Indie per cui a… L’Aquila

Oggi Indie per cui vi porta alla scoperta di due librerie, due storie simbolo di caduta e di rinascita.

«Nel terremoto de L’Aquila, insieme alle vite, alle case, al patrimonio artistico della città, anche i libri di biblioteche, librerie e abitazioni sono stati risucchiati in un buco nero fuori dallo spazio e dal tempo»

Non credo esistano molte parole che possano descrivere il sentimento che pervade ogni mio ritorno a L’Aquila; credo che dolore sia la parola.

8 giugno 2012. L’aria è umida, il cielo coperto minaccia pioggia. Piazza Duomo è deserta. Un telone di plastica mal fissato ad una finestra al secondo piano, si scuote mosso dal vento; questo suono di plastica che sbatte è l’unica cosa che interrompe il silenzio.

In tre anni ci sono tornato diverse volte a L’Aquila, in media una volta ogni sei-sette mesi, ripercorrendo le stesse strade, seguendo gli stessi passi. È doloroso perdersi in questi silenzi, è doloroso constatare che dalla prima volta poco o nulla sia cambiato: un paio di vie che attraversano Corso Federico II ora sono percorribili. Per il resto tutto è immobile.

Sono in cerca della vecchia libreria Colacchi, la libreria storica de L’Aquila, fondata nel lontano 1938, in via Bafile 17. Autentica istituzione. La libreria, bellissima, è locata in un antico palazzo signorile, al piano sopra abitavano dei marchesi. La libreria in principio era una cartolibreria, fu Giovanni Rotili, ex maresciallo dell’esercito, a trasformarla in libreria vera e propria subito dopo la fine della guerra.

Poi la libreria passò ai suoi due figli, Alessandro e Roberto, che portarono avanti l’attività. Agli inizi degli anni 2000 entrò, e non sarebbe potuto essere diversamente, anche il figlio di Alessandro che, guarda caso, porta proprio il nome del nonno Giovanni.

Giovanni fu il primo a entrare in libreria quella notte, la notte del 6 aprile. Sentì la scossa, devastante. La sua casa resse, si precipitò fuori insieme alla sua futura moglie e cercò riparo in un luogo aperto. Dopo pochi minuti, il primo pensiero andò ai libri. Abitava a pochi minuti di strada e senza pensarci troppo si precipitò in libreria.

Vide case crollate, la devastazione era fin da subito evidente.

Arrivò davanti alle porte della sua bellissima libreria. Entrò. Molti libri erano ancora alle pareti, perché da buon libraio aveva fissato le librerie ai muri, ma moltissimi altri erano caduti a terra.  I libri erano mischiati ai calcinacci e all’intonaco. Le parole cadevano a terra, confuse e spezzate.

Le scosse continuavano e tutto tremava. Rimase dentro ancora per qualche minuto, poi si allontanò. Sapeva che quella non sarebbe più stata la sua libreria.

Nei dieci giorni seguenti, Giovanni, Alessandro e Roberto, tornarono ogni giorno alla libreria; c’era da lavorare, non bisognava perdere tempo. In dieci giorni caricarono 10 camion di libri. 70.000 volumi, 70.000.

Furono portati in un garage, dove installarono una specie di ufficio con un paio di computer e in quel garage passarono tre mesi, informatizzando tutti i libri.

Ad agosto affittarono uno spazio in uno dei nuovi centri commerciali e a ottobre inaugurarono la nuova libreria. Si dice che ci fossero macchine parcheggiate fino a 1 chilometro di distanza il giorno dell’apertura. Era un segno, uno dei primi simboli di rinascita; un tentativo collettivo di darsi una speranza.

La libreria Colacchi ora si trova nel centro commerciale Amiternum, in via Enrico Fermi 1, i suoi soffitti non sono affrescati, come quelli di via Bafile 17; non si può definire di certo la più bella libreria del mondo, ma in alcuni casi l’estetica perde qualsiasi valore. Il libro basta a se stesso, non ha bisogno di altro.

Giovanni, Alessandro e Roberto continuano ad avere clienti affezionati, costretti, ora, a fare chilometri per venirli a trovare. Una volta  la libreria era un centro in cui le persone passavano, anche solo per un saluto, per portare un abbraccio. Ora il tessuto sociale è sempre più sfilacciato e questo non accade quasi più. Ma la rinascita della libreria Colacchi è e rimane una splendida storia, densa di significati.

Giovanni, adesso, ha solo un desiderio – poter tornare ad avere una libreria in centro, prima o poi. Se mi dicessero tra dieci anni da ora ci metterei la firma –

Giovanni Benedetti la notte del 6 aprile si trovava a casa della sorella, in un appartamento poco lontano dal centro de L’Aquila. Con lui c’era sua moglie Brigitte. Avevano da poco comprato una casa in pieno centro storico, a giorni si sarebbero dovuti trasferire. Quella notte alle tre e trentatrè furono svegliati.

