La Posta di Matteo Bettoli / Scalati dietro
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Le scrivo dopo aver diffuso lacrime e sospiri sulla carta riciclata di un libro appena uscito in economica, “Io li farei scalati dietro”, edizioni Sgancio. Le traiettorie disegnate negli ultimi tempi dal mondo dell’editoria sembrano effigiare una nuova prospettiva per i libri da metrò, che ormai deviano decisamente verso la neorealitudine della provincia schizzofrenica (sic, ndr) piuttosto che attenersi alla canonicità del colore con i sempiterni gialli, noir e rosa. Cosa ne pensa Lei, che su Caspita si era scagliato con veemenza contro “la banalizzazione di una provincia percepita come monocroma”, di Paliutti e di chi come lui nei suoi libri parla sempre e solo di sconfitti?
Gabriela M., Piangipane
Ganassi, Grazia Belleni e Calò hanno srotolato gli asciugoni con le loro farneticazioni sulla provincia sfigata. Non credo che un libro che parli della *provincia* debba necessariamente farlo in termini di vittoria/sconfitta o come mancata affermazione di sé. Paliutti (e quindi non appoggio il suo collocarlo nella cerchia degli sconfittari) riesce invece a parlare di provincia mettendo sì l’accento sulla solitudine di chi non dovrebbe sentirla perché circondato dal calore comunitario, ma anche di radici ben piantate per terra, rami che crescono e prospettive. Non credo, pure, in un mondo in cui la provincia come entità sia destinata a scomparire inghiottita da mostri policondominiali. L’urbanesimo esasperato. La centricità tautologica. Bla bla bla.
“Io li farei scalati dietro” racconta di Gagnino e di una semplice bottega di barbieri, tali Pino e Giangi. Paliutti attacca la narrazione con “Pino e Giangi hanno subito d’autunno una mutazione genetica: prima avevano i capelli lunghi, adesso ne sono scevri” per parlarci di una coppia di amici e di un mondo che si rinnova con le stagioni. E’ il mondo di chi decide di lavorare insieme, non assegnando ruoli perché questi sono già assegnati dall’attitudine, dai desideri e, stringendo, dalla natura schellingiana (“Pino parlava e faceva i baffi, Giangi ascoltava e faceva da tappezzeria”). D’un tratto nella tranquillità di Gagnino irrompe lo scompiglio generato dall’arrivo di un gruppo di tedesche belle procaci e del loro mecenate, Toni Borgia. Quando questo va a farsi fare pelo e contropelo barbarico nella bottega di Pino e Giangi, porta con se Bärbel, spregiudicata attrice della bassa Sassonia, provocando una slogatura irreversibile della mascella clientorum. Per farla breve, Pino perde la testa per Bärbel, che sembra dargli corda, e giunge così il momento di dimostrare ciò di cui si era sempre vanagloriato con la clientela (“le lingue LE si imparano a letto”, diceva continuamente, senza mai omettere quel “le” di troppo). Fa niente che Pino sapesse a malapena l’italiano e messaggiasse con Bärbel attingendo unicamente dal suo fitto repertorio di cartine dei Baci, la cui quarta riga fanfara banalità in tetesco. Giangi, amico fragilmente invidioso di Pino, reagisce scompostamente al percepito successo del compare.
Nodale il punto in cui Giangi, stanco di cercare l’anima gemella negli occhi della sua ragazza di lungo corso, prova a costruirla da sé. Consegna alla sventurata un paio di stivaletti da peter pan, una camiciola e una gonna leggera *con le frappe*, e lei “o che carino, bei regali” e lui “carino un corno, vai al cesso e vestiti così, ora. più che strappalacrime oggi sarò strappamutande”. Segue pianto isterico, imbarazzo, sussulti, abbracci, tenerezze assortite e una lunga serie di “scusa Selena, scusa”. Ma il malessere c’è, e come se ne esce? Paliutti non lo specifica, ma se ne esce. Come se attraverso la sua scrittura netta l’autore rasserenasse un’inquietudine, come uno straccio che pulisce, come una cimosa impregnata di gesso. Se ne va Bärbel, ci si dimentica Selena, e negli anni rimangono Pino e Giangi, amici, a tagliare quei capelli di cui sempre più sono scevri.



