Non ascoltare il rumore rosa

La Posta di Matteo Bettoli /  Non ascoltare il rumore rosa

Se parliamo di senso di colpa e frustrazione, colore e ripensamento, inevitabile corre il pensiero a Non ascoltare il rumore rosa, storia di una telefonata di un’ora, libretto ipoinchiostrico, confessione sussurrata e col naso chiuso di quella che è stata una delle più celebri telefonate-summa di meucciana memoria. Un dialogo secco, impostato su domande e silenzi continui, insistiti e invadenti, tra il pittore Ogiunna-Lehr e la sua assistente Roaks. Quest’ultima registrò nel 1978 (su indicazione di un Ogiunna-Lehr particolarmente patetico) una conversazione telefonica a bassa fedeltà e la ripropone oggi per iscritto, editata da Acquitrini, con poche note chiarificatrici. Ora le chiedo, perché tanto rumore, e perché rosa.
Stefano, Enna

credits http://www.flickr.com/photos/dualex/
credits http://www.flickr.com/photos/dualex/

Dai Stefano, su. *Hey bimba, non ascoltare il rumore rosa* sono le ultime parole pronunziate da Ogiunna-Lehr prima del *click* cornettale finale, quello con cui congedandosi da Evangeline Roaks si congedò pure dal mondo tutto. Inamovibile la scelta miliare di *parlare solo col pennello*, scelta esplicitata a più riprese, mai rinnegata e insistentemente perseguita (anche più volte al giorno, a dar retta alle donne della sua vita). Ora Evangeline Roaks prova a tirar su dù soldi speculando sulle sordide sortite di un vecchio mezzo stordito, ma in fondo che male c’è e chi non l’ha fatto (o avrebbe voluto farlo) almeno una volta. Evangeline sa ben farsi capire, meno intervistare e scrivere: le domande che porge al suo mentore sanno di posticcio lontano un exametro, nonostante riguardino temi fondamentali della vita di un uomo, come l’amore, l’amicizia, la visione, la pretenziosità, il tempo, la cottura della carne sul barbecue e le curve.

Solcando linee diagonali col suo pensiero trasposto, Ogiunna-Lehr scava a fondo in sé stesso, riconoscendo i momenti che hanno reso possibili svolte, innovazioni, *trasposizioni* per l’appunto. Questi momenti sono, invero, pochi. Le risposte che il calvo pittore dà sono di quelle da grattarsi la testa, e visto che di dialogo è fatto il libro, abbiate la cura di tenere il vostro gratta-testa preferito a tiro. Joyciano perché fluttuante in stato di semi-incoscienza, proustiano perché c’aveva fame e sveviano perché aveva smesso di fumare da poco, Ogiunna-Lehr libera parole come pennellate secche, costruendo su una tela di seconda mano un’autoanalisi da fumetto di Popeye. Mancano però gli spinaci ed inutile è l’attesa di Poldo coi panini -menchemeno compare Trinchetto col fiaschetto di barbera-, Ogiunna-Lehr torna a dipingere e ‘sto libro a fare un rumore tedioso. Tra l’altro, Le déjeuner sur l’herbe di Manet c’entra poco con *sta strappona cò dù zinne de fora*. Non ascoltare il rumore rosa è insomma una farsa con una frase conclusiva sparata a mò di scena-confusione, tipo urlare BOMBA se sei ciccio e ti tuffi in una piscina in posizione raccolta, snocciolare HO SOFFERTO TANTO se sei al bancone del bar con un’intellettuale scandinava, sciorinare HO MOLTI AMICI INDUSTRIALI se arrivi col booster ad una festa di minorenni rotariane, exeterà exeterà.

Ogiunna-Lehr in un attimo di presenza tra noi, non assorbito dal suo genio maldestro, realizza di aver detto solo puttanate per un’oretta buona e non trova altro modo di uscire dal pantano che provare un *up and under* rugbystico, calciando la palla ovale e correndo come se avesse rubato, spostando l’attenzione dalla luna al dito che la indica, scancellando con una frase sconclusionata una lunga serie di zibibbate. Bella zio, ma a citare i kulaki azeri che sfruttano inopinatamente manovali sono bravi tutti. Tenete bene a mente queste parole: troppo spesso assistiamo ad un’escalation di artrosi blu magenta.

2 Commenti
  1. E’ l’entropia dei telefoni che, passando attraverso il costo del silenzio e del minuto di conversazione permette di apprezzare il valore della vita.
    D’altra parte se con il piano d’azione concertato nel forum di One Nation ci fossero sempre piu’ di 10 persone che parlando con il paese di origine, forse l’assolutismo di pensiero sparirebbe.