Da quando ho cambiato il mio status su Facebook i miei amici non mi cagano più

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Caro Bettoli, Da quando ho cambiato il mio status su Facebook i amici non mi cagano più di Filadelfo Seventisisser (ed. Spicchi, 6 miseri euro) è ormai un piccolo caso editoriale. Scritto in prima persona e inquietante proprio per questo (Filadelfo c’ha 43 anni, pergiuda), il libro è la classica marchetta al fenomeno del momento condita con una storiella prescindibile. C’è dentro tutto quello che c’è di solito in ‘ste menate: un sedicenne (Galvano) con lo sbattimento della scuola, l’amore per la sbarba di turno che lo spinge a cambiare lo status da *single* a *it’s complicated*, il pacco continuo agli amici perché di andare a giocare alla play non si ha più voglia e “solo lei dà senso alla mia esistenza”, i tormentoni (“è un classico”) la ribellione codificata e il consumismo di prodotti ma pure di simboli, ideologie, culti e chi più ne ha più ne consumi. Ma?

Tancredi, Vincenza

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Photo credit http://www.flickr.com/photos/fantasticna/

“Ma” che? “Ma” possibile che mi dovete scrivere di questi abomini, che poi me li devo pure andare a leggere, e intanto Finzioni non paga gli stipendi da Marzo. Filadelfo scrive in prima persona facendo il sedicente sedicenne -e questo è già sordido di per sé- ma, non pago, Filadelfo infila nel suo capolavoro pure la salagiochi, le harley davidson, le radioline per sentire il campionato la domenica pomeriggio e le soste in autogrill. Ruminando: Filadelfo vuole fare il giovine, si è fatto spiegare da un cugino di terzo grado cos’è “smandrappo” oggi (Facebook) ma poi lo integra con ciò che era spericolato quando sedici anni ce li aveva lui, nel 1982. Ci si mette pure uno scienziato a bruciare la letteratura in Da quando ho cambiato il mio status su Facebook i amici non mi cagano più: è il Professor Carovani, disilluso antropologo emarginato dalla comunità di antropologi e oramai pure dalle comunità di recupero, che prenderà Galvano sotto la sua ala protettiva invitandolo alla riflessione e ribadendogli continuamente “ma poi, in 25000 anni di storia dell’uomo, cosa non è un classico?”.

 

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