L’insalata di Majakovskij

Vlad, negli ultimi quattro giorni ho realizzato che ci sono due cose, tra le tante altre, che mi provocano pruriti diffusi a timpani e gengive: la prima è la locuzione “al fine di”, è una roba che mi provoca emesi cerebrale, che mi dis-eccita come vedere una fascinosa fringuella che mette piede da McDonald’s (c’ho sto problema antierotizzante con le abitudini alimentari altrui). La seconda è il curry. Sì, il curry. Quella miscela di spezie di cui fin troppi abusano, irrorando le pietanze credendo così di rimediare alle deficienze strutturali di ricette troppo fragili o preparate con le natiche. Già se usata con parsimonia la sua invadenza è palese, se poi lo si sparge con dovizia è la fine. La fine, Vladimiro, la fine! Il curry è come la panna da cucina, ne abusa chi non sa cosa sia l’Equilibrio in un piatto. Guarda che mi compro un’ascia e asporto le falangi agli Esageratori. Guarda che m’arrabbio. Ma non con te, caro Majakovskij, ma se non mi sfogo con qualcuno la bile mi inonda la calotta cranica.

Vabbè, parliamo d’altro.

Non so che clima faccia lì nell’aldilà, ma nell’aldiquà sulle coordinate di Milàààààn reduce dalla carnascialesca settimana della moda – oh, ho visto obbrobri umani conciati come scarabocchi, il che aggravava la loro natura di obbrobri umani – fa ancora caldo, voglia di zuppette ribollenti non ne ho, mio beneamato Vladuccio e, visto che prima di spararti al cuoricino nella tua Madre Patria Russia ti magnavi un sacco di aringhette affumicate, io l’aringhetta la voglio usare in tuo onore e te la schiaffo in un’insalata. E starò molto attento al sale, che poi mi finisce come quelli che scialacquano il curry, anche perché spero tu conosca bene rischi e effetti di una dieta ultra-sapida: l’ipertensione, l’ictus, l’infarto, l’aneurisma, tocchiamoci le cosine con un simpatico gesto scaramantico.

Vuoi sapere come la faccio st’insalatina?

In primis, trafugo dei funghi champignon da un boschetto o da una coltura adibita al trafugamento di funghi. Li pulisco con metodi più che convenzionali con shampoo lenitivo all’acido salicilico, lucidatura con air flow e una scartavetratura finale per eliminare eventuali protuberanze e renderli levigati e tersi. Impugno la mia ascia da Conad il Supermercatobarbaro e, waaa-tah!: affetto tutti i funghetti nei paraggi. Metto da parte. A crudo.

Risolta la questione micotica, procedo con il Ficus Carica. Il suo verde è chiaro e trasuda salute, amicizia, concordia, convivialità ed è immerso in un’aura zuccherina che, solo a guardarla, mi fa venire il diabete. Affetto i fichi, solo dopo averli sciacquati, non sia mai che mangio roba zozza. Metto anch’essi da parte.

Dato che ho delle zucchine in frigo e che un carpaccio non si nega a nessuno, taglio delle fettine talmente sottili che, se le frappongo tra me e te tenendole a mezz’aria con le punte di indice e pollice e ci guardo attraverso, voglio poterti osservare i punti neri che hai sul naso. E anche con le zucchine ho finito.

Sto usando tutto a crudo, come ogni insalata che si rispetti. L’unico ingrediente che va cotto sono le mandorle. Sgusciate e spellate, le tosto in padella a secco. Stop.

Ci vuole dell’altro verde. Userò la rucola che, essendo amara, è ottima per creare ulteriori contrasti. Senti qua: il salato dell’aringa, il dolce del fico, il tostato delle mandorle, l’amaro della rucola. È una girandola perfetta, manca solo l’umami e siamo quasi tutti. Chiama l’aspro, se vuole unirsi anche lui, gli diamo una sedia. Mi armo di falce e pestello e attacco a scafazzare la rucolina, non prima di averla infilata a forza in un mortaio e aver aggiunto due grani di sale grosso: il sale disidrata e consente alla clorofilla di uscire più rapidamente. Altrettanto rapidamente, però, la rucolina si ossida al contatto con l’aria, comincio così a versare dell’olio extravergine d’oliva, il grasso è come una copertina impermeabile. Mo’ vedi che ti spiego pure i rudimenti per fare il pesto? Rifinisco con una manciatina di grana padano e via col vento.

Tu, filetto d’aringa affumicata, vieni qua! Dove cazzo scappi? Oh, se ne stava andando a zonzo per la città come il Naso di Gogol’, Vladimiro. Redarguiscilo con crudeltà, che qui sto cucinando per te mica per Nikolaij! Una volta riacciuffato il filetto d’aringa transfuga, lo spedisco di filato su un tagliere e lo tagliuzzo a tocchetti. Me ne fotto delle sue urla di dolore, delle sue implorazioni e richieste di grazia e misericordia. Filetto, immolati per una giusta causa e non rompere più il cazzo.

Una volta sacrificato il filetto, è l’ora di congiungere i pezzi di questo mosaico. Scaglio tutto in un’insalatiera, un filo d’olio e niente sale, giro e rigiro dal basso verso l’alto, da destra verso sinistra, in diagonale e in verticale, in tutti i luoghi e in tutti laghi-che-schifo-di-canzone-era-questa-sto-sboccando-ma-perché-l’ho-menzionata-? ed è tutto pronto. Vlad, se ne vuoi un po’, vieni nell’aldiquà e porta la vodka, che la mia l’ho finita. 

stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

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