Il crescione e la difesa del particolare

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Egregio esimio,

Cassone o Crescione – ovvero quando la difesa del particolare è francamente troppissimo (ed. GazzeLadre, 19 euro) è un libro di Renato Gorielli, senese d’adozione esausto per le carriolate di infamate che ogni palio porta con sé: giorni (settimane!) di insulti, sfottò, imprecazioni furiose e riferimenti mai gentili alla scarsa onorabilità dei membri femminili delle famiglie, tutto in nome della contrada. Il titolo estende la portata del dibattere ai particolarismi dello stivale intero, puntando il dito contro la ridente romagna del cosiddetto crescione e del cosiddetto cassone (un identico calzone fatto con la piadina e ripieno di bontà) smarcandosi -forse per non essere pestato- dalla specificità toscana. OiOi, la toscana. Già Goethe, in viaggio per la terra del Chianti, annotava come "qua tutti urtano l’uno contro l’altro, mossi da un portentoso spirito di campanile, non si sopportano a vicenda". Livorno ce l’ha con Pisa, e viceversa. Pisa con Firenze, e viceversa. Pisa con Lucca. Pisa contro tutti. Siena dentro di sé. Lucca è un po’ il jolly e sfotte a 360°, ma bonariamente. Pistoia non si capisce. E la Romagna? Serve solo per il titolo, sembrerebbe. Ma nella riflessione recente sulle "tradizioni", il dialettismo, l’esaltazione delle differenze presunte o lontanissime negli anni, spesso microscopiche o inindividuabili ad occhio forestiero, si insinua il sospetto che alla base di tutto ci sia solo la voglia di menare le mani.

Gallo, Siena

 

 

Si è fatto un gran parlare di questa rinnovata affermazione delle specificità. Nel nostro ombelicare, andando a scavare a fondo per trovare qualcosa che ci differenzia, dove la differenza è immediatamente divisione e contrapposizione, c’è tanto individualismo in salsa provinciale, MOLTO italiano. Tutto il mondo è paese, l’Italia è belpaese e il risultato è palese: di tutto il mondo noi siamo quelli che più ci tengono, a sottolineare la differenza tra chi vive prima del fiume, ma dopo la casa cantoniera; chi oltre il fiume, prima della tangenziale; chi oltre la tangenziale, poi oltre confine, chissà. Nel guardare al piccolo scordiamo quanto il piccolo sia piccolo per una ragione, e ci scordiamo del grande, ci fissiamo su particolari ormai desueti, cerchiamo un pretesto per rinvigorire falò di antiche rivalità o sgarri che nel 2010 dovremmo leggere sui libri ma certamente non sentire nostri: poiché la gente segue i flussi, e quelli che oggi stanno ad Ancona non sono per forza discendenti di quelli che ci abitavano 300 anni fa, e anche se fosse, oh insomma. Sul cibo spesso si ricama che le differenze rappresentano ricchezza e non dividono perché la “pancia” del paese sente molto ciò che lo stomaco apprezza: crescione o cassone, pajata o risotto, tutto se magna, e a pancia piena si vede tutto più sfumato/sfamato, sarà il buon vino o il buon senso.

 

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