di realtà pur essendo, per stessa ammissione, truisticamente, lapalissianamente false. La letteratura di Borges è confusione, smarrimento, di quella che s'avverte tra il sonno e la veglia, la medesima che t'attanaglia mentre raccogli da terra frammenti d'un “montòn de espejos rotos. È la malinconia di non sapere se siamo farfalle che sognano d'essere  Lao-Tze, o interrogativi Lao-Tze che, dall'altra parte del mondo, nello stesso momento in cui sognano, son farfalle. Il panico di non essere in grado di distinguere tra realtà, e finzione.

Su Tlon, paramondo borgesiano par excellance, ogni realtà oggettiva è subordinata alla percezione soggettiva della stessa. Ad averlo, il passaporto di Tlon, potremmo piccarci d'essere un uomo e, al contempo, contingentemente o volutamente, tutti gli uomini. Recitare un verso di Shakespeare significherebbe essere, in quel preciso istante, ecco, essere Shakespeare. Forse niente più d'un gioco, l'infingimento, un giuoco irresponsabile – come ebbe modo di confessare lo stesso Borges – “di un timido che non si decide a scrivere racconti e che si distrae nel falsificare storie altrui”. Ma scegliere tra gl'infiniti mondi possibili quello che più ci aggrada e ci rende idioti necessita a monte lo stipulare un pacto ficcional, un patto sull'accettazione della finzione. E sottoscriverlo con Borges, tale accordo, significa sempre firmare un documento in bianco, crogiolandoci nella convinzione che una postilla renderà ogni Finzione realisticamente falsa, ed ogni Realtà fittiziamente reale.

Il fatto è che ci sembra di scorgere, ogni volta, tra le pagine d'un libro, il riflesso verosimile del mondo che c'è fuori. Ma non facciamo che sognarlo, noialtri, quel mondo. Resistente, certo. Misterioso, senza dubbio. Visibile, ci pare. Onnipresente nello spazio, fisso nel tempo, ne siamo convinti. Un mondo inviolabile. Ed è senza saperlo che nella sua architettura ci capita poi, alle volte, d'imbatterci in tenui interstizi di assurdo, un assurdo che stia a memento della palese falsità di quel mondo.

Ogni creazione letteraria, forse è questo il più grande – nella sua lapilassianità – insegnamento borgesiano, non può dar vita che ad un irraggiamento reticolare di finzioni. Su quest'ultima affermazione, gongolante come un'idiota, non posso che annuire. Jacques de La Palice e Juan Lavalle, da una panchina di Parque Lezama, ammiccano trasognanti.

Explicit

L'uomo, dopotutto, non sopporta troppa realtà. 

(Thomas Stern Eliot)

Fabrizio Gabrielli

 

Fabrizio Gabrielli

adora i birrini artigianali IBU 100, i 4-3-3 zemaniani, i suoni in 4/4, il giorno 26 luglio, i contrabbassi, le sigarèlle ed il balompié, che poi sarebbe il calcio, ma in ispagnuolo forse ha un suono più fascinoso. Ha un paio di converse tuttestélle con la firma di Julio Cortázar sulla linguetta, siriusli.

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