Studenti mobili

La Posta dei Lettori / Studenti mobili

Caro Matteo, sono uno studente inglese da Brighton, dove hai la spiaggia e le festi. Io vivo a Bologna da Ottobre, che figo! Realmente amo l’Italia, vostro paese è bello e tu sai io posso pensare su un mio futuro qui. Io ho una ragazza da Vicenza, che e bella e insegnami l’italiano, io insegno lei l’inglese british, perché se non guarda solo serie tv americane e prende accento brutto, veneto + americano, zero. Capisco che non può vivere per sempre, ma forse… giusto ora inizio leggere libri italiani, e ne prendo uno nuovo, definitivamente bello. Conosci quello? E’ Studenti mobili di seconda mano, lo leggi, di Giulo Zambreni.
Simon, Brighton, UK

photo credit http://www.flickr.com/photos/jeffwerner/
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Caro Simon, è un onore ricevere lettere di chi viene a vivere in Italia e prova a leggerla senza gli occhiali plasticosi del luogocomunismo. Rimani, insegnaci il british english, abbi la pazienza di guardare oltre e poi diventa ambasciatore dell’Italia nel mondo. A noi italiani credono sempre poco e spesso ci tocca buttarla in caciara accettando il ruolo di Gigi Reder. Ma parliamo di Giulio Zambreni e del suo libro.

Una gran confusione. Studenti mobili di seconda mano è fin dal titolo presagio di ciò di cui si parlerà (gli studenti mobili) attraverso l’escamotage che si utilizzerà (ricostruire i percorsi e le traiettorie dei mobili vecchi e scassati che passano di casa umida in casa umida). Percorsi accidentati, che sfiorano parabole partecipative di collettivi marxisti-leninisti e di sigarette fatte col tabacco, feste-sfascio con musica house in da house, vodke rovesciate sulla laccatura posticcia, cassetti rivestiti con carta da regalo. E aggiungo accostamenti di comodini a cassonetti, abbinamenti criminalmente spaiati, salotti improbabilmente assortiti.

Viene delineato meglio degli altri il personaggio di Dome, rubacuori dal cuor di pietra, fame d’orzo e pochi soldi. Duro come una mina, durante una festa al parco introduce una ragazza al suo amico di turno: “non parla bene l’italiano”, gli dice. Al questionare del figurante (“ma scusa, è italiana!”) sbotta: “e vabbè, non parla bene l’italiano lo stesso”. Epifania e tanta solitudine, in questi incontri ai giardini. Poi c’è la storia ricorrente di una ragazza di Albuquerque, New Mexico (un quadrato di stato), assediata da tutta la facoltà di ingegneria ormonale. Il suo “ehy dude, you know what, fan cullo uh”, che Zambreni le fa pronunciare alla fine di ogni capitolo, segna -ogni volta- il collimare dell’improperio con la dismissione di un ingegnere innamorato. Oltre a questi affreschi, severàli peripezie dolci-amare di studenti che lasciano l’università e tornano a casa, o partono per l’estero, o terminano gli studi e mettono radici. Come loro, mobili perdono identità prima di assumerne una nuova, accantonati dove capita sotto il sole di luglio mentre la città tramonteggia.

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