Sformato V-Egan

Il, lo, la, i, gli, le. Quando non si sa come iniziare un articolo, si parte da qualcosa che non ha apparente connessione col tema e, questa filastrocca che si manda a memoria in prima elementare per imparare gli articoli determinativi è stata la prima amenità che il mio cervello ha estratto dal suo cilindro coi conigli morti. Immagine succulenta, n'è vero? Sia messo agli atti, però, che ho già guadagnato abbastanza battute su questo foglio telematico, tante da far finta di aver scritto un bel po’ di cose interessanti quando invece, come mio solito, temporeggio senza bere spuma.

Ciononostante, la prima parola di questo articolo è, senza farlo troppo apposta, anche la prima parola del titolo del libro che ha causato tutto lo sfornellare che descriverò non appena chiuderò questa lunga e alquanto inutile introduzione.

Dalla regia mi fanno segno di stringere. Quagliamo. Vado al punto.

“Il” inaugura il titolo italiano di A Visit From The Goon Squad, ovvero Il Tempo è Un Bastardo di Jennifer Egan. Chi non l’ha letto s’è perso un caleidoscopio narrativo di classe sopraffina dove voci diverse e dal registro ben preciso si incrociano in un andirivieni temporale che delinea la storia di Sasha e Bennie, protagonisti segnati e circondati da tanti drammi personali, così come i personaggi che orbitano intorno a loro. La Egan ha la suprema capacità di creare figure tremendamente umane, ricche di contraddizioni e fragili come il cristallo. Sì, c’è il rock nel romanzo a far da contrappunto agli intrecci delle vicende, ma quel che mi ha steso dell'opera è stata l’ineffabile bellezza dei personaggi coinvolti, un vero e proprio campionario dell’anima umana.

Ragion per cui, io che sono uno chef letterato che in altri tempi sarebbe stato assunto alla corte di Francia per deliziare palati e cervelli dell’aristocrazia transalpina, io che di nome di battaglia faccio Uomo Senza Tonno, io che Il Tempo è Un Bastardo non ce l'ho perché me lo sono fatto prestare – ma l'ho letto, giuro sulla tomba di re Arturo, non dico come termina la filastrocca – non potevo esimermi dal trasporre in epopea culinaria questa odissea umana. Siccome il mio cervello funziona per assonanze, Egan mi ha suggerito il Vegan. Difficile, vero? Sono così partito da tale rivoluzionaria intuizione per forgiare la pietanza in questione. Essendo l’opera un godereccio pastiche, avrei potuto dirigermi dalle parti di un pasticcio. Anche qui sono d’un’originalità quasi disarmante che quasi mi faccio schifo. Ma non m’andava di essere così quaraquaquà (è scritto giusto?), mi sono comunque dedicato a un amalgama. Uno sformato. Sì, sono una sola con l'accento sulla O. Essendo uno sformato V-Egan, ho bandito tutti gli ingredienti che non sono V-Egan. Mi servo solo di: una patata, una melanzana, una zucchina, due carote, piselli freschi, pane in cassetta, tanta buona volontà.

Tema: Sformato V-Egan.

Svolgimento: prendo il famoso tubero giallo conosciuto più come Patata, la lavo, la taglio a cubetti grossolani senza alcun criterio dimensionale prestabilito e schiaffo il tutto in una pentola d'acqua in cui ho sciolto una manciata di sale grosso. Poco, come dice mia madre, che poi potrei piangere problemi di pressione arteriosa, tra 30 anni. Lesso le patate per 15 minuti buoni, le scolo e tolgo la buccia – sì, le cuocio con la buccia che son più saporite. Le verso in una ciotola e le schiaccio con la forchetta in modo da ottenere una purea non troppo liscia. 

Verdure: pelo le carote e taglio a cubetti; libero i piselli dal baccello e li lavo; sciacquo e ricavo dalla zucchina solo la parte esterna, l'interno non mi serve; taglio a cubetti la melanzana (solo dopo averla messa per 20 minuti sotto sale a rilasciare il liquido amarognolo). Verso il tutto in una padella con olio caldo rosolo, poi ammorbidisco le verdure aggiungendo anche un po' di brodo vegetale, di quello legale senza dado (che è rinomatamente di contrabbando ma socialmente accettato, maledetti). Quando tutto è pronto, aggiusto di sale e aggiungo le verdure alle patate e al pane in cassetta inumidito con un po' d'acqua. Incorporo tutta l'allegra compagnia, in modo che si formi l'amalgama che nella mia testolina piena di scarti industriali s'era prefigurato al principio di questa caracollante narrazione (ho scritto "caracollante" solo perché mi suonava figo, non credo c'entri una cippa). 

É tutto così V-Egan che, giuro, ho le palpitazioni, le extrasistole, le palpebre che tremano. I gomiti che si raggomitolano, le scapole che si sposano, le caviglie che si incagliano nel caglio. Dispongo l'impasto nella mia fedele teglia, spolverizzo con una manciata di pangrattato e via in forno a 200 gradi per 20 minuti. Cotto, gratinato, affettato, adagiato, lo sformato è pronto per esser trucidato. Volevo anche fare una fetta in power point come uno dei capitoli del libro, ma non ci sono riuscito. Me ne dolgo.

Stay tuna

Marco Giarratana

Pigola, bubola, ziga, potpotta, gloglotta, ciangotta. E raglia.

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