Il Timballo Dimezzato di Calvino

La scorsa settimana ho letto un articolo sulle impennate delle vendite di alcuni titoli nei mesi estivi, neanche fossero il cavalluccio brerino di Aligi Sassu. Sto ovviamente parlando di libri. Ogni anno autori e romanzi sono sempre gli stessi, fenomeno dovuto ai "compiti per le vacanze" assegnati dai docenti d'italiano agli studenti. Premesso che non mi addentrerò troppo in una questione più grande di me, anche se la giurassica Scuola Italiana costringe i giovincelli a percepire la lettura come un compartimento stagno avulso dalla realtà che li circonda perché Una Cosa Obbligatoria Che Si Fa a Scuola – e tra l'altro, una roba obbligatoria con libri di una noia aberrante e, in certi casi, distanti anni luce dai giorni nostri – invece di fungere da stimolo per comprendere il mondo attuale, magari con letture più contemporanee e fluide (quante ore di profondo sonno mi ha regalato Il Gattopardo, ad esempio?), premesso tutto questo, tra i titoli c'era pure il Marcovaldo di Italo Calvino. Ricordo una scena al supermercato, letta in classe forse in terza elementare. Sai quei ricordi d'infanzia di cui hai pure i dettagli, memorie quasi insignificanti, mentre invece serbi nebulosi frammenti di quella volta in cui ti sfracellasti il labbro inferiore cadendo da una sedia rimediando 4 punti di sutura a vivo (#truepersonalstory)? Insomma, di Marcovaldo ricordo la storiella, m'è rimasta impressa. Per anni, però, la repulsione verso Calvino e per le letture-da-scuola m'è rimasta appiccicata addosso, salvo poi rispolverare il buon Italo 4 anni fa mentre stendevo la mia tesi di laurea su David Foster Wallace: Lezioni Americane era, in fondo, inevitabile. 

Ma perché tutto sto gran parlare di sta cosa, vi chiederete? Perché l'Uomo Senza Tonno non ci narra quale godereccia ricetta ha preparato per i nostri apparati digerenti?

Oh, un secondo, ora c'arrivo. Non m'interrompete che c'ho lo strim ov consiuznes a mo' di Mississippi. 

Stavo a dire di Calvino. E volevo dire qualcosa sul Visconte Dimezzato, ma l'ho dimenticato per via di questa interruzione dell'omino della coscienza che richiede un taglio netto al soliloquio e una decisa virata verso il Nocciolo Della Questione. Siccome l'altra sera, una sera d'estate travestita d'inverno come quelle che di recente Milano sa offrire con pioggiatuonilampifulminiesaette, stavo degustando un suprematista timballo di riso che neanche Malevic sarebbe stato in grado di tinteggiare in una delle sue astratte tele ('cazzo c'entra?) e, avendone tagliata esattamente metà prima di ingurgitarle entrambe (le metà), quella destra o sinistra, dipende dalla mano impiegata, ho subito capito che, per una qualche contingenza del destino, avevo trovato la chiave di volta di questo appuntamento mensile con i fornelli colti di Letto e Mangiato. Ragion per cui, Calvino è un po' il mandante occulto di questa ricetta, che non poteva non chiamarsi Timballo Dimezzato

In verità anche una banana split potrebbe diventare una Banana Dimezzata. Ma questa cosa ci interessa? No.

C'interessa invece come un simile Timballo si sia generato prima di dimezzarsi, neanche si chiamasse Medardo. Pro-ce-dia-mo. Anzi: pro-ce-do.

Acchiappo delle verdure scappate da un orto, nella fattispecie due carote e una cipolla, le pulisco e le denudo privandole delle rispettive bucce e le scaglio in una pentola con un litro d'acqua ribollente. Questa operazione qui si chiama: fare il brodo vegetale. Appuntato, scriva!

Vado in un orto, lo stesso da cui erano fuggite le scapestrate verdurine di cui sopra e raccolgo dei fiori di zucca. Torno a casa e li pulisco. Come si puliscono? Con un coltello taglio delicatamente tutto intorno alla base del fiore evitando di romperlo ed estraendolo dallo zucchino, lasciando che questo rimanga con il pennacchio di fuori, che non è quella cosa a cui starete pensando, luridi porcelli grugnenti che non siete altro, bensì il pistillo che è coperto dal fiore. Lavo e asciugo.

Gli zucchini li taglio a cubetti insieme a una zucchina. É tutto un meraviglioso zucchinare. Trito mezza cipolla, la rosolo con due cucchiai di olio extra-vergine d'oliva e unisco zucchini & zucchine. Quando la doratura sopraggiunge, verso un po' di brodo vegetale e faccio andare a fiamma simpatica per 15 minuti, fino a che tutta la parte liquida non sarà evaporata e quel che mi rimane in padella sarà pronto per una galante frullatura. Quindi frullo con l'estensione meccanica del mio braccio, il mini-pimer. Aggiusto di sale e ho così ottenuto una vellutata perché, lo sanno pure i sassi senza sesso che la zucchina ha una capacità legante-addensante niente male. Appuntato, scriva anche questo!

Mi va di fare un risotto. Lo faccio. Riso carnaroli, che è il più migliore assai per questa manovra. Sciolta una noce di burro nel mio fedele tegame di rame, aggiungo un altro trito di cipolla, poi il riso, lo tosto e lo sfumo con del vino bianco. Non l'ho ancora detto, ma questo è un risotto ai fiori di zucca. E i fiori di zucca, essendo moooooooolto delicati, richiedono breve cottura se non li si vuole ridurre a una schifezzucola insapore e moscia come la pappetta di un vecchio senza dentiera e dalle gengive callose. In giro, su diversi blog di cucina miei antagonisti e sprovvisti delle più basilari nozioni di Rispetto dei Fiori di Zucca ho letto alcuni procedimenti in cui si prescriveva di farli rosolare prima della tostatura del riso. Io, a chi induce gli ignari lettori a compiere tali atti osceni in luogo culinario, infliggerei torture corporee di una crudeltà infinita e bestiale degna dei cannibali dell'Africa Nera pre-Coloniale e anche post, se ne sono rimasti. E anche Occidentali del Mondo Bianco, che poi m'accusano di razzismo sui social network, non sia mai. Ripristinato il Rispetto per i Fiori di Zucca, cosa si fa? 3 minuti prima di spegnere la fiamma, poco dopo l'ultimo mestolino di brodo, aggiungo i fiori di zucca al riso, un tempo più che sufficiente per non disfarli e preservarne la loro delicatezza. Io ve l'ho detto, non rendetevi colpevoli anche voi di stupri ai fiori di zucca, che ci tengo.

Finito il risotto, imburro e pangratto le pareti di una formina da forno di alluminio, verso un po' di risotto sul fondo e i lati, nel bel mezzo ci ficco un bel cubetto di formaggio d'alpeggio che, per dirla spiccia ha il sapore di una fontina ancora più forte – perfetto per contrastare il risotto delicato -, copro con altro risotto e metto in forno a 190° per 20-25 minuti, fino a che non si forma un'ammiccante crosticina. 

Un cucchiaio di vellutata di zucchine s'adagia sul fondo del piatto. Sopra, il timballo s'insidia, improvvisamente dimezzatosi da solo. Non so quale sia la parte, quella destra o sinistra, anche perché nella foto c'è solo quella frontale, prova ineluttabile del fatto che il formaggio lo abbia messo realmente. Non c'è trucco, non c'è inganno.

Stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

1 Commento