La Posta dei Lettori / Apologia dei locali lerci
Bettoli, negli anni 80 i politici andavano a ballare e ne scrivevano pure, sdoganando davanti a un pubblico da tribuna politica l’italo disco, la new wave già un po’ romantic, il mojito, la robot dance, il ballo del qua qua, le cravatte a tastiera ed heather parisi. Il *locale* -inteso come luogo per l’intrattenimento- non faceva paura anche perché la letteratura, la stampa e le letture più disimpegnate lo rappresentavano come boccaccesco -certo- ma raramente come *malvagio*. Oggigiorno mi sembra si citi o si descriva un locale solo per attribuirgli una connotazione maligna che vuole trascendere forzosamente la *sospensione del dubbio* (e.g. "mi ha corrotto! tu e il lettore del romanzo dovete capire che questo locale MI HA CORROTTOOOOOOO" urlato da Rachele al fratello maggiore, paonazzo, in Troppo ammorbamento alla discoteca Kadonschi, di Seymour Citizeni). Molti romanzi degli ultimi trent’anni sono ambientati in locali sì *lerci* come quelli di Borronk, *ambigui* come quelli di Santara o *da tamarri* come quelli di Smaila, ma là non c’è condanna. Il locale rappresentava -e utilizzo le parole di Castaldello- "un personaggio onnisciente, protagonista e antagonista -oltre che riempipista- talvolta assassino bonaccione". Nella contemporaneità i locali serrano ad orari finlandesi, si va a correre e in palestra -o dall’amante- e nessuno si fuma più 3 pacchi di paglie al banco scolandosi scotch quando ha una moglie, un figlio in arrivo e l’ufficio il giorno dopo. L’espressione del momento è *mi corico presto*. Il risultato è che nessuno *vive* il locale di Borronk, lercio ma onnisciente, e noi ne sappiamo sempre meno di queste gabbie che contengono moltitudini, *moltiplicatori di storie* al pari delle rivoluzioni.
Mitraglia, Roporisi

Non darei la colpa della chiusura anticipata dei locali alla letteratura o ai giornali, Mitraglia. Dice bene però quando parla del luogo-locale *moltiplicatore di storie*, che come le rivoluzioni magnifica ed espande la portata esistenziale degli individui che vi prendono parte. Rivendicare l’appartenenza ad un locale specifico, oppure alla più generica *gente della notte* protojovanottiana, forniva alle penne di Borronk e Santara un corollario di possibilità di conoscenza. Questi autori avevano l’acume per descrivere il locale intimo, raccolto, quello sfacciato e disinvolto, financo quello melanconico che sta per chiudere e con essi tante-differenti-umanità. Qualcosa sembra muoversi, in questi ultimi anni. Non sto parlando -ovviamente- delle sbrodolate di Castrandrea e della sua serie *noir da rimorchio* culminata pochi mesi fa nel volume edito da Noir-Pour-Boire, tale Una notte all’Havanas (cito, per definirne il tono, l’apertura: "Quella sera andammo carichi in un locale che si chiamava Havanas, ma a giudicare dal numero di mazze sarebbe stato più appropriato denominarlo Bananas"), né mi riferisco a Balsamelli quando descrive in Bar Wunderbar un baretto che segue come un cucciolo di cane un pover’uomo ("Quel bar mi stava seguendo, ne ero certo, ma io non avevo ossa da lanciargli"). Qui i locali non parlano e non offrono nulla alla conoscenza, sono solo un ridicolo pretesto per parlare di un’avvilente *one-night stand* ubriaca o per fare della fanta-ristorazione. E allora aridàtece i locali *da tamarri* di Smaila.



