Rayuelando #27

Rayuelando / Rayuelando #27

Il capitolo #27 della Rayuela di Cortazar, (e oggi scrivo del capitolo #27 perché è il giorno numero 27 del mese numero 10 e perché ho aperto a caso il libro e mi si è affacciato il capitolo #28 ma il capitolo #28 è piuttosto devastante e gli ci vuole giusto quel tempo che non ho e poi oggi perdio non è il giorno numero 28), è un dialogo tra la Maga e Ossip Gregorovius. Il capitolo in questione si serve di una trama romanzesca e sai che novità.

Parigi è un grande amore alla cieca, siamo tutti perdutamente innamorati però c’è qualcosa di verde, una specie di muschio, che so io. A Montevideo era lo stesso, non potevi amare davvero nessuno, avvenivano subito cose strane, storie di lenzuola o di capelli, e per una donna tante altre cose, gli aborti, per esempio.

A parlare è la Maga, (indiscutibilmente, per chi vi scrive, il personaggio femminile più amabile e complesso nella storia della letteratura; di quella letteratura, perlomeno, che esiste per chi vi scrive), una donna ferita, tradita, che (non) si prepara al peggio e che, invece, si rassegna a sapere il proprio uomo nella pioggia, tra le braccia di una Pola molto bella, arrivata come il sole alla finestra, a poco a poco.

Il classicone, sì. Lei. Lui. L’altra. Eppure, Pola morirà. Non per gli spilli, quello era uno scherzo, anche se lo feci sul serio, lo feci molto sul serio. Morirà di cancro al seno.  

E mentre si accenna a bamboline vudù e a piedi che schiacciano cose, quel povero diavolo di Ossip, scaccia figa come pochi, noioso, chiaramente intenzionato a picconarsi la Maga, fa domande stupiderrime e non capisce che era in Horacio che abitava… nella sua giacca a vento, nel bavero di pelliccia del colletto… Pola era là quando lui entrava, e quando Horacio si svestiva là, in quell’angolo, e si lavava fermo in quella tinozza… allora dalla sua pelle usciva Pola, io la vedevo come un ectoplasma e trattenevo la voglia di piangere pensando che nella casa di Pola io non sarei mai stata così, mai Pola mi avrebbe sospettato nei capelli o negli occhi o nei peli di Horacio… Non so perché.

E nemmeno noi: è per questo che a volte ci controlliamo i cellulari.  

Andrea Meregalli

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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