Una difesa del postmoderno letterario

Fuori Collana / Una difesa del postmoderno letterario

Premessa necessaria: “postmoderno” non vuol dir nulla, perché vuol dire troppe cose. Tant’è che sono stati ascritti al postmodernismo autori svariati e disparati. Non ha forse senso, insomma, definire il postmodernismo letterario, ma rimane la necessità di chiarire che cosa dovremmo considerare postmoderno ora, oggi. Un carattere fondante è, di sicuro, la non aderenza a quelli che Károly Kerényi chiama mitologemi, ovvero il complesso di archetipi che accomuna le narrazioni dalla notte dei tempi. La fiaba e il mito trasudano archetipi, e la fiaba e il mito hanno sempre avuto una funzione educativa: tramandano, in buona sostanza, i valori imperanti. Quando James Joyce affronta l’Ulisse di Omero, e si confronta con il mitologema del viaggio dell’eroe, che affronta sfide epiche per riappropriarsi del proprio ruolo: ecco, Joyce ribalta tutto, butta all’aria piatti e bicchieri e posate, tutti ben disposti sulla tavola apparecchiata da millenni, e ci racconta un viaggio interminabile che dura un giorno solo, tutto dentro la coscienza. Mentre il Marco Polo di Calvino, la realtà la ribalta, invertendo i ruoli, raccontando lui a Kublai Khan le città dell’impero, ché il Khan non le ha mai viste.

Il postmoderno è anche sperimentazione: Le armi l’amore (del 1963, ben prima quindi del Pasticciaccio di Gadda o del Viaggiatore di Calvino) di Emilio Tadini, è un enorme qualcosa, un libro di quasi cinquecento pagine con un solo punto, quello finale. Un debordante, lunghissimo pensiero; un respiro unico, ininterrotto – a che servono i punti, se non a dare una pausa, un respiro? E dentro questo narrare irrefrenato, ci sono lunghissime parentesi, di tre, cinque, dieci pagine, che raccontano un’altra storia o quel che la storia avrebbe potuto essere. Ma il postmoderno non innova solo le tecniche del narrare: in Ciascuno a suo modo, Pirandello mischia – una volta e per sempre – la cronaca e la narrazione, la realtà e gli attori che la rappresentano in scena, l’autore e la sua manifestazione sulla carta. Fino a giungere alle estreme conseguenze del Godot di Beckett: due atti di assenza, in cui il protagonista principale non esiste, ma è solo atteso. Dove non accade nulla, ma accade tutto.

E quindi cos’è il postmoderno letterario, se non il rifiuto dei cliché, il ribaltamento di un ordine standardizzato? Ovvero la più grande contestazione possibile del Potere. Quanto viene criticato oggi, da chi propone una nuova epica e una nuova “educazione” attraverso la parola scritta e narrata, è solo la riproduzione smodata e senza fini politici delle opere di Beckett, Pirandello, Tadini. Ma, se è vero che le peculiarità sovversive del postmoderno sono diventate, nel tempo, nuovi mitologemi narrativi – anche per la spinta a spettacolarizzare l’opera letteraria – è altrettanto vero che la volontà di ammaestrare i lettori è sempre un atto reazionario. Il gesto creativo, invece, non deve educare: semplicemente spariglia, fa esplodere, mina alle basi ciò che sembra dover durare per sempre.

Enrico Piscitelli

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

4 Commenti
  1. “[…] Quanto viene criticato oggi, da chi propone una nuova epica [ … ]”. Ce l’avete col Wu Ming? No perchè se è cosi, vengo li e … vi chiedo delucidazioni ulteriori.

  2. be’, insomma il riferimento alla New Epic è evidente.
    il senso è quello letterale: l’epica ha un fine “educativo”. ed esiste una buona educazione, ma ne esiste anche una cattiva. l’arte, la scrittura devono, però, poter [anche] fare a meno del fine, quale esso sia.
    ciò detto: io, personalmente, apprezzo molti dei libri catalogati da Wu Ming 1 sotto la voce NIE. li apprezzavo prima dell’indicizzazione, e li apprezzo tuttora.
    insomma: no, non c’è un intento polemico, in senso stretto.

    e-

  3. Il postmoderno è anche sperimentazione….E quindi cos’è il postmoderno letterario, se non il rifiuto dei cliché, il ribaltamento di un ordine standardizzato? Ovvero la più grande contestazione possibile del Potere. Quanto viene criticato oggi, da chi propone una nuova epica e una nuova “educazione” attraverso la parola scritta e narrata, è solo la riproduzione smodata e senza fini politici delle opere di Beckett, Pirandello, Tadini. Ma, se è vero che le peculiarità sovversive del postmoderno sono diventate, nel tempo, nuovi mitologemi narrativi – anche per la spinta a spettacolarizzare l’opera letteraria – è altrettanto vero che la volontà di ammaestrare i lettori è sempre un atto reazionario. Il gesto creativo, invece, non deve educare: semplicemente spariglia, fa esplodere, mina alle basi ciò che sembra dover durare per sempre.

    MI PARE CHE SI PARLI DEL FOLENGO, 500 ANNI FA…

  4. Scusate ma gli esempi citati nell’articolo, Joyce e Beckett, non saprei se ascriverli a questo fantomatico post-moderno. Se non sbaglio Joyce era un modernista (non post-) e fu anche un modello letterario per Beckett, che per secondo me è unico nel suo genere e non riesco proprio ad attribuirgli delle etichette. L’unico aggettivo per definire Beckett per me è beckettiano (scusate il gioco di parole 🙂 )
    Caratteristica del post-moderno se non sbaglio è anche quella di creare dei pastiche mischiando cultura classica e cultura pop (soprattutto a partire dagli anni ’60). Al contrario del modernismo, inoltre, non credo si ponga come obiettivo una critica della società particolarmente serrata (con le dovute eccezioni), cosa che Joyce invece faceva. A volte, ahimé, il post-modernismo si traduce anche in sterili sfoggi di erudizione, cosa che Joyce (checché ne dica Coelho) non faceva.
    Naturalmente questa non è la regola e ogni autore ha le sue peculiarità, e forse anche questa mancanza di regole ferree è post-moderno.
    Detto questo vi confesso che non ho grandi simpatie per i prefissi pre-, post-, proto-, ecc. In generale non amo le etichette e in effetti post-moderno forse è anche impossibilità di attribuire etichette (aiuto sono entrato in un loop!!!). 🙂