Ma la colomba schiattò al suolo

La Posta dei Lettori / Ma la colomba schiattò al suolo

Caro Bettoli, a 37 anni dall’oscuro concerto di Martha Reeves & The Vandellas sulla Luna (circa 38 anni lunari, farebbe notare qualche nerd astronomico), la Motown ha pubblicato il cofanetto Ma la colomba schiattò al suolo in cui propone per la prima volta il suddetto concerto integrale in alta definizione, le interviste sull’Apelle 3, le cartoline di Olimpia la colomba e Menelaos il maialino, 2 adesivi e soprattutto un volume curato da Kevin Scars, amico fraterno di Lester Bangs ai tempi di Creem. Il volume è distribuito in Italia senza il resto della paccottiglia (esclusivamente nelle caffetterie KaOstico e con la puntuale traduzione di Cagnacci) e su questo vorrei concentrare la mia attenzione chiedendo un suo commento.
Amo Martha Reeves e vedo nella sua sfortunata carriera tracce di energia quantica. Certamente non meritava il purgatorio e lo sciacallaggio a cui il tempo l’ha destinata e a cui, forse, non ha saputo opporre efficace resistenza. Ma la colomba schiattò al suolo colma parzialmente il vuoto e il chiacchiericcio generatosi nel tempo, però ho l’impressione che Scars indugi troppo nei dettagli privati del di lei declino, con la morbosità di chi si sofferma davanti a un quadro di Christoph Ludwig Agricola sfregiato dai vandali.

