L’autunno caldo

Devo averlo letto da qualche parte su Twitter: l'autunno caldo del 2011 comincia ad agosto.

Che caldo, in effetti, lo è abbastanza – almeno sotto la luce della lampada che illumina questa tastiera. Se addirittura il Presidente della Camera dei Deputati ha ritenuto opportuno riaprire il portone di Montecitorio affinché i deputati delle commissioni parlamentari potessero mettersi al lavoro sulle finanze di questo paese, significa che la temperatura – politica, sociale, economica – in Italia è bella alta. Quasi tropicale.

Si suda, al tropico. Tanto, che il "filosofo domato" Antonello Gerbi, nel suo La disputa del Nuovo Mondo ha ricordato come, per i primi conquistatori europei nelle Americhe, si parlasse di tropicalizzazione del bianco: un processo degenerativo che, sotto la malsana influenza della natura americana, colpirebbe la sfera morale del civilizzato occidentale. C'è da crederci se persino uno come Werner Herzog lo sostiene ancora. Ai tropici sudano i ricchi, i potenti, e i poveri. Sudano gli oppressi e gli oppressori. Suda soprattutto il dittatore (ancor di più da quando l'hanno commissariato).

Quel dittatore che in L'autunno del patriarca di Gabriel García Márquez viene trovato morto, ormai centenario, per ben sei volte, all'inizio di ciascun capitolo (salvo una volta, in cui il cadavere è quello di un sosia): roso dagli avvoltoi, incrostato di salsedine, putrefatto. Eppure ancora capace di suscitare, negli animi spaventati dei soldati obbedienti e dei cittadini timorosi, la speranza di un qualche miracolo. Come quello che ci vorrebbe per bloccare la speculazione finanziaria contro l'economia Italiana, ridurre il debito pubblico, risanare il comparto produttivo, creare lavoro stabile, ridistruibuire la ricchezza, combattere l'evasione fiscale, per esempio. Oh beh, forse no, per fare tutto ciò non servirebbe un miracolo: basterebbe un governo al di sopra della soglia di decenza. 

Ma forse è vero: la spirale dell'autunno caldo comincia già in questo agosto umido e appiccicaticcio. L'aria che si respira è terminale, ed è quella che precede il temporale tropicale: il caldo cresce, l'atmosfera si fa rarefatta fino a scomparire, il cielo è un'incudine da cui stanno per piovere scintille. Il pessimismo suggerisce di andarsi a chiudere al bar, e stappare un'altra bottiglia, come fa Clemence, avvocato parigino, che si rintana in un bar chiamato "Mexico-City", ad Amsterdam. E lì, in un dialogo fiume in cui la sua è la sola voce che si sente, mette in scena La caduta di Albert Camus. Falsa coscienza della vanità borghese, afferma di pentirsi, ma non si redime:

Vivevo perciò alla giornata, senz'altra continiuità che quella dell'io-io-io. Alla giornata le donne, alla giornata virtù e vizio, alla giornata come i cani, ma ogni giorno io, saldo al mio posto. Procedevo così alla superficie della vita, in certo modo nelle parole e mai nella realtà. Tutti quei libri appena letti, gli amici appena amati, le città appena visitate, le donne appena possedute! Compivo dei gesti per noia o per distrazione. Gli esseri venivan dietro, volevano aggrapparsi, ma non c'era niente, ed ecco l'infelicità. Per loro. Perché, quanto a me, dimenticavo. Non mi sono mai ricordato d'altro che di me stesso.

E non è che ammetterlo ti renda meno figlio di puttana, chiariamoci. Perché quello che conta non è la caduta, è l'atterraggio.

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

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