Bukowski, ma anche no

Non saprei da dove nasce. Però sta lì: una certa passione per gli scrittori del passato.

La morte piomba su chi l'aspetta e su chi non l'aspetta.

(Il capitano è fuori a pranzo – Charles Bukowski)

Perché ricordarlo? Perché piace? Perché perché perché…

Stavo per scrivere un post sull'importanza di Bukoswki ma non credo che lo scriverò e invece vi parlerò dei fatti miei, forse.

Tempo fa avevo velleità letterarie, scrivevo molto più di adesso, scrivevo racconti e poesie. Non che abbia smesso, ma semplicemente scrivevo di più. Ero più giovane, avevo più tempo libero, credevo di essere più felice e contemporaneamente più triste di quello che sono oggi. Coltivando questa passione per la scrittura, coltivavo anche una passione per la vita degli scrittori. Mi divertivo a collezionare aneddoti sulla vita di Montale (ad esempio il fatto che fosse un simpaticone, cosa che quando mio padre l'ha detto durante il suo esame di maturità per poco non veniva bocciato. "Come fa a dire questo di Montale?" "Semplice, ho telefonato a casa sua, mi ha risposto e una settimana fa sono andato a trovarlo." "Non è vero" "Invece sì". Se solo ci fosse stato Instagram, cazzo, sarebbe stato tutto più semplice), tanto per dirne una.

Tornando a me e a Bukowski. Sono convinto che l'onestà sia una di quelle cose che si guadagna un giorno alla volta, un po' come tutto il resto. Quindi non è che si nasca onesti o meno. Ve lo dimostro con una domanda: qualcuno vi ha insegnato a dire le bugie? No, l'avete "sempre" saputo fare… ecco, l'onestà va praticata. C'è stato un momento in cui la praticavo un po' di meno.

Ma non è questo il punto. Il punto è che mi… come dire… esercitavo nella scrittura creativa scopiazzando Bukowski. Lo ricopiavo. Cioè, prendevo un suo libro e come ora sto digitando per voi questo post all'epoca copiavo parola per parola un suo racconto. E poi iniziavo a cambiare le cose. La faccio breve per non apparire troppo autoassolutorio: forse quella volta avevo cambiato poche cose e ne avevo lasciate diverse di originali…

Oltre che Bukowski, mi piacevano anche le ragazze. Mi piacciono ancora. Anzi, mi correggo, me ne piace una sola tantississimo (come a Bukowski, ma non è questo il punto). All'epoca ero convinto, con una buona dose di ragionevolezza, che per conquistarne alcune bastasse mostrarsi adeguatamente preparati nell'arte della scrittura. "Scrivi?" "Scrivo" "Sono tua". Funziona, chiedetelo al mio amico Michele Danesi.

A proposito di Michele Danesi. Una sera era venuto a trovarmi a Verona, dove abitavo, e siamo usciti a bere insieme ad alcuni colleghi di un mio lavoro passato. Tra queste c'era una ragazza e, sempre per farla breve, mi aveva chiesto di mandarle un mio racconto. Così le ho mandato quel racconto di cui sopra, quello scopiazzato senza variare troppo. Perché l'ho fatto? Non saprei dirvelo di preciso. Ne avevo scritti altri, originali dalla A alla Z.

Un paio di giorni dopo, alla mail da cui avevo inviato il mio racconto, arriva la risposta di quella ragazza. Probabilmente la ricorderò per sempre. Mi aveva smascherato. "Bravo… o forse dovrei dire bravo a Pier Francesco Paolini, il traduttore di Bukowski in Storie di ordinaria follia?…".

Colpito, ferito ma non abbattuto le ho risposto che… be', qui la storia perde d'interesse. Se non per il fatto che mi è tornata in mente proprio quando Licia, la direttrice di Finzioni, mi ha chiesto di scrivere un pezzo su Bukowski. Immagino non si aspettasse un pezzo così. E di solito anch'io evito di leggere post così. Ma vediamo di cavare qualche ragno da qualche buco.

Per me, come per molti altri lettori appassionati, Charles Bukowski ora rappresentava tutto quello che fare lo scrittore significa. E non, si badi bene, l'idea romantica di una vita passata nella miseria e poi la svolta, il successo e tutto il resto. Ed ero quasi più interessato al fetore della miseria, allo squallore della depressione, alle malattie veneree e alle macchie di vomito, sangue e sperma sulle lenzuola.

Sulla sua lapide, Bukowski ha fatto scritto DON'T TRY, non ci provare. Ma non (ci) provare, cosa? La vedete qui sotto. Come a dire che non c'è nulla di ideale o romantico in tutto quello. Che lui avrebbe preferito bere qualche birra accarezzando un gatto e guardando fuori dalla finestra, piuttosto che tutto quello che gli è successo.

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Eppure, per me e tanti altri, scrivere voleva dire "fare come Bukowski". E per un certo periodo anche "leggere" ha significato semplicemente "leggere Bukowski". Leggendo i suoi romanzi più di una volta ho sottolineato le sue massime sulla vita, sulle corse dei cavalli, sul bere e così via… ma cosa rimane di tutto quello?

Almeno per me, ora, rimane un'idea di uno scrittore che sapeva raccontare 100 volte la stessa storia e ogni volta sapeva emozionarti in maniera genuina parlandoti di sbronze colossali o di prostitute magiche (oppure di sciarpe maledette, o di telefoni con una vagina al posto del microfono della cornetta)…

Insomma, i libri di Bukowski lavorano sul pensiero e sugli atteggiamenti dei lettori in modo così profondo ed empatico che alla fine, ripensandoci, ti viene veramente voglia di non provarci. Se l'hai capito veramente, eh.

Quindi, almeno per me, parlare di Charles Bukowski, a 20 anni dalla sua morte, non significa soltanto ricordare uno scrittore che ho amato e continuo ad amare. Ma anche e soprattutto imparare a conoscere il potere della lettura e l'amore (ma anche l'ansia e la paura) che rimangono attaccatte alle parole di chi scrive e giungono dirette a chi le legge col cuore pronto.

Bukowski nazista, Bukowski poeta, Bukowski professore, Bukowski drogato, Bukowski alle prese col suo Mac… no, non ditemi che non lo sapevate. Sua figlia lavorava per la Apple e gli aveva regalato un Macintosh, quindi nel '91-92-93 lui ha tranquillamente abbandonato la macchina da scrivere per la tastiera del computer.  Scrive sul suo diario il 22-10-91, tratto da Il capitano è fuori a pranzo:

Vita pericolosa. Ho dovuto alzarmi alle otto per dare da mangiare ai gatti perché alle 8.30 arrivava quello della Westec Security per installare un sistema d'allarme più sofisticato. (Sono la stessa persona che una volta dormiva sdraiato sui bidoni della spazzatura?)

Allora ripenso anche a quella ragazza che non si è fatta gabbare dal mio racconto scopiazzato. E forse lei aveva capito Bukowski molto più di quanto l'avessi capito io. Forse è per questo che il Buko si è fatto scrivere DON'T TRY. Perché dobbiamo ancora capirlo fino in fondo.

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

3 Commenti
  1. Davvero interessante in quanto disarmante. Mi ha fatto venir voglia di leggere altro di Bukowski.