In vacanza con lo Zio

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Ciao Bettoli, yo la primavera yo, yo, che strano effetto che mi fa: una gran prèscia di prendere e fuggire, lontano dalla fuliggine, ora che in questo maggio nessuno sta più moggio ed io mi compiaccio (giuda!) del preggio di essere libero, con una macchina scassata che mi porta ovunque viaggio. Insomma che storia, yo, questa primavera mi fa venire voglia di infilare un po’ di super rossa nel carburatore e pedale-frizione andare via, un poco di pianura e poi nell’altura, al riparo dall’arsura. L’altro giorno ero steso su un prato imboscato, stonato, e mi sono abbioccato. Margherite attorno a me, nuvole cottonfiocchi, strisce multicolors e canzoni di cantautori francesi, sai quella roba deviata. Quando riuscivo a mettere a fuoco leggevo il fortissimo Roviti in Che storia sta vacanza con lo Zio, edizioni Battelli, e ridevo e sbrodolavo, insomma che storiaccia avere uno zio così freak. Ti parlo come un amico, tu dimmi ciò che vuoi.
Carletto, Reggio nell’Emilia

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photo credit http://www.flickr.com/photos/drnomad/

Ripigliati Carletto. Capisco il tuo entusiasmo per questo libro da sballoni, ma c’è di più: Che storia sta vacanza con lo Zio denuncia, che dico denuncia, DENUNZIA, utilizzando l’artifizio del viaggio (tvito e vitvito), l’amara esistenza di un gap generazionale che non si può colmare. Voilà i figli dei babyboomers simboleggiati dallo Zio, gente cresciuta negli 80s, avidi yuppies ingallastriti da prospettive farlocche di Stati Uniti, limpidi azzardatori malmenati dai 90s, dal grunge, dal *parlami di te*, dal crossover culturale che non distingue e dall’esplosione demografica dell’India. Voici i figli dei vitellazzi cresciuti nei 90s e incarnati da Leopoldo, un po’ rapper e un po’ straccioni, filmografici da muccino a pieraccioni, fifty melanconici e fifty grassatori, delusi dai 2000s perché in 10 anni nessuno ha saputo indicare loro come chiamare la prima decade del 2000 -indi consci di questo vuoto avvilente dopo i seventies hippi-ah-ni, gli eighties solidarnośćiani, i nineties natalìmbrugliani. Non inganni dunque il folklore generato da uno zio variopinto, strabordante nel suo avere scritture sulle braccia, donne, pianti & afrore. Leopoldo prende lo Zio e scappa in Nord Africa, con una macchina carriola e un frigo da viaggio carico di suéps per pissiare fluorescente sotto i raggi ultravioletti. Parenti e amici, lo Zio e Leopoldo, ma come non essere tediati dalla radio boombox che trasmette per tutto il viaggio Tarzan Boy di Baltimora? E lo strazio di Leopoldo, che vicino ad Algeri rigurgita una riflessione sull’avere nello Zio un amico sfigato e un parente cazzuto? E quella stanghetta di metallo attaccata al paraurti, adibita allo scaricaggio di vibrazioni negative ed elettricità statica sull’asfalto africano? Nel 2007? Insomma, un viaggio da pazzi di due lupi solitari, gente ch’è uscita dal branco ed è ormai pronta a tagliare i ponti col passato partendo per una nuova vita (probabilmente in retromarcia).

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