Tutto nasce dalle domande sceme delle maestre

Carissimo,
era tanto, tanto tempo fa, durante i primi anni di scuole elementari. La maestra chiedeva con una certa insistenza ad una classe di decerebrati – la mia – cosa avevamo intenzione di fare da grandi. Nessuno intuiva la stupidità del quesito (tranne me) e molti rispondevano in modo banale e improvvisato: l'ASTRONAUTA! in un momento storico in cui le missioni nello spazio erano già preistoria ("così giovani ragionano così da vecchi" mi dicevo); il PIRATA! come se non fosse la Somalia l'unico paese in cui svolgere la professione con una qualche prospettiva di carriera; la PRINCIPESSA! ma non ti lamentare se poi per tutto il matrimonio in miliardi guardano il culo a tua sorella; l'INGEGNERE! che sei già un cane in matematica e c'hai solo 8 anni; l'AMICO DEI RICCHI! e questo era più sveglio degli altri; il CREATORE DI CONTENUTI, ma è poco sensato fare una domanda del genere senza accompagnarla con PROIEZIONI SULLE REALI PROSPETTIVE DEL MERCATO DEL LAVORO! dicevo io. Era il 1990, la maestra mi odiava. Io cominciavo a fare i primi passi sul terreno del terrorismo psicologico, ma sempre con stile, con una certa grazia. Grazia era la mia compagna di banco e le facevo trovare nella cartella false lettere dei suoi familiari scritte da me, così, per fare esercizio. In una, particolarmente riuscita, il finto fratello le comunicava in via riservata che l'eredità era stata già assegnata a lui, perchè ascendente scorpione e con 3 anni e 5 mesi in più: lei sarebbe dovuta andare a vivere in una riserva naturale, con un mulo e certe piante. Altre volte le ho messo tra i libri finte lettere del padre, in cui le si chiedeva per esempio di provvedere all'acquisto di una bottiglia di olio di gomito nel tragitto tra scuola e casa, "che io non arrivo proprio. compralo e non farti vedere a casa senza". Tutto era credibile, per Grazia: agli amici la presentavo come Ringrazia, crasi ardita ed estrema tra il suo nome e l'aggettivo "rincoglionita". Crescendo ho fatto della mia capacità di sproloquiare per iscritto un lavoro ed ho vergato lettere d'amore a pagamento, lettere di minacce (più redditizie), lettere polemiche per polemisti di professione (il "capra" di Sgarbi l'ho inventato io, era il nomignolo con cui chiamavo Grazia), lettere di sfratto, lettere di sfruttamento eventuale, lettere di presentazione del curriculum vitae, lettere di referenze, lettere di dimissioni, lettere di babbo natale, lettere di accompagnamento per accompagnatrici, lettere di disdetta a mediaset premium, e ho preso una laurea in lettere con una tesi sulle lettere. Da lì sono partito e ora scrivo soprattutto di politica: un po' per la destra, un po' per la sinistra, ma sempre utilizzando gli stessi testi, perchè da ambo le parti mi chiedono di metterci le stesse cose. In Italia non si valorizzano i talenti e tutto si livella verso il basso, pure quando uno vuole fare bene il proprio lavoro.

Grazie per la lettera, aspetto che scriva anche la mia risposta.

 

1 Commento
  1. Gentile Matteo, ti scrivo come giovane lettore, ma anche insegnante, precario ovvio. Leggendo l’articolo sono rimasto colpito dal disincanto presente nel breve racconto che fai dell’esperienza scolastica. Come maestro di scuola -non ci sono solo maestre- si vuole, con la domanda da te proposta, far fantasticare il bambino sulle sue future aspettative, evidenziandone così anche l’indole, la vivacità intellettiva e il superamento o meno di fasi di sviluppo caratterizzate per lo più da egocentrismo. Oltre al tipo di lavoro che il giovane studente vorrebbe fare se ne richiedono anche le motivazioni, rendendo così possibile anche una lieve percezione dello status emotivo, i riferimenti teorici di tutto questo sono presenti in didattica, pedagogia, ma anche sociologia e neuroscienze, ad oggi. Sarebbe piacevole proseguire la riflessione su questo argomento da te avviato, anche perché in tanti non riescono a comprendere e valutare ciò che alcuni docenti chiedono agli allievi, ma non voglio appesantire ulteriormente questo post. Condivido invece parte della tua conclusione: “in Italia non si valorizzano i talenti”, questo è vero, ma forse i casi sono altri.