La strada per Pripyat

Ecco il secondo articolo di una serie di quattro pezzi di “Lettualità” — la rubrica che lega i fatti del presente con dei coltissimi libri — dedicati ai temi referendari. Il 12 e il 13 giugno siamo tutti chiamati a esprimere la nostra preferenza su temi importantissimi, e con questi approfondimenti libreschi noi di Finzioni abbiamo voluto dare il nostro modesto contributo. Perché siamo lettori, ma anche cittadini ben informati!

Siete mai stati a Pripyat? Forse l’avete vista nelle immagini di Jan Grarup e Alberto Giuliani. Sì, forse. Più probabilmente non sapete neppure di cosa sto parlando.

Di Chernobyl pensiamo di conoscere tutto; non ne sappiamo nulla; lontano ricordo, stato dell’essere, idea, concetto… Chernobyl, toponimo che si pronuncia in tutte le lingue del mondo con una dose d’immensa amarezza: la più grande tragedia atomica mai successa da quando esistono le centrali nucleari. Chernobyl non appartiene al passato, ma è parte integrante del futuro, il nostro.

Pripyat, la città fantasma. La sua costruzione cominciò il 4 febbraio 1970 per ospitare i lavoratori della centrale nucleare Vladimir Ilici Lenin di Chernobyl. Città moderna e funzionale, simbolo del progresso dell’Unione Sovietica; un caro amico fotografo mi raccontò che era l’unica città dell’intera Unione ad avere i carrelli per la spesa nei supermercati. L’incidente di Chernobyl, tra la notte del 25 e 26 aprile 1986, liberò una radioattività 100 volte superiore a quella delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. I 47 mila abitanti furono fatti salire su mille e cento autobus, lasciando tutto ciò che avevano e l’abbandonarono per sempre. Niente contadine e animali nelle stalle, donne che raccolgono il bucato, niente chiese, cimiteri, ospedali, parchi giochi, macchine, biciclette. Nella città di Pripyat, splendida, una foresta verde avvolgeva la città; dopo il disastro nucleare, divenne color rosso-mattone a causa delle radiazioni emesse. Sarebbe bastata una sola scintilla e il bosco sarebbe andato in fiamme, con conseguenze che avrebbero potuto segnare il mondo intero; fu abbattuta con carri armati e macchine blindate, e sotterrata nel sottosuolo.

Ogni pagina, lirica struggente, di La strada di Cormac McCarthy l’ho letta e pensata come fosse vissuta e ambientata lì, a Pripyat. È lo stesso McCarthy a non rilevare i motivi della catastrofe in cui è sprofondato il pianeta terra. Tutto è già compiuto, a noi restano solo le macerie, i cieli grigi, il freddo e la polvere.

La città era quasi completamente bruciata. Nessun segno di vita. Per le strade automobili incrostate di cenere, ogni cosa coperta di cenere e polvere.

Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d’occhio.

Una piana deserta dove tutto era morto fino alle radici.

L’esplosione della centrale di Chernobyl avrebbe potuto trasformare in poche ore il pianeta dei nostri avi in un corpo celeste immenso, di colore rossastro. E’ qui che immagino padre e figlio viaggiare verso sud, senza nient’altro che un carrello del supermercato e un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida.

«L’esplosione nucleare accaduta nella primavera del 1986 indica un nuovo orizzonte nello sviluppo della civiltà umana, a condizione che l’umanità stessa desideri conservare la propria dimensione umana.» Pavel Nică, Chernobyl, la tragedia del XX secolo.

In una delle sue rare interviste C. McCharthy ha dichiarato che La strada è un romanzo sulla “bontà umana”, non so cosa intendesse dire fino in fondo ma, credo, abbia a che fare con il concetto di relazione, dell’essere per l’altro da sé. Il padre per il figlio, la moglie per il marito, i soldati che salvarono i loro compatrioti, le migliaia di liquidatori che decontaminarono il reattore per la salvezza di tutti noi.

— Tu cosa faresti se io morissi? (figlio, N.d.T.)

— Se tu morissi vorrei morire anch’io. (padre, N.d.T.)

— Per poter stare con me?

— Sì. Per poter stare con te.

— Ok.

Sono passati 25 anni dall’esplosione di Chernobyl, 5 dalla pubblicazione di La strada e tra due giorni torniamo a votare, dopo 24 anni, per il referendum sul nucleare.

Federico Tamburini

Federico Tamburini

Qualche giorno fa al supermarket Eurospin non ha comprato una confezione di filetto di merluzzo surgelato perché costava 6 euri e 50 e ha optato per una scatola di ceci. In quel momento ha capito molte più cose della sua vita di quanto mai fosse riuscito a fare prima. Per il resto, non avendo mai tempo, legge libri che richiedono sforzi anaerobici.

1 Commento
  1. Bell’articolo! Sono anch’io appassionato dell’argomento e ho letto anche alcuni libri. Consiglio, per approfondire, “Preghiera per Cernobyl” di S. Aleksievic, davvero struggente (anche se non per gli stomaci deboli) con le testimonianze dei protagonisti, evacuati, liquidatori, parenti dei liquidatori… Altro libro molto curato e ricco di informazioni è invece un altro appena uscito (gennaio 2013), dal titolo “Chernobyl. Pripyat e la zona di esclusione”, di D Ribella. Molto accurato storicamente e avvincente. Arricchito anche di dati statistici sulla contaminazione che toccò anche l’europa e l’italia, sui residenti illegali della zona di esclusione e loro andamento demografico, etc. Entrambi a poco prezzo anche in versione e-book nel kindle store di amazon.