Anais Nin e la parmigiana di melanzane a polpette

Se c’è un piatto che mi manda in subbuglio gli ormoni, quello è la parmigiana di melanzane. Mi fa st’effetto, Anais. Non saprei come spiegartelo, ci sarà qualche sedimento nel mio spirito che la associa al godimento carnale. Come la tua prosa, la parmigiana di melanzane, se ben fatta e non unta più del dovuto, rifugge la volgarità e trasforma il piacere di mangiare in qualcosa di più. E, sebbene sia un piatto popolare e non abbia l’eleganza e la ricercatezza di una sensuale creazione d’alta cucina, vi rivedo i toni vellutati delle tue frasi, un vestito di seta che sfila adagio per terra sfiorando la pelle e svelando un corpo tornito, voluttuoso. Ecco, è un piatto voluttuoso, mi attira col suo sguardo da odalisca e io non posso che avventarmici sopra. Non sarà un caso se, secoli fa, il medico arabo Ibn Botlan – e non solo lui –  ritenesse la melanzana un frutto capace di risvegliare veementi appetiti sessuali. La mia mente opera per consonanze, mia deliziosa Anais, e dedicarti questo capolavoro della tradizione italiana m’è parso quanto meno doveroso, anche perché accostarti a una portata di carne al sangue era quanto meno banalotto. Ma, come sempre, vista la mia natura di Uomo Senza Tonno che si prende puntuali licenze poetiche, ho deciso di trasformare la melanzana in polpette. Perché anche le polpette mi fanno arrapare. Ho detto arrapare. Scusa.

Mi fiondo quindi sulla melanzana, la lavo accarezzandone la liscia e lucente superficie nera, la taglio a cubetti e la metto in una padella fredda a secco. Toh. Accendo la fiamma e lascio che il calore penetri con dolcezza all’interno dei cubetti, che irroro con un po’ di sale per favorire la fuoriuscita dell’acqua interna. Dopo circa 5 minuti, annego la cubetteria con acqua calda e via per altri 10 minuti finché non è tutto morbido, quasi disfatto, così disfatto che quasi mi deprimo. Tolgo dal fuoco e lascio raffreddare.

Preparo il sugo rosolando un trito di cipollotto in padella con un cucchiaio di olio extravergine d’oliva, appena sfrigola emettendo un suono che fa più o meno sfschhhhh aggiungo la polpa di pomodoro, lascio andare a fiamma bassa, aggiusto di sale e regolo l’acidità con dello zucchero: Anais, io sono terrone, a me il sugo piace dolce. Qualcosa in contrario? No? Meno male, mi sembrava. Tolgo dalla fiamma e insaporisco con il basilico.

Afferro il mio minipimer e, dopo aver versato tra i cubetti di melanzana ormai freddi un cucchiaio di salsa di soia, un po’ di paprika dolce e un cucchiaino di curcuma, posso frullare come un maniaco. Non mi serve una purea, qualche pezzo di melanzana va preservato per dare consistenza. Aggiusto di sale.

Procedo con la polpetteria facendo le palle, passandole nella farina di grano tenero e friggendole in una padella con olio di semi d’arachide.

Le asciugo in carta assorbente per fritti, le adagio in una pirofila, verso un cucchiaio di sugo su ognuna, una spolverata di parmigiano grattugiato e via in forno a gratinare per 10 minuti a 220°. Anais, io lo so che vuoi saltarmi addosso, ma le ho appena sfornate, guarda che ti bruci.

Stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.