Pietro, Sassari

Photo credit http://www.flickr.com/photos/josefstuefer/3370484496/

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Caro Pietro, d’accordo con lei sull’evitabilità del descrivere con indiscrezione gli angoli bui di una vita sofferta. Ma la colomba schiattò al suolo ha però almeno un merito: ci permette (finalmente!) di capire cosa successe durante quei fatidici giorni (24-25-26 giugno 1972), lungo il bordo inferiore dell’Oceanus Procellarum, all’altezza dell’equatore lunare. L’evento emozionò la stampa (meno il pubblico) che coniò la formula *fare concerti sulla luna* per descrivere il crepuscolo di artisti un tempo divinizzati e il loro mutare in melanconici *oldies acts*.
Un po’ di background. Nel 1971 la carriera di Martha Reeves era lanciata a rotta di collo verso un muro, con vendite di dischi insoddisfacenti, scarsa diffusione radiofonica, concerti ridotti in squallidi centri di svago per metalmeccanici di Detroit e l’etichetta, già in affanno, pronta a scaricarla. La nascente scena Northern Soul in UK, pur determinante a livello culturale, non muoveva denaro in maniera significativa (i Mods si sdoppiavano le cassette a busso) e la riabilitazione discografica di Martha sarebbe arrivata solo nei primi anni 90, con la trilogia Voice-Moon-Tears prodotta egregiamente dal barbuterrimo Rick Rubin. Scars fa l’originale e divide la vita artistica di Martha Reeves & The Vandellas in 3 macro fasi, anche queste chiamate Voice (1962-1967), Moon (1968-1972) e Tears (1973-1980). La seconda fase, che termina col famoso concerto lunare, è correttamente contestualizzata nell’ottica del conflitto tra blocchi guerrafreddai, con Scars a darci insights insensatamente interessanti. L’Unione Sovietica, scornata dalla vittoria americana nella corsa alla Luna, aveva progettato un concerto lunare dei Poyushchiye Gitary (Поющие гитары in cirillico), gli anti-Beatles bolscevichi, insieme a un manipolo di cosacchi (sbronzi, nelle intenzioni) e alla scimmietta antropomorfa Abrek Senior. All’evento, prospettato per il dicembre 1972 e poi annullato, avrebbe dovuto partecipare anche Leonid Brezhnev e buona parte del Politburo. Le soliti traiettorie di spionaggio permisero all’intelligence americana di cogliere l’informazione e anticipare le mosse di Mosca, indicendo nel maggio del 1972 un bando di gara lampo tra etichette discografiche, con l’obiettivo di spedire un gruppo di musicisti americani sulla Luna entro il mese seguente. Il pericolo era assoluto e la percentuale d’insuccesso della spedizione estremamente elevata (83,4%). Molti artisti -seppure alla frutta e co’e pezze ar culo- rifiutarono la proposta (non insolitamente molti erano di Los Angeles, come il Senatore repubblicano John Cianella: tra questi, Monkees e Byrds). Il Dipartimento Cultura e Spettacolo di Washington volse dunque lo sguardo verso la Motown, che si era all’epoca appena posizionata nella città degli angeli e cercava avidamente di capitalizzare ogni possibilità di business. Dopo aver vagliato l’opzione Diana Ross & The Supremes e aver incassato un rifiuto secco della Ross ("sulla Luna mandaci quelle sciacquette delle Marvelettes", le parole proferite dalla diva all’influente Norman Whitfield), i dirigenti ponderarono la pista Martha, che aveva appena fatto uscire il disco *Black Magic* con una cover premonitricemente spaziale. Martha accettò quasi immediatamente la proposta della Motown di eseguire un concerto nella Luna equatoriale, accanto alla base Trojan Keck 4 (abitata all’epoca solamente da due tartarughe e da Walt Talis Foster, ingegnere aerospaziale noto per la relazione con la figlia di Led Gardner). La location sarebbe stata un’enorme teca di vetro vulcanico, leggermente oscurata per proteggere i musicisti dai raggi solari. Le Vandellas e parte dei Funk Brothers acconsentirono al volere di Martha con grande nonchalance (celebre la battuta da ammazzarsi di Sandra Tilley, "sono andata in tour in posti ben più sperduti della Luna"). L’esclusiva del broadcasting fu assegnata alla WTF Events, che per l’occasione mise un piccolo satellite vicino al logo. L’affare muoveva 47 milioni di dollari e generava una discreta quota di "buzz" in salotti politicamente trasversali.
Ma veniamo al punto. Scars nel volume sconfessa la teoria che voleva di Whitfield la scelta di liberare la colomba Olimpia nell’aria lunare prima del concerto -Olimpia tonfò al suolo in quella che fu definita rapidamente *la più Grande Gaffe Gravitazionale della Storia del Soul*- attribuendone piuttosto la responsabilità al bassista Sam *Beer-Can* Kelson. Le immagini di Olimpia spiaggiata sulla sabbia lunare impressionarono i bambini di tutto il pianeta: molti di loro, in un sondaggio di People commissionato nel 1985 e riportato da Scars, dichiararono di aver abbandonato il sogno infantile di divenire astronauta dopo quell’evento. Questo episodio -congiunto con la scorribanda del suino Menelaos all’interno della teca vitrea con una carruba in bocca- occupa un paragrafo ciccione del libro, in cui Scars alé bim bam smette di usare le doppie e abbonda di punto e virgola, quasi a dare una gravitazione *confusa* alla descrizione. Scopriamo da Scars che i momenti immediatamente precedenti al concerto furono enormemente travagliati, con Martha Reeves in preda al panico, l’entourage a giocare con la gravità tirandosi gavettoni dalle traiettorie imprevedibili e buona parte dei Funk Brothers avvolti nella nausea cosmica. Eppure pochi si accorsero di tutto questo inquieto trambusto. Quei 14 milioni di fortunati telespettatori che assistettero in diretta al concerto (considerato da molti un mezzo flop) videro una delle ultime esibizioni di un ensemble in stato di grazia, con le Vandellas (bellissime) ispirate dal talento e da un tiro che non c’è altro al mondo. Ciò che scopriamo solo ora attraverso il parlottare di Scars -giacché le immagini del videodisco in quel momento si soffermano sulla maglia smanicata di *Beer-Can* Kelson- sono le lacrime che scorrono copiose sulle guance di Martha Reeves mentre canta Bless You (pubblicata pochi mesi prima), allorché alza lentamente le braccia, si gira verso la Terra e pronuncia con voce rotta "I got you and baby, you got me, I wanna play some more and…." non avendo il respiro per ultimare con "let it just be". Le Vandellas sole completarono la coda della canzone, l’ultima del set. Martha aveva ormai solo metà voce ed era vicina a Olimpia, in lacrime, quasi cosciente del triste destino di riarrangiamenti, ospitate in talk show e produzione di dischi da cesto di supermarket a cui avrebbe fatto fronte per molti anni. Scars riporta una dichiarazione recente di Martha per concludere il capitolo: "Sono andata più lontana che potevo, fin sulla Luna, per poter continuare a cantare ed essere amata.*I just wanted to play some more* (sic)".

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