In Morte di Un Orso: William Faulkner

L’11 Settembre un dardo attraversa il cielo, rimane sospeso un istante, poi affonda in quello che è sempre stato il suo obiettivo. L’immensa massa è scossa da un sussulto, è percorsa da una scossa, e poi il silenzio è rotto da un tonfo netto e irrevocabile. Ciò che resta, sotto il cielo azzurro, non sono le macerie di un centro commerciale e finanziario ridotto in frantumi, ma il morbido corpo di Daniza, un’orsa madre di 10 anni, uccisa da una quantità letale di anestetico dalle zelanti forze dell’ordine della Provincia di Trento.

E così mi è tornato di nuovo per me mani L’Orso di quel vecchio matto di William Faulkner, padre del racconto americano e madre della controcultura beat. Al centro di questo romanzo breve semi-autobiografico una battuta di caccia lunga una decade, che ha costituito un episodio fondamentale nella formazione giovanile dello scrittore che nel 1949 vincerà il premio Nobel per la letteratura. La narrazione di Faulkner ci trascina sulle tracce del Vecchio Ben, imponente orso che invisibile percorre le foreste del Mississipi, epico predatore a sua volta predato da generazioni di cacciatori della mitica Yoknapatawpha County. Seguendo il Vecchio Ben, il giovane narratore si immerge nei boschi, sempre più a fondo, fino ad esserne inevitabilmente trasformato. E non soltanto lui. Il silenzio frenetico che segue il colpo con cui l’orso – animale totemico, Leviatano dei Boschi – viene infine abbattuto

“era l’inizio della fine di qualcosa”… “era come se il ragazzo vedesse ciò che la sua intelligenza ancora non poteva comprendere: il lamento di Terre Selvagge i cui bordi erano continuamente e banalmente rosicchiati da uomini con fucili ed asce, temute solamente perché Terre Selvagge, miriadi di uomini anonimi persino gli uni agli altri sulle terre dove il vecchio orso si era guadagnato un nome, e attraverso le quali egli vagava non soltanto come una bestia ma come un indomito ed invincibile anacronismo che insisteva a farsi vivo da un tempo ormai morto; un fantasma, epitome ed apoteosi di una antica vita selvaggia contro la quale uomini piccoli e gracili si scagliavano come mosche in preda ad una furia terrorizzata come pigmei che colpiscono le ginocchia di un elefante stremato; il vecchio orso, solitario, indomabile e solo”.

Leggendo il presente insieme a Faulkner, ci accorgiamo che l’uccisione di Daniza colpisce ancora una corda profonda nella coscienza collettiva. Dibattiti raffazzonati sulla morte di un’orsa ad un tempo coprono e svelano un’inquietudine molto più profonda sul nostro rapporto con il mondo naturale, sul nostro essere animali e uomini, sull’etica che guida l’ecologia della nostra politica. L'Orso (1942) denuncia un infantilismo culturale che persiste, la nostra incapacità di vivere la natura come ospiti adulti e responsabili, piuttosto che come bambini impauriti di tutto ciò che è Altro e Vasto e Fuori.  È la logica di chi vorrebbe i nostri boschi ridotti a tristi giardini senza pericoli e senza mistero, artificiali parco-giochi per bambini che devono essere sempre assecondati, anche quando strillano per un mostro immaginario che in realtá non esiste (basta spulciare le statistiche ufficiali di Svezia e Norvegia, in cui gli orsi sono numerosi se non onnipresenti: in Svezia la penultima vittima risale a più di un centinaio di anni fa, un cacciatore attaccato da un orso ferito, mentre l'ultima è un altro cacciatore nel 2004. In Norvegia l’ultima vittima risale al 1906). 

Dopo la morte del Vecchio Ben, Faulkner diventerà il cantore dell’America ribelle e selvaggia, che resiste all’addomesticamento. L’unica speranza è che la morte dell’orsa Daniza sia la scintilla che porterà almeno alcuni di noi a spingerci nei boschi (reali e metaforici) che si stendono oltre l’uscio di casa, rifiutando l’ossessiva ricerca di sicurezza di una società paranoica, terrorizzata e rinchiusa su se stessa. E se per una volta non scendessimo in piazza, ma salissimo sulle nostre montagne con rispetto e mistica attenzione, con un libro che ci faccia da guida? Aspettami William F., vengo anch’io!

Amedeo Policante

Si procaccia da vivere seguendo la transumanza d'inesistenti fondi di ricerca e rivendendo le preziose pelli in cambio di nitrokegs e perline di vetro. Ama i segugi, le ragazze che fan bolle con le chewing gums, Ivan Illich e un pò di stirner. A sua discolpa, ha una ciotola ed è bellissimo.

1 Commento
  1. Caro Amedeo, la tua “vecchia” amica, nonchè “zia onoraria”, ha letto il tuo articolo e, ancora una volta, ho apprezzato la pacata chiarezza con cui riesci ad enucleare, ed esplicitare, temi di enorme importanza. Per quello che mi riguarda, al di là di quanto da te esposto, e condiviso, vorrei anche sottolineare la “superficialità” che sta alla base di alcune decisioni e di alcune azioni. Bravissimo!