Gnocchi viola alla Zadie Smith

Svolazzavo come una cinciallegra tra i brulli alberi del parco, levitante quasi fossi in uno degli onirici quadri di Chagall, quando all'improvviso vidi una spia rossa lampeggiare all'angolo destro del mio campo visivo. Voltatomi prima qui, poi là, non vidi nessun bagliore intermittente né udii alcuna sirena o bip o comediavolofannogliallarmi. Sopraffatto dall'inquietudine poiché conscio di aver avuto un'allucinazione, mi domando: sono sbronzo? No. Mi drogo? Mai fatto uso di schifi vari nella mia vita. Mi dipingo le pupille di rosso così poi il trucco cola e vedo le spie rosse? Maccheccazzostodicendo.

DEVI SCRIVERE IL PEZZO PER FINZIONI, PAGLIACCIO BIVALVE CHE NON SEI ALTRO.

Ohssignore, da dove sbuca questa voce ultraterrena? Dalle viscere della Terra o dall'intestino crasso della mia immaginazione? Francamente chi avesse proferito un tale ordine poco m'importava, è l'Ordine In Sé che mi strappava la pelle via dal viso per la paura. 

Controllo la mia agendina. Fuck! Mercoledì è il mio turno. E non ho scritto una sillaba, non ho cucinato neanche la gamba di una sedia. Minchia, l'ansia mi monta come l'albume per il soufflé. 

Ora che faccio? Ora che scrivo? Che sono mesi che non leggo un romanzo nuovo, ormai assiduo frequentatore dei circoli dell'analfabetismo di ritorno quale sono diventato. Medito, medito, medito e poco prima che dalle narici possa colare un'inquietante poltiglietta grigia, et voilà. Mi ricordo di lei. Zadina. Che poi, mica me la sono mai scordata la bella Smith, è che non ci avevo pensato prima. 

Ricordo quando saltellavo tra una pagina e l'altra dei suoi romanzi, in quella sua prosa spigolosa che unisce linguaggi differenti e stili narrativi tra i più disparati, in cui razza e classe, temi che toccano tutti, nessuno escluso, sono colonne portanti di storie dolenti e disincantate. Ma mai profondamente tragiche. 

Ora che mi sono ricordato delle scorribande letterarie della Smith, mi ci vuole un piatto che inglobi tutti i contrasti della sua scrittura zigzagante e complessa, un piatto dove i sapori si lasciano e poi rincorrono durante il nobile atto della masticazione, un piatto che nasca dalla semplice materia prima per poi tramutarsi in opera finita.

Ho capito, mi tocca impastare. Torno subito, vado a lavarmi le mani che col lordume sotto le unghie non è edificante star lì a smanettare. 

Ora che sono tornato, penso che farò degli gnocchi. La Smith ha pure vissuto a Roma dove impera il detto "ridi che mamma ha fatto gli gnocchi" (romani alla lettura, anche se non fosse così, non siete tenuti a smentirmi e sputtanarmi pubblicamente, altrimenti v'infilzo le chiappe col forchettone che uso per gli spaghetti). La mia deduzione non fa una piega. Essendo poi autunno, potrei anche virare sulle sfumature del viola, colore che personalmente associo alla stagione, non so voi. E non me ne frega nulla di cosa e come associate.

Se tutte le strade portano a Roma (ancora?), lei ha scritto Denti Bianchi e io costruisco Gnocchi Viola. Così siamo pari. Ma con cosa? Con le patate viola o più comunemente chiamate Vitelotte, antichi tuberi d'origine peruviana. Quindi, tirando le somme, dopo tutto sto preambolo da Gran Rottura di Gonadi, ora fabbrico degli Gnocchi di Patate Viola con Pesto di Radicchio e Nocciole. E ci metto pure la Ricotta Salata. Toh, mi voglio svenare. 

Benebene, mi sfrego le mani perché ora avranno di che travagliare. Come affronto la Faccenda Gnocchi? Nel seguente modo. Sto molto attento alle proporzioni delle dosi: 500 g di patate viola, 135 g di farina di grano duro, un ovetto, una presa di sale. Con questa roba qui ci faccio gnocchi per almeno 3 persone e una restante ne assaggia un paio. Taglio e lesso le patate, l'acqua in pentola si tinge d'un poco rassicurante colore-disastro-ambientale, ma niente paura, è il tubero che rilascia l'amido. 25 minuti di cottura, scolo e sbuccio le patate e le passo al passaverdure. Le lascio raffreddare, poi faccio una fontana con la farina, aggiungo l'uovo al centro, amalgamo un po' e metto le patate schiacciate e una presa di sale. Impasto, impasto e impasto, quando il tutto ha una consistenza simpaticamente elastica, se ne va a riposare per 15 minuti in frigo avvolto nella pellicola.

Operazione-Pesto: afferro un cespo di radicchio, una volta pulito lo lavo e lo asciugo, trito le foglie accuratamente selezionate e le ficco nel mortaio. Aggiungo un paio di granelli di sale grosso e comincio a lavorare col pestello, pestando pestando pestando pestando come un hooligan allo stadio, verso dell'olio extravergine d'oliva a filo e poi le nocciole tritate. Quando ottengo la giusta consistenza vuol dire che ho finito.

Tiro fuori l'impasto dal frigorifero, stacco dei pezzi e su un piano da lavoro infarinato forgio prima dei lunghi serpenti, come quando ero marmocchio e giocavo con il Didò e poi taglio a tocchetti di 3 cm. Con i rebbi della forchetta pratico le proverbiali righette pressando su un lato.

Lesso gli gnocchi, ci vogliono circa 4 minuti, appena galleggiano come delle ninfee in uno stagno, li scolo e li aggiungo al pesto. Una sonora grattugiatina di ricotta salata sopra e tanti saluti a tutti.

Stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

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