Giovanni fin da ragazzo cominciò a lavorare in libreria. La libreria era la seconda, storica, libreria aquilana, portava il nome di Iapadre ed era anche casa editrice, attiva fin dagli anni cinquanta. Nel 1988, Giovanni, era aprile, rilevò la libreria e cambiò il nome in Libreria Universitaria Benedetti, si trovava a due passi dall’Università e cominciò a diventare un punto di riferimento per tutti gli studenti aquilani. Insieme a lui cominciò  a lavorare sua moglie, che si era trasferita dalla Francia, dove aveva lasciato il suo lavoro di ricercatrice di laboratorio; lo aveva fatto per Giovanni e per la libreria.

Il sei aprile del 2009 alle tre e trentatrè, Giovanni e Brigitte sentirono violenta la scossa. La casa tremò per diversi secondi, poi ci fu un silenzio assordante. A casa stavano tutti bene, e la struttura non aveva riportato danni. Scesero in strada. Dopo qualche minuto, Giovanni baciò Brigitte e le disse di non preoccuparsi. A piedi si diresse verso il centro. Era buio, gli allarmi delle auto suonavano, scene di disperazione e catastrofe; la città sembrava fosse stata appena bombardata. Molti palazzi erano crollati, le case sventrate.

Giovanni arrivò in piazza Rivera, quasi non riusciva più a capire quale fosse l’entrata della sua libreria: tutto stava crollando. Trovò la porta, ma l’ingresso era ostruito, non c’era nulla da fare. Qualche ora dopo, Giovanni e Brigitte, insieme a un gruppo di vigili del fuoco, riuscirono a entrare in libreria. Tutto era devastato, i libri a terra si erano fatti polvere.

C’è solo una parola che ritorna puntuale ascoltando i racconti della gente de L’Aquila: ricominciare.

E anche Giovanni e Brigitte non avevano altro in mente. Passarono quattro mesi in libreria, tutti i giorni, con dei caschetti calati in testa, accompagnati dai vigili del fuoco.

In quattro mesi prepararono più di mille scatoloni, avevano una piccola automobile e un po’ alla volta cominciarono a trasportare i libri, imballati alla bene e meglio, in un vecchio magazzino che avevano preso in affitto.

Quel vecchio magazzino è diventato La libreria Universitaria di Giovanni Benedetti, che adesso si trova in via Strinella 24. Niente riscaldamento. La zona è molto isolata, sono vicini a un magazzino sfitto e poco distante c’è la sede di Equitalia. Poca gente passa per questa via.

«Però c’è un bel parcheggio» sorride amaro Giovanni.

Giovanni è un po’ stanco, gli affari vanno così così, e non solo per colpa del terremoto «il sabato potremmo anche stare chiusi e forse ad agosto neppure apriremo»

La libreria, però, nonostante tutto è accogliente, strapiena di libri e il sorriso dolce e sereno di Giovanni riscalda la fredda luce delle lampade al neon.

 

P.S. Ringrazio di cuore per l'accoglienza anche la fantastica Libreria La Nuova Editrice, in particolar modo Il Prof. Sandro FIrmini e le sue splendide libraie.

 

Federico Tamburini

Qualche giorno fa al supermarket Eurospin non ha comprato una confezione di filetto di merluzzo surgelato perché costava 6 euri e 50 e ha optato per una scatola di ceci. In quel momento ha capito molte più cose della sua vita di quanto mai fosse riuscito a fare prima. Per il resto, non avendo mai tempo, legge libri che richiedono sforzi anaerobici.

3 Commenti
  1. Grazie.
    Senza retorica.
    Il racconto, quello dentro e quello fuori dai libri, è strumento mirabolante di quell’arte della vita che sola ci può sostenere quando tutto il resto crolla.
    Questo racconto di racconti, è intenso e prezioso nella sua semplicità….

  2. Sembrerà strano e forse “esagerato”, ma leggendo l’articolo mi sono commossa.
    Piango in silenzio perché ogni riga rappresenta un ricordo per me. Sorrido per la delicatezza con cui hai scelto ogni parola e te ne ringrazio.

    Trascorrevo ore ed ore nelle librerie della mia città, soprattutto nella meravigliosa libreria Colacchi. A volte, quando ero poco più che una bambina, mia madre doveva venirmi a cercare per sollecitarmi ad uscire…. Restavo incantata da tutte quelle lettere e da quell’odore di stampa.

    L’Aquila era una città piccola e sconosciuta ai più. Era mal amministrata, come molte delle città italiane, e poco valorizzata. Ma custodiva un fermento culturale che pochi luoghi possiedono. Ed era naturale. Era routine per noi ragazzi uscire il pomeriggio e darci appuntamento in libreria. O fare “a gara” in classe, alle superiori, per prendere i biglietti del teatro, del circuito di cinema d’éssai o dei concerti di musica classica che ogni sezione distribuiva ai propri alunni tre-quattro volte a settimana.

    L’Aquila deteneva il record italiano di biglietti teatrali strappati per abitante. Ma non ne eravamo fieri, forse nessuno ne era a conoscenza.

    Ma era la nostra normalità, era la nostra vita.

    I ricordi a volte si nascondono, a volte sfumano, altre volte riemergono in punta di piedi, pungono un po’, ma fanno anche bene al cuore. Come questi.
    Grazie Federico.