Nabokov, Lolita e il pollo alla Kiev

[Narratore eterodiegetico]

Il sole è un pallido bottone nel manto cinereo delle nuvole, uno di quei giorni senza pretese in cui i visi pallidi si schivano nella foresta di sagome mobili dei marciapiedi. L’Uomo Senza Tonno, trafelato e sudaticcio, rincasa dopo una sfiancante fila alle casse del supermercato, con le cassiere in riga marziale a scandire l’elettrocardiogramma dei consumi, sibilando dei Grazie e Arrivederci talmente meccanici che paiono finti come la voce delle stazioni ferroviarie.

L’Uomo Senza Tonno poggia i sacchetti sul tavolo e chiama Vladimiro, l’amico russo e anche americano che ospita da qualche giorno. Vlad, Vlad, ma Vlad non risponde. La casa è una microtasca in un palazzo al centro della città, difficile perdersi. L’Uomo Senza Tonno chiama ma nessuna riposta. Magari è uscito, pensa. Cerca nelle due stanze, ma nulla. Afferra la maniglia della porta del bagno, è aperta, spalanca la porta e, cosa trova.

[Il Narratore eterodiegetico si leva di torno, narra ora l’omodiegetico, ovvero l’Uomo Senza Tonno]

Vlad! Ti chiamo e non rispondi? Guarda che ti rimetto su un aereo e ti faccio lanciare dal portello posteriore nel cuore del deserto del Gobi. Senza paracadute. Che stai facendo? Ohssignore, sempre con le mani lì, su quel gamberetto che c’hai in mezzo alle gambe! Ma la finisci? Cos’è sto giornaletto? Fammi vedere! Allora, Vladimiro, stammi bene a sentire: ognuno c’ha le sue necessità, ok, anche io, ma almeno evita di raccattare giornalini con giovani fringuelle svestite. Che poi sembrano uscite da scuola ieri mattina, ste qua. Sempre a pensare a Lolita tu, eh? Vla’, te le do sulle mani col cucchiaio di legno. Non guardarmi con quella faccia da sorcio, quando fai così il mio affetto per te si dissolve in una massa informe e nebulizzata degna del miglior deodorante spray per ascelle funebri. Mi deprimi, togliti le mani dal gamberetto, basta martoriarlo, che tra un pochino fa il fagotto e t’abbandona nottetempo. Lavati le mani, alzati le brache, butta il giornaletto nella differenziata, carta ovviamente, e raggiungimi in cucina, che magari con la panza piena ragioni, così la smetti di rompere quella parola plurale che fa rima baciata con ragioni!

[Il Narratore eterodiegetico non resiste alla tentazione di rientrare nel racconto avvertendo i gentili lettori che adesso la scena si sposta nell’angolo cottura del soggiorno del bilocale dell’Uomo Senza Tonno. Vladimiro si accomoda curvo su una sedia, in preda alle peggiori vergogne. Il Narratore eterodiegetico ci tiene a salutare i pazienti lettori e a smammare una volta per tutte. Parola ora all’Uomo Senza Tonno]

Ecco sì, Narratore eterocomesidice, non ti ci mettere pure tu che già ho a che fare con sto smanettatore seriale, non c’ho tempo di badare anche a te alle tue manie di protagonismo. Allora, Vladuccio bello mio, ora ti preparo una pietanza che ti rimetterà in pace con te stesso e ti ricorderà casa, la prima, Madre Patria Russia.

Dato che sei di Pietroburgo, ho cercato sull’internetto se esisteva un Pollo alla Pietroburgo, ma nessuno c’ha mai pensato, almeno stando ai risultato di Gugol. Gugol, non Gogol', rimbambito! Lavati pure le orecchie, mentre ci sei. E tieni le mani ben in vista sul tavolo. Dicevo, non interrompere. Sto Pollo alla Pietroburgo non esiste, quindi, memore della meravigliosa importazione del primo Masterchef d’Italia, il supremo Gualtiero Marchesi, ti cucino un Pollo alla Kiev, roba che rende le persone migliori. Sì, lo so che Kiev non è più in Madre Patria Russia, ma ai tuoi tempi lo era, quindi taci. E fammi cucinare che siamo già a quasi 3000 battute e i lettori mi vogliono sfilettare la carotide.

Parto all’arrembaggio del pollastro de-corpizzato, sono rimaste solo quattro fette del suo procace petto. Le assottiglio battendole con un batticarne e metto da parte. Potrei utilizzare anche un petto intero e praticare un’incisione con un coltello, ma va bene anche così. In pratica, è come se facessi un cordon bleu.

Preparo la parte importante di sto pollo alla Kiev. La farcitura. 50 grammi di burro per due persone sono ottimi, lo lavoro un po’ con la forchetta e aggiungo il succo di mezzo limone e uno spicchio d’aglio ridotto in purea. Faccio un trito di erba cipollina e di maggiorana e aggiungo all’impasto, che diventa una crema acida di burro. Aggiusto con un pizzico di sale.

Vladuccio, asciugati il rigagnolo di bava che s’affaccia all’angolo destro della boccuccia. A breve ti do da mangiare. Guarda un po’ che faccio: prendo due fette di petto di pollo, vi spalmo sopra la crema al burro e con le altre due fette rimaste, chiudo, ottenendo due portafogli.

Sbatto un uovo in un piatto, prendo farina di grano duro e pangrattato e pano. Doppia panatura: farina – uovo – pangrattato – uovo – pangrattato. Lascio riposare 10 minuti in modo che l’umidità dell’uovo diminuisca. Verso abbondante olio di arachidi in una padella, faccio riscaldare a dovere e rosolo ambo i lati ambo i pollastri fino a che non ottengo un carapace a prova di scalpello. Al termine della cottura, spargo su un pizzichello di sale.

Vladino, mettiti la bavetta, impugna coltello e forchetta. Lo vedi? Appena lo tagli, il burro interno che s’è fuso si cosparge nel piatto come se fosse un sughetto. Le erbe lo aromatizzano che è una bellezza. E poi con tutto questo aglio voglio vedere i sontuosi ruttini che farai. Vedi come ti vizio? Ecco, bravo, ora tagliala coi giornaletti e cercati una ragazza. Grande. Matura. Ok?

stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

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