La Posta di Matto Bettoli / I giovani rassereGnati e la crisi
Veda Bettoli, qua si parla poco di grandi classici, quelle belle storie d’amore, o di tristòre, ove c’è sempre una tragédia, che poi in effetti sono quasi tutti avvilentissimi i classici, tipo quel romanzo sul cane bianco Belle e sul pastorello Sebastian, lasciato solo da una famiglia degenere a vagare per i monti. Non lo farò nemmeno io perché sono pesanti e perché il fisiopata cerebrale Faust Xavier ha recentemente scoperto che davanti a una discussione sui grandi romanzi classici la testa molla la presa entro i primi 5 minuti e si perde a pagliacciare, uomini e donne indifferentemente, attorno a cibo trucco scarpe calcio tette incombenze amante sete. Parliamo di crisi. Ahhh, la crisi! Ma che bello è cianciarne? Gli argomenti scappatoia! Sembri sempre intelligente, e cordiale! Il grande merito della crisi è aver sostituito l’usanza di parlare del tempo quando non si ha niente da dire. Dal fruttivendolo, in pausa caffè, in edicola, al ristorante (oh, ma evitando la politica, procedendo piuttosto per grandi assunti generalmente condivisibili e bipartisan!), al cimitero (certo!), in montagna come sotto l’ombrellone (mangiando frutta candita!), prima di vedere Belen in costume a Sarabanda (gli uomini soprattutto!), davanti a una fetta di cocomero. La crisi! Ma poi chi ci rimette? I giovani! Che non ci hanno voglia di fare un cazzo (sic), dicono in tanti. Ma che finalmente ricevono degno riconoscimento di esistenza (il termine “giovane”, non dimentichiamolo, fu inventato da Pasolini solamente nel 1972) tramite il volume manifesto dei nati negli anni 80, quindi attualmente ventenni: RassereGnati (di Fenostra, edito da Chaudfontaine). Me ne parli.
Lionella, Fontana Milanese
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Lei non si sofferma sui classici e io non mi soffermerò molto su questo argomento, giovani e crisi, perché sto scrivendo il mio libro sui giovani e la crisi e ho già poche idee, perdoni, e quelle 3-4 che ho non voglio bruciarle subito. Due parole si, però, sui giovani e la crisi. RassereGnati di Fenostra è al livello di Diario di un garzone di Trilussa (effettivamente prima di *giovane* andava molto il termine *garzone*) e Teenager smargiassi di Calvino. Ma mentre un tempo si stava sempre in pantaloni corti und ginocchia mezze sbucciate a fischiare dietro a ragazze/mondine flòride ma senza tatuaggi arroganti, ai bordi delle strade, a lanciare sguardi ammalianti durante le passeggiate della domenica o a scoprire la gambina mentre si balla il liscio, con quegli occhiali da vista con le lenti da sole attaccate sopra, piangiamo insieme, ora si sta peggio e si naviga in acque acquee. Ci sono i giovani. E soprattutto, c’è la crisi.
C’è la poca voglia di cambiare, di osare, ma pure di girare, di partire e di lasciare: non dimentichiamo che se la popolazione italiana è di circa 60 milioni, sono altri 60 milioni i cosiddetti *oriundi* di origine italiana sparpagliati diffusamente nel globo. Vivono lontano, codesti, intenti a fare business, a crearsi una nuova vita, a imbroccare straniere o anche solo a cercare un’esistenza dignitosa e del pane per riempire la pancia. La storia si ripete oggi, in altri posti, con altri attori. Che ne è stato dell’innato istinto di arrangiarsi dei garzoni italianeski? Pure quello è spaparanzato comodo sul divano? Sarà triste, tra 50 anni, andare in ferie in un qualunque sperduto arcipelago Gañaldos e non ritrovare colonie di italiani ivi impiantati da tempo, che qua c’è caldo ma è un caldo diverso -molto più secco- e i ritmi sono moooolto più rilassati (cit.).
Ma ciò che bisogna hic affermare, e ce lo sbatte addosso già il titolo, è che i giovani di oggi sono rassegnati ma anche rasserenati, consapevoli che la colpa di qualunque immobilismo-slandronata di questi anni cadrà solo su un attore, statuario ed eccezionale: LA CRISI! E loro sono giovani, mi ero quasi dimenticato che di questo si parlava. Scapegoat maravijoso, perché definitivo, la crisi non solo è economica, ma assolutamente e straordinariamente pervasiva tout court. Così si sta sereni, insomma: quando tra 30 anni i nostri figli (che avranno massimo tra i 5 e i 10 anni perché mò si procrastina a bomba) chiederanno a dei sessantenni diversamente giovani che si faceva nella *belle époque* del 2000, malcelando il dubbio, molti rasseregnati risponderanno “c’era la crisi. davvero, Agostino, tu non puoi immaginare cosa sia stata la crisi”.



