Dickens e il Risotto di Natale (con melograno, burrata e gamberone)

Avidità, un bicchiere di vino con un panino. N'è vero Ebenezer? E per te, neanche quelli (il vino e il panino). Ora dico, ma puoi essere così spilorcio e fetecchione con tutta quella grana che c'hai? Ok, non vuoi spendere soldi per gli altri perché tu e la generosità, se poteste, vi giustiziereste a vicenda? Non vuoi dare uno stipendio decente al povero Cratchit? Be', sacrosanto! Il mondo del lavoro nostrano è pieno di schifosi sfruttatori che piangono la fame davanti ai dipendenti e poi girano col Cayenne. Ma il problema è che a te manca proprio il Cayenne. Cioè, dico, ma almeno tu quattro sfizi passateli. Gioca a carte e bara, vai a strappone, sniffa la bamba, compra armi e fatti le foto da postare su Instagram, fai quelle cose che fanno quelli che i soldoni ce li hanno e s'annoiano come dei paguri. No, tu mai.

Oh, menomale che Carlo Dickens nel suo Canto di Natale t'ha dato una possibilità di redenzione, ma solo perché in fondo quel Carletto lì è magnanimo e tu tutta quella magnanimità non te la meriteresti neanche se ti strofinassi a terra frignando come un un furetto ferito. Ebené, se fossi stato io, frammento di deiezione quale sono, t'avrei fatto perire in disgrazia, avrei ordito una rapina al tuo bottino e t'avrei fatto lasciare in mutande per strada, singhiozzante nel freddo perfido di Londra. E per di più, avrei fatto in modo che nessun passante ti aiutasse finché non ti avrebbero trovato la mattina dopo granitico come un filetto di baccalà surgelato. Ma t'è andata bene, devo ammetterlo. E ti va bene anche stavolta, perché sai, è Natale e anche L'Uomo Senza Tonno è colto da impulsi benevoli verso il prossimo. 

Proprio per tutta questa indulgenza natalizia che m'attraversa le vene voglio dedicarti un piatto. Un piatto che nel menu del pranzo del 25 lo si può infilare, rompendo la tradizione e osando con parenti e amici: mai essere tirchiazzi di idee. Mai. Dato che qualche notte fa mi sono apparsi in sogno gli spettri del Melograno, del Gamberone e della Burrata, quale miglior modo per esorcizzarli per farli finire tutti in un risotto? Ebené, anche tu Carlo Dickens, a voi e solo a voi voglio dedicare questa mia creazione gustativa: Risotto di Natale (con melograno, burrata e gamberone).

S'aprono le danze. Brodo vegetale con acqua, carota, sedano, cipolla e il carapace del gamberone, la parte corrispondente al tronco. Viene un brodo con un leggero aroma di crostaceo.

Riso vialone nano. Noce di burro sciolta in una casseruola di rame. trito di cipolla bianca a sfrigolare come se non ci fosse un domani, ma un domani però c'è e se sfrigola fino a domani la cipolla si brucia, s'annerisce, diventa amara e fa schifo. Quando è dorata, ci casca sopra il riso, che tosto con fervore e sfumo con mezzo bicchiere di vino bianco. Aggiungo mestoli di brodo e faccio cuocere per 13 minuti.

Nel frattempo, cosa faccio? Sto lì a contemplare che il riso diventi risotto, mummificato e catatonico? Non sia mai. Ghermisco un melograno, lo apro in due e metto da parte qualche seme. 

Acciuffo il gamberone che ho denudato nel tronco e a cui ho estratto il budello interno con uno stuzzicadenti, lo piazzo ambo i lati su una padella incandescente per scottarlo. Metto da parte. 

Il risotto è pronto, spengo il fuoco e manteco aggiungendo la burrata d'Andria, così intera, che lentamente si scioglie e crea una crema che fila che è una meraviglia. Al tutto addiziono anche i semi di melograno, che incorporo con sonori colpi di cucchiaio.

Non mi rimane che disporre sul piatto il risotto e accomodargli il gamberone sopra, che starà disteso come se stesse prendendo il sole in spiaggia, con tanto di abbronzatura. 

A Natale, mangiate come dei suini. Mi raccomando.

Stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